en attendant
Pubblicato Novembre 25, 2009 Voci dal passato , consolazioni , l'ubicazione del bene , musica Lascia un commentoMi s’è disseccata la penna.
invece io sognavo
Pubblicato Novembre 22, 2009 Voci dal passato , associazioni , assonanze , come eravamo , donne , le correzioni , percorsi , personale , sogni 2 CommentiInvece io sognavo sempre che perdevo i treni. Erano quei treni di una volta, di legno, stile farwest, quelli che ho preso per anni andando all’università, o forse non era ancora università che lì già c’erano quelli più nuovi illuminati con lo scompartimento grande e i sedili in plastica. Questi che dico, quelli dei sogni, erano con i sedili in legno, che si vedono ogni tanto ancora in qualche film. L’ultimo l’ho rivisto in Baaria. Li perdevo sempre, arrivavo, nel sogno, che il treno era lì già chiuso ed era tanta la mia rassegnazione che pur avendolo di fronte, magari sul binario di fronte al mio, non facevo neanche lo sforzo di fare un’ultima corsa: stavo lì a guardarlo partire, piena di rimpianto. Una volta, invece del treno ho sognato una macchina, una cinquecento bianca. Me l’aveva regalata mia madre, era mia, la mia prima macchina. L’avevo lasciata posteggiata lungo un viale che si arrampicava in alto su un colle e dal margine della strada vedevi in basso la città. Arrivavo la mattina per salire sull’auto, ma non c’era più il seggiolino davanti, quello del guidatore e me ne disperavo, perchè avrei voluto tanto guidarla, dovevo guidarla. Mi dicevo che potevo provare anche senza seggiolina, ma llaora mi accorgevo che la macchina era stata incatenata e non poteva muoversi.
Erano, quelli, i tempi in cui stavo leggendo Clarissa Pinkola Estes, Donne che corrono coi lupi, e trovavo scritto in quelle pagine
E’ tipico delle donne aver paura di lasciar morire un’esistenza fin troppo comoda e sicura. C’è chi prova diletto nella protezione della madre troppo buona e desidera che continui all’infinito. E c’è chi teme di restare senza protezione e sicurezza anche per un periodo assai breve e trova un sacco di scuse: deve semplicemente buttarsi e aspettare, non sapendo cosa accadrà dopo. E’ l’unica cosa che le consentirà di recuperare la sua natura intuitiva. Talvolta la donna è così legata al suo essere madre troppo buona di altri adulti che questi restano attaccati ai suoi capezzoli e non vogliono essere lasciati. In questo caso deve liberarsene con un calcio sferrato con la zampa posteriore e andarsene. E siccome la psiche sognante compensa, tra l’altro, ciò che l’io non vuole o non può riconoscere, i sogni durante questa lotta saranno pieni, a mo’ di compensazione, di inseguimenti, punti morti, automobili che non vogliono partire, gravidanze che non vanno a termine e altri simboli che rappresentano la vita che non va avanti. Nelle viscere la donna sa che è velenoso restare a lungo un io troppo dolce.
A margine ho aggiunto a lapis: 1991, sogno della macchina incatenata
Leggevo queste cose, nel 1994, avevo 38 anni, ero innamorata e facevo questi sogni di treni non presi e macchine che non riuscivo a guidare.
Le cose, trovare un post che parla di sogni, di ripensare ai propri, di ritrovare una pagina di un libro letto quasi vent’anni fa e che tutto questo capiti proprio adesso, non accadono mai per caso, c’è sempre una concatenazione tra gli eventi, più vado avanti e più me ne convinco. Quello che lega gli eventi siamo, ovviamente, noi, solo che a volte non lo capiamo e ci muoviamo nel mondo come se sbandassimo in qua e in là senza senso.
Ti scrivo STOP viaggiando verso luogo STOP che ancora non conosco bene STOP ——-Non parlo lingua non conosco strada STOP Speriamo bene STOP——- Quasi quasi un po’ di paura STOP ——- Gente del posto pare di lontano gentile STOP anche se ancora non incontrata di persona STOP ——- forse cacciata in pasticcio? STOP——- ma vita una sola STOP non aspetta due volte STOP
Un bellissimo film di Coppola. La prima parte è di quelle che ti fanno chiedere se sei capitata in un sogno: un bianco e nero sbilenco di specchi e porte e luci. Ricorda David Lynch. Inserti a colori per il ricordo e l’immaginazione, girati come un superotto. Straordinario il montaggio e l’idea di narrazione filmica che c’è sotto. Sempre di più scrittura e cinema insieme, ultimamente (sto pensando ad Almodovar, ma qui si va decisamente oltre). Un po’ cupo il finale, con toni da melodramma che non mi hanno convinta del tutto. Ma merita vederlo, secondo me. E fa venire voglia di un viaggio in Patagonia.
non son più quella di ieri
Pubblicato Novembre 18, 2009 corpi , gli invisibili , le correzioni , personale , segreti silenzi e bugie 15 Commenti(Mi viene voglia di chiudere tutto e scomparire per un po’. E’ difficile pensare che nelle nostre vite accadano cose importanti e che di alcuni di questi cambiamenti non debbano rimanere registrate che tracce quasi invisibili ad occhio nudo, scritte in un codice per una scelta che appare a prima vista obbligata, cifrate, che si ha l’impressione solo i più bravi o i più attenti o i più fedeli- fate voi- riescano a interpretare. Quasi che la vita si svolge fuori dovesse riflettersi qui solo attraverso giochi di specchi e l’impossibilità o la difficoltà a manifestare i corpi significasse anche l’impossibilità di fornire agli altri- ma quali altri- un’immagine totale di sè. Che poi ci si potrebbe chiedere quando si consideri raggiunta la totalità del sè che si agogna, quali funzioni di sè debba comprendere, se questo desiderio/bisogno non porti paradossalmente a mettere in mostra se stessi alla maniera del Grande Fratello. Da cui si dovrebbe dedurre che in realtà questo desiderio di un tutto è pura illusione e che tendere alla sua soddisfazione costituisce quasi una svendita più che un guadagno. D’altra parte si combatte qui con una necessità di trasparenza che sia ha la nascosta impressione non sia compresa dai più e che comunque vada a cozzare contro l’opacità del mezzo con cui si opera da un lato- come posso pensare di mostrami per intero quando non so cosa si vede di me?- dall’altro con l’incapacità di stabilire prioritariamente quali siano le parti importanti di me, quelle che costituiscono la mia persona. Detto questo per stasera butto tutto sul ridere.)
Non son più quella di ieri, signore e signori,
lo dico
con un certo sgomento, a dire il vero,
sorpresa su questo palcoscenico
mentre vi guardo e annuncio
che lo spettacolo
che qui si replicava
da tanti anni stasera
non va in scena:
la compagnia si è sciolta,
nè si sa
cosa accadrà domani.
Dice che sono andata in scena sempre sola?
Sì, signore, ha ragione:
ma vede quel palchetto
là, di terz’ordine,
quello alle spalle
dove la luce è spenta?
C’era una spettatrice
che mi guardava, un tempo,
o almeno
io la pensavo là,
in penombra,
i suoi guantini
poggiati su una sedia,
che mi osservava
silenziosa e attenta.
La spettatrice silenziosa e muta,
convitata di pietra alla mia mente.
E’ andata.
Che dice?
Ha visto
che l’ho cacciata io?
Non lo nego, signora:
l’ho cacciata,
le ho detto basta,
mi hai stufata,
convitata di pietra alla mia mente.
Perché l’ho fatto, dice?
Era finita, credo,
signore,
ma non mi va di dare spiegazioni,
e a lei:
perchè?
Si meraviglia? Aggrotta le sopracciglia?
Esprime il suo disgusto per certe scelte audaci?
Faccia faccia, signore:
è tutto gratis.
Insomma ho chiuso,
cambio,
mi lavo al fiume Lete
o almeno
cerco di farlo
senza annegare (in rete).
Dici che me ne pento?
Ci sta, lo so, hai ragione:
non si taglia così una vecchia passione.

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