(Mi viene voglia di chiudere tutto e scomparire per un po’. E’ difficile pensare che nelle nostre vite accadano cose importanti e che di alcuni di questi cambiamenti non debbano rimanere registrate che tracce quasi invisibili ad occhio nudo, scritte in un codice per una scelta che appare a prima vista obbligata, cifrate, che si ha l’impressione solo i più bravi o i più attenti o i più fedeli- fate voi- riescano a interpretare. Quasi che la vita si svolge fuori dovesse riflettersi qui solo attraverso giochi di specchi e l’impossibilità o la difficoltà a manifestare i corpi significasse anche l’impossibilità di fornire agli altri- ma quali altri- un’immagine totale di sè. Che poi ci si potrebbe chiedere quando si consideri raggiunta la totalità del sè che si agogna, quali funzioni di sè debba comprendere, se questo desiderio/bisogno non porti paradossalmente a mettere in mostra se stessi alla maniera del Grande Fratello. Da cui si dovrebbe dedurre che in realtà questo desiderio di un tutto è pura illusione e che tendere alla sua soddisfazione costituisce quasi una svendita più che un guadagno. D’altra parte si combatte qui con una necessità di trasparenza che sia ha la nascosta impressione non sia compresa dai più e che comunque vada a cozzare contro l’opacità del mezzo con cui si opera da un lato- come posso pensare di mostrami per intero quando non so cosa si vede di me?- dall’altro con l’incapacità di stabilire prioritariamente quali siano le parti importanti di me, quelle che costituiscono la mia persona. Detto questo per stasera butto tutto sul ridere.)
Non son più quella di ieri, signore e signori,
lo dico
con un certo sgomento, a dire il vero,
sorpresa su questo palcoscenico
mentre vi guardo e annuncio
che lo spettacolo
che qui si replicava
da tanti anni stasera
non va in scena:
la compagnia si è sciolta,
nè si sa
cosa accadrà domani.
Dice che sono andata in scena sempre sola?
Sì, signore, ha ragione:
ma vede quel palchetto
là, di terz’ordine,
quello alle spalle
dove la luce è spenta?
C’era una spettatrice
che mi guardava, un tempo,
o almeno
io la pensavo là,
in penombra,
i suoi guantini
poggiati su una sedia,
che mi osservava
silenziosa e attenta.
La spettatrice silenziosa e muta,
convitata di pietra alla mia mente.
E’ andata.
Che dice?
Ha visto
che l’ho cacciata io?
Non lo nego, signora:
l’ho cacciata,
le ho detto basta,
mi hai stufata,
convitata di pietra alla mia mente.
Perché l’ho fatto, dice?
Era finita, credo,
signore,
ma non mi va di dare spiegazioni,
e a lei:
perchè?
Si meraviglia? Aggrotta le sopracciglia?
Esprime il suo disgusto per certe scelte audaci?
Faccia faccia, signore:
è tutto gratis.
Insomma ho chiuso,
cambio,
mi lavo al fiume Lete
o almeno
cerco di farlo
senza annegare (in rete).
Dici che me ne pento?
Ci sta, lo so, hai ragione:
non si taglia così una vecchia passione.
PARTECIPANO