pina bausch

Luglio 5, 2009 by pessima

il banco da sé

Luglio 1, 2009 by pessima

Il vecchio e distinto signore, antico amico di famiglia, piccolo e magro, con i capelli bianchi tirati indietro, dalla brillantina, penso che immaginai allora, ci aprì la porta della sua casa in via San Zanobi. Era all’ultimo piano di una piccola palazzina lunga e stretta, nella strada che dal mercato di S.Lorenzo si dirige parallela, insieme ad altre, in direzione della vecchia porta S.Gallo, quella che in un tempo, molto remoto, separava la città di Firenze dal contado.

Fumava Pall Mall al mentolo, per l’odore che spandevano e l’aroma, penso che immaginai allora, ma fanno male al cuore, mi disse, e dalle finestre del suo appartamento si vedevano i tetti della città, come essere a Parigi, penso che immaginai allora. Nessuno in quella stanza, nessuno di noi sapeva allora quello che pochi anni dopo sarebbe stato il suo futuro e tutti ridevano, con quel riso delle persone per bene che si incontrano in un salotto, penso che immaginai allora sentendomi differente.

Faceva collezione di vasi Gallé, che trovava nei mercatini a Parigi e ci raccontò di uno scolaro elementare di Portoferraio, a cui era stato dettato un esercizio di composizione, Il baco da seta, e che scrisse del suo stare da solo nel banco in classe, il banco da sé.

Ho sempre pensato alla terribile, pensai allora, solitudine di quel bambino, negli anni.

una poesia, per oggi, per tutti quelli che stanno diventando presbiti

Giugno 28, 2009 by pessima

I mutaforma d’inverno

2.

Secoli fa, quando vivevamo ai margini

della foresta, in notti come questa

ti saresti messo la pelle dell’orso

e grosso e goffo ti saresti aggirato in cerca di preda

fra gli alberi, e saresti stato la forma delle umane

paure contro il banco di neve.

Io avrei scelto la volpe;

mi piacevano gli scherzi,

indietreggiare sulle mie impronte,

e, ammettiamolo, rubare.

A quel tempo avevo tante forme:

lo sgusciare dentro e fuori

della mia stessa viscida pelle d’anguilla,

e anche della tua; eravamo l’uno dell’altra

il guanto iridescente, l’abile corpo

tutto destrezza e illusione.

Un tempo eravamo agili come pitoni veloci

e argentei come aringhe, e lo siamo ancora, a volte,

se non fosse che ci fanno male i ginocchi.

Adesso ci accontentiamo di rannicchiarci

sotto la muta di piume di anatre e oche

mentre il vento scroscia come un fiume

vi nuotiamo dentro pur restando fermi,

come trote nella corrente.

Ogni cellula

del nostro corpo si è rinnovata

tante volte da allora, non è

rimasto molto, mio caro,

degli originali. Siamo impronte

che diventano arenaria, oppure, pensaci,

carbone che diventa diamante. Meno

flessibile, ma più concentrato;

e niente più squame e pseudonimi,

almeno all’esterno. Sebbene abbiamo accumulato,

nostro malgrado, altri travestimenti:

tu una logora valigia di pelle

d’elefante con la pelliccia bianca,

io un cespuglio di pruni. Be’, ho sempre

avuto i capelli ribelli. Poi ci sono i problemi

agli occhi: troppo vicino, troppo lontano, sei sfocato.

Dicevo sempre che ti avrei riconosciuto tra mille,

ma è sempre più difficile.

( Margaret Atwood, da Mattino nella casa bruciata, con testo a fronte, a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, Le Lettere)

erano giorni tristi, non sentiva nè odio nè amore…

Giugno 26, 2009 by pessima

Son giorni di poche, pochissime parole, come se mancasse l’energia di tirarle fuori, come se mancasse l’anima, che in fondo ha a che fare, come ben sapete tutti e tutte, con il respiro, il vento, il soffio  (e chi ancora non ne fosse a conoscenza può sempre guardare qui per un primo approccio alla questione) e quindi anche con l’aria necessaria per buttar fuori quella che altro non è che l’articolazione vocale del pensiero ( sempre che un pensiero ci sia, ovvio). Ma a parte questo, leggo molto, in rete e fuori, negli spazi consentiti dall’incombente e già incombuta maturità che dir si voglia, visto che non si chiama più così, ma molto più rigorosamente esame di stato.

Ho letto da poco- e un po’ in fretta, ne convengo- questo post di Alcor e mi è sembrato  in qualche modo di poterlo accostare a una piccola riflessione, più modesta e poco sviluppata, a dire il vero- cha facevo qualche giorno o notte fa, vale a dire mi chiedevo in che misura nei vari popoli resta traccia della loro storia. Be’, mi fermo qui. Tanti saluti a tutt*.

vaneggia…

Giugno 25, 2009 by pessima

Più spesso di quanto tu pensi

penso

a momenti

a quanto mi manchi

chi mi chieda a che pensi

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Le parole poesia e lirica contengono in se stesse, mi viene da dire, un elemento che ha a che fare inevitabilmente, per antica abitudine di chi le legge, con la sdolcinatura, una qualità che non sempre è positiva e che non riesco, oggi, in questo preciso momento, a definire meglio di così.

Questo mi impedisce, ma solo questo, di usare per questo post la categoria poesia, cosa che sarei invece tentata di fare, se non nascondessi la mia mancanza di coraggio in tal senso dietro all’idea che dico di avere della poesia.

(Chiedo perdono, ma sono uscita da sette ore di prima prova alla maturità)

il nostro presente che non sa cambiare

Giugno 24, 2009 by pessima

Non sono brava a scrivere recensioni dei libri che ho letto. Forse non mi piace neanche tanto dare giudizi, non me ne sento in grado. Mi piace molto di più, invece, cercare di capire quali collegamenti mi vengono in mente mentre leggo qualcosa, dove ho trovato lo stesso stile, lo stesso ritmo di frase, la stessa lingua. Dove ho già sentito, insomma, quella musica.

Non è facile, a volte è una ricerca che non ha esito, ma in altre occasioni ho fortuna e capita che, per uno di quegli eventi che continuiamo a chiamare coincidenze senza sapere cosa stiamo dicendo, passi accanto allo scaffale della libreria dove c’è un libro che, guarda caso, ha proprio a che fare con quello che ho appena finito di leggere.

Ho appena finito di leggere L’ubicazione del bene, di Giorgio Falco, quello dell’incipit fulminante. Di questo libro si è detto tutto il bene possibile, in rete e fuori. In effetti, è un bel libro, è scritto bene, anche se in certi punti con un po’ di compiacimento per il bello stile, come ha già scritto Scorfano. Gli aspetti positivi di questo libro- per quel che mi riguarda- sono proprio questo stile apparentemente piatto attraverso il quale, quasi senza accorgertene, vieni introdotta in scenari che mai avresti immaginato, come nel racconto intitolato Oscar, e questo scivolare lento, questo ripiegarsi delle vite dei personaggi su se stesse, mi sembra che sia una possibile chiave di lettura di un libro che descrive uomini e donne e bambini e vecchi infelici e poco vitali che si muovono con lentezza e si guardano gli uni con gli altri con sofferenza e chiedono aiuto: Avanti, mi aiuti a insegnargli qualcosa, dica qualcosa, una parola.

Devo dire, però, che lo stesso effetto me lo aveva fatto, tempo fa, un altro libro, di un altro autore italiano, Angelo Ferracuti. Il libro si intitola Le risorse umane, edito dalla Feltrinelli nel 2006. Anche questo è un libro di racconti, uniti dal fatto di parlare di lavoro, mestieri e persone, in giro per l’Italia. Ne riporto un attacco, da quello intitolato Certi giorni sono più belli di altri:

Lo sportellista stamattina è inquieto. La sua figlia piccola si è alzata nel cuore della notte. Piangeva, non riusciva a dormire. Lui pensa che crescendo potranno crescere anche le sue paure, eppure spera intimamente che quelle vigliacche si estinguano, come si estinguono i conti correnti. Sente che il tempo stringe, questa è la sua condizione. Certe volte si chiede cos’è veramente il tempo reale, e se lo spiega così: un’operazione da eseguire e lui da sportellista cerca di espletarla al meglio impiegando il meno possibile. Certe notti sogna la postazione, si blocca il terminale e una fila infinita si accalca. E’ come se i volti incattiviti di quei clienti lo assalissero, neanche fosse sua la colpa di certi disservizi. Cerca di difendersi, ma la fila si fa sempre più chiassosa.

E’ l’uso del presente (nel libro di Ferracuti, però, non tutti i racconti sono narrati con questo tempo) che rende simili questi due libri, un presente che contribuisce all’ appiattimento di cui parlavo prima e che situa inequivocabilmente nel tempo di oggi, nel nostro presente, le storie che si raccontano e forse per questo ce le fa sentire più dolorose, come se quei personaggi  non fossero poi così lontani da casa nostra, pur essendo quasi invisibili, e noi tuttavia non potessimo far niente per autarli, non riuscissimo neanche ad allungare una mano.

Il nostro presente che non cambia.

Se apro gli occhi vedo una distesa di capannoni industriali, gru, svincoli autostradali, ipermercati.

SestoF