Le città e gli occhi
Dopo aver marciato sette giorni attraverso boscaglie, chi va a Bauci non riesce a vederla ed è arrivato. I sottili trampoli che s’alzano dal suolo a gran distanza l’uno dall’altro e si perdono sopra le nubi sostengono la città. Ci si sale con scalette. A terra gli abitanti si mostrano di rado: hanno già tutto l’occorrente lassù e preferiscono non scendere. Nulla della città tocca il suolo tranne quelle lunghe gambe da fenicottero a cui si appoggia e, nelle giornate luminose, un’ombra traforata e angolosa che si disegna sul fogliame.
Tre ipotesi si danno sugli abitanti di Bauci: che odino la Terra; che la rispettino al punto d’evitare ogni contatto; che la amino com’era prima di loro e con cannocchiali e telescopi puntati in giù non si stanchino di passarla in rassegna, foglia a foglia, sasso a sasso, formica per formica, contemplando affascinati la propria assenza.
Ottobre 25, 2006 alle 7:43 pm |
Salve.
Leggendo mi chiedevo se la scelta del nome Bauci potesse in qualche modo rifarsi ad Ovidio e a “Le Metamorfosi”.
Marzia
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Ottobre 26, 2006 alle 8:05 am |
Non mi era venuto in mente, ma Calvino conosceva molto bene Ovidio (vedi la prima delle lezioni americane)e non escludo assolutamente che abbia preso qualche spunto, almeno per i nomi. Sono andata a controllare:il testo è molto bello e merita una citazione: (libro VIII delle Metamorfosi, vv. 711-724):annis aevoque soluit, /ante gradus sacros cum starent forte locique/narrarent casus, frondere Philemona Baucis/Baucida conspexit senior frondere Philemon./ Iamque super geminos crescente cacumine vultus/ mutua, dum licuit, reddebant dicta “Vale” que/ “o coniunx” dixere simul, simul abdita texit/ora frutex: ostendit adhuc Thyneius illic/ incola de gemino vicinos corpore truncos.
La storia è presto detta: Baucide e Filemone vivono in una piccola capanna, insieme da tanti anni, in povertà e un giorno accolgono il solito Giove, che non aveva altro da fare che girellare per il mondo a dar fastidio a donne e vecchietti. Il re dell’Olimpo, in compagnia di Mercurio, aveva bussato a mille porte prima di arrivare lì e nessuno l’aveva accolto, mentre i due vecchietti sono così gentili con i due dei che vengono risparmiati dall’ira di Giove che sommerge tutte le altre case in un lago, trasformando la loro capanna in un tempio meraviglioso di cui Filemone e Baucide chiedono di essere i custodi per sempre, esprimendo anche il desiderio di morire insieme per non vedere l’uno la tomba dell’altro. Il loro desiderio è esaudito e alla fine vengono trasformati in due alberi, che tutti gli abitanti della Frigia possono ancora oggi vedere. La storia mi sembra collegata al diluvio universale, in qualche modo, e all’idea che la gentilezza verso l’ospite va sempre premiata.
Ottobre 26, 2006 alle 8:39 am |
Intanto ti sono grata per aver sollecitato l’attenzione ancora su questo passaggio di Ovidio, addirittura riportando il testo originale.
In effetti concordo con la chiusura del tuo commento.
E non solo per il premio diciamo meritato.
E’ che da buona meridionale ( o per formazione) ho verso l’ospite uno sguardo accogliente, forse curioso di scoprire le nuove che porta con sè.
Sulla relazione con la storia del diluvio ci rifletterò anche con un’amica: è una stuzzicante idea.