vacanze

31 12 2006

Me ne vado un po’ in vacanza. Come nei negozi, è buona regola mettere un cartello, altrimenti i clienti pensano che tu sia in fallimento. Buon anno di nuovo, riapriremo l’otto di gennaio ( o giù di lì): Un bacio a tutti.




Amare gli altri

30 12 2006

1.

Amare gli altri è una croce pesante,

ma tu sei bella senza ghirigori,

e il segreto della tua vaghezza

è l’enigma risolto della vita.

A primavera si sente il frullare dei sogni

e il fruscio di novità e certezze.

Tu sei della stirpi di tali princìpi.

Come l’aria il tuo senso è spassionato.

E’ facile svegliarsi e veder chiaro,

spazzare dal cuore il pattume verbale

e vivere senza intasarsi in anticipo.

Tutto questo è una piccola scaltrezza.

(1931)

2.

Confesso che la ragione si smarrisce di fronte al prodigio dell’amore, strana ossessione che fa sì che questa stessa carne, della quale ci curiamo tanto poco quando costituisce il nostro corpo, preoccupandoci unicamente di lavarla, di nutrirla e - fin deve è possibile - d’impedirle che soffra, possa ispirarci una così travolgente sete di carezze sol perchè è animata da una individualità diversa dalla nostra…… Di fronte all’amore, la logica umana è impotente, come in presenza delle rivelazioni dei Misteri… [...............] Con la maggior parte degli esseri umani, i più lievi, i più superficiali ……. contatti bastano, o persino superano l’attesa; ma se essi si ripetono, si moltiplicano attorno a un unico essere sino ad avvolgerlo interamente; se ogni particella di un corpo umano si impregna per noi di tanti significati conturbanti quante sono le fattezze del suo volto; se un essere solo, anzichè ispirarci tutt’al più irritazione, piacere o noia, ci insegue come una musica e ci tormenta come un problema, se trascorre dagli estremi confini al centro del nostro universo, e infine ci diviene più indispensabile di noi stessi, ecco verificarsi il prodigio sorprendente, nel quale ravviso ben più uno sconfinamento dello spirito nella carne che un mero divertimento di quest’ultima.

3.

Tenerezza

TENEREZZA Fruizione,ma anche inquieta valutazione dei gesti di tenerezza dell’oggetto amato, nella misura in cui il soggetto comprende che egli non ne ha il privilegio assoluto.

I. Non è solo bisogno di tenerezza, ma anche bisogno di essere tenero con l’altro: noi ci rinchiudiamo in una bontà vicendevole, ci maternizziamo reciprocamente; e risaliamo alla radice di ogni relazione, là dove bisogno e desiderio si congiungono. Il gesto tenero dice: chiedimi qualunque cosa che possa sopire il tuo copo, però non dimenticare che io ti desidero un po’, leggermente, senza voler immediatamente ghermire alcunchè.

Riferimenti e note ai testi

1. Da Poesie di Boris Pasternàk , edizione Einaudi. La copertina dell’edizione in commercio è questa qua sotto

pasternak.jpg

io, invece possiedo una vecchia edizione Einaudi del 1971, con la copertina rigida e la foto di Pasternàk in un piccolo riquadro in alto al centro. Le traduzioni sono di Ripellino, un po’ “antiche”, per i miei gusti. Ho comprato questo libro insieme a tanti altri una volta che decisi di acquistare libri direttamente dall’agenzia di distribuzione Einaudi, nel 1977. Era un modo per avere tanti libri tutti insieme e pagare a rate. Non so perchè ho scelto questo libro, ma ci sono alcune poesie che ancora oggi mi piacciono.

2. Queste invece sono parole che si trovano in Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar , qui sotto

adriano.jpg

Anche in questo caso, possiedo un’edizione diversa nella copertina, ma l’Einaudi, si sa, è in fase di cambiamento sulle copertine, non sempre gradevoli, devo dire a chi è abituato alla precedente austerità. Di Marguerite Yourcenar un altro bellissimo libro, che a me piace forse ancora di più, è L’opera al nero, sulla quale segnalo questo sito . Ma su di lei da leggere anche la biografia, scritta da Josyane Savigneau.

3.

L’ultimo libro invece è un libro di culto, Frammenti di un discorso amoroso, di Roland Barthes. Nella mia copia c’è segnata persino la data di acquisto, 10 aprile 1980. E dentro è tutto segnato, con colori e matite diverse, persino con un pennarello rosso, per far capire ad uno dei miei grandi amori che quelle frasi le doveva leggere perchè attraverso di esse io parlavo di noi. Un amore che poi è finito malamente. Ma il libro è da leggere. Come scrive Barthes nell’introduzione: ” Ciò che qui si é potuto dire dell’attesa, dell’angoscia, del ricordo, non è mai altro che un modesto supplemento offerto al lettore perchè se ne impossessi, vi aggiunga del suo, vi tolga ciò che non serve e lo passi ad altri…”. Frase che ha autorizzato le mie molteplici sottolineature. Ad aumentare l’interesse e il valore di questo libro, per me che lo lessi allora, i riferimenti ad altri testi che percorrono tutte le sue pagine, un richiamo continuo all’idea che la cultura, la letteratura, il pensiero della gente comune, citata nel testo attraverso le iniziali, formano un tutt’uno che non può essere tenuto distinto. Leggi il seguito di questo post »




un gioco alla maniera di Tzara (?)

30 12 2006

Chiamata in gioco da rose mi metto a giocare, anche se l’esperienza ludica non è molto consona al mio carattere. Ma ogni tanto bisogna pur fare cose che normalmente ci sono lontane. Così apro a p. 123, leggo le prime cinque, lunghe, frasi (che poi frasi o periodi? perchè c’è differenza e i linguisti converranno con me che le scuole di pensiero su questo sono piuttosto attente: frase semplice, frase complessa, periodo e via di seguito. Io comunque ho scelto di leggere periodi, cioè frasi articolate e complesse. Insomma basta con questa storia, piantiamola qui che si rischia di diventare pedanti), e ricopio le tre frasi seguenti. Che sono queste:

“Hanno torto: la bellezza di Nimes è diversa da quella di Arles. Ma questa stessa uniformità, su tre continenti, appaga i viaggiatori, come quella di una pietra miliare; persino le più insignificanti, tra le nostre città, godono del prestigio rassicurante di essere un posto di ristoro, una garnigione o un rifugio. La città: uno schema, una costruzione umana, mootona se si vuole, ma così come sono monotone le arnie colme di miele;un luogo di contatti e di scambi, dove i contadini vanno a vendere i loro prodotti o si attardano stupefatti a contemplare le pitture di un porticato…”

Il libro è Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.

Quanto ai tre blogger chiamati in causa…. direi, guardando il registro,…. tracciamenti  anche se alle prese con il trasloco, poi…sentiamo… sottotomo e poi pensieri oziosi.

Che non se ne abbiano a male. BUON ANNo a tutti.




La letteratura come menzogna

29 12 2006

Qualche tempo fa, durante una discussione, qualcuno citò: Finchè c’è al mondo un bimbo che muore di fame, fare letteratura è immorale” Qualcun altro chiosò: “Allora lo è sempre stata”. [............] Forse è vero: la letteratura è immorale, è immorale attendervi.

(da La letteratura come menzogna, di Giorgio Manganelli, Feltrinelli, 1967, oggi in edizione Adelphi)

In margine ad una mia riflessione sul fatto che in questo blog, da un po’ di tempo, parlo sempre di libri e poco di quello che mi succede intorno, nel mondo e mi sto chiedendo quanto sia ‘onesto’ e ‘corretto’.




segnalazioni

28 12 2006

Su Cristina Campo, argomento di questi giorni, segnalo anche questo libro di Alessandro Spina, amico della Campo. Un carteggio tra Spina e Cristina Campo era stato pubblicato anche da Scheiwiller, ma come dice la recensione nel link, “l’avevamo mancato perchè inutilmente giovani”. Sull’inutilmente non sono del tutto d’accordo, ma la frase rende l’idea del rammarico di chi dopo qualche anno, cercandolo, non l’ha più trovato in libreria.




Parco dei Cervi

27 12 2006

Sto rileggendo, come mi capita, Cristina Campo, il libro che preferisco, Gli imperdonabili. E mentre la rileggo, mi imbatto in frasi come questa, che meritano una pausa, all’inizio dello scritto che dà il titolo al post: “Se qualche volta scrivo è perchè certe cose non vogliono separarsi da me come io non voglio separarmi da loro. Nell’atto di scriverle esse penetrano in me per sempre- attraverso la penna e la mano- come per osmosi”.

Cristina Campo è uno dei tanti pseudonimi di Vittoria Guerrini ( su questo si può leggere la postfazione di Monica Farnetti in Sotto falso nome , edito sempre da Adelphi) nata a Bologna nel 1923 e morta a Roma nel 1977. Un personaggio molto particolare nel mondo letterario italiano, del tutto fuori regola, in ogni senso. Amica di Landolfi, De Robertis, Orelli, di Mario Luzi, Maria Zambrano, Bobi Bazlen (altro personaggio appartato, ma pare imprescindibile per la cultura italiana degli anni ‘50, di cui Del Giudice parla in un suo libro, Lo stadio di Wimbledon, dedicato proprio alla ricerca di Bazlen attraverso chi l’ha conosciuto a Trieste), traduttrice ed estimatrice di Simone Weil, Emily Dickinson, Virginia Wolf, scopritrice per l’Italia di Hofmannsthal e di William Carlos Williams. Davvero una persona singolare, che invito a conoscere attraverso la lettura della sua biografia, che ho citato nel precedente post.

Le parole di Cristina Campo che ho scritto sopra mi hanno fatto venire subito in mente una poesia di Emily Dickinson, piuttosto famosa, che riporto nella traduzione di Marisa Bulgheroni:

Una parola è morta / quando è pronunciata, / così dice qualcuno. / Io invece dico / che incomincia a vivere / proprio quel giorno.