Riprendo l’argomento della “nuova” letteratura e del perchè oggi sia così difficile leggere un buon libro di un autore/autrice italiani. Intanto sono d’accordo con Remo Bassini che, a commento del post , tra le altre cose scrive che in italia forse (dico forse, anche come soggetto interessato) si pubblicano troppi libri. 168 al giorno, sembra.
(con 4mila case editrici che litigano per entrare nelle 4mila librerie)
E’ vero, in Italia si pubblica troppo da qualche anno ( forse una decina, a occhio e croce), si pubblicano molti libri stranieri rispetto agli altri paesi europei, si pubblica molta letteratura anglo-americana. Su questo d’accordissimo. Ma di fronte a questi dati mi sorge sempre spontaneo il dubbio se questa “pratica” sia legata ad un effettivo valore aggiunto della letteratura straniera rispetto a quella nostrana piuttosto che ad una sorta di sudditanza (più o meno psicologica; del resto non è lo stesso anche nel cinema?) piuttosto che all’in/seguire( e contemporaneamente nutrire) gusti del pubblico che ormai sono del tutto assuefatti a stili, tecniche narrative e ambientazioni che poco hanno a vedere con l’Italia ( non che io non apprezzi questi stili, ecc.ecc.- ci tengo a dirlo- anzi).
Forse tutte e tre le cose, mi sentirei di dire, ma mi piace soffermarmi soprattutto sull’ultima, anche perchè credo sia quella su cui ho più da dire, essendo come lettrice direttamente coinvolta. Remo Bassini mi ha gentilmente invitata a dare un’occhiata ad un “gioco” letterario che si sta svolgendo sul suo blog. Il gioco consiste (meglio consisteva, perchè oggi Remo tira le fila del suo sondaggio) nel citare i nomi di tre autori o autrici italian* degn* di menzione e contemporanei. Ho pensato per un intero pomeriggio a quali fossero gli autori italiani che mi piacevano davvero e tra quelli che mi sono a vario titolo venuti in mente devo dire che ho salvato solo alcune autrici donne : Lalla Romano ( che è morta) più qualche poetessa, del tipo Patrizia Cavalli e Mariangela Gualtieri. Per il resto, sì, mi veniva qualche nome, ma solo in relazione a singoli libri ( del tipo… che so? Vassalli, Del Giudice, il “vecchio” Mozzi) e senza entusiasmi travolgenti.
Mi sono detta che in realtà la stessa cosa forse mi accadrebbe se qualcuno mi facesse la stessa richiesta riguardo ad autori stranieri, ma devo dire francamente che a questo proposito i nomi che mi vengono in mente sono molti di più e la mia ricerca d’archivio cerebrale non è poi così lenta e affannosa come nel primo caso.
E allora? Sono forse anche io assuefatta al mercato editoriale? Può darsi, anzi sicuramente è così, ma mentre nel caso del cinema riesco a volte ad apprezzare anche un buon film italiano ( tipo La strada di Levi, di cui parlo sotto o anche altri grandi film che non sto qui a citare, che so quelli di Moretti, tanto per dirne uno) nel caso della lettura invece proprio non riesco a decidermi di comprare un libro di autori italiani. E’ più forte di me, arrivo lì, li prendo in mano, li sfoglio un attimo, mi fermo a mezz’aria e li rimetto nella pila., con un leggero senso di noia e di già visto.
Credo che questa sensazione nasca proprio dalla lettura delle prime righe dei libri che prendo, quasi che l’autore o l’autrice non riesca a catturare la mia attenzione iniziale, a convincermi a lanciarmi nell’avventura della lettura, come se quello che lì dentro mi viene raccontato non andasse mai al di là del banale e già visto e vissuto quotidiano.
Ma la sensazione di cui sopra non nasce solo dalle parole che leggo e dal relativo significato, nasce anche dalla disposizione di queste parole, per lo più dimessa, anch’essa molto quotidiana, senza un guizzo di fantasia e invenzione, come se tutti i libri in Italia dovessero essere narrativamente lineari e semplici o esprimere un’idea di presente irrimediabilmente mediocre e piatto. Niente che ci faccia capire che siamo ormai nel 2000 avanzato, non tanto sul piano della descrizione di paesaggi, situazioni e stati d’animo, quanto nella struttura di ciò che si legge. Per dirla più chiaramente-( forse)- i nostri cervelli sono cambiati, ma di questo non c’è traccia negli autori italiani.
E poi anche poco interrogarsi di quale sia il posto del narratore nel mondo, dove si posiziona, quale relazione intrattienne con i suoi personaggi e quale con il mondo che descrive, come se ancora l’analisi del testo, quella che banalmente si insegna da tempo persino nelle scuole medie, ancora qui non fosse arrivata.
Ecco, forse questo è l’aspetto che più contribuisce a rendere poco interessante la letteratura italiana: nessuno o pochi si domandano dove sta chi scrive, chi è nel gioco della letteratura. In fondo, mi pare che sia la mancanza di tutta la cultura italiana, molto brava a partecipare ai vari premi e festival sparsi per la penisola, ma poco capace di interrogarsi, da sempre, sul suo ruolo dentro la società che alimenta e che la alimenta.
Su tutto questo qualche interessante articolo su Nazione indiana , in particolare questo.
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