1. Ci sono parole che non riesco più ad usare da un po’ di tempo. Ad esempio non riesco più ad usare l’aggettivo “sconvolgente” o parole tipo “bellissimo”. Non che prima le usassi spesso, ma qualche volta poteva capitare di dirle. Non mi riesce neanche più dire che un libro “mi ha appassionato”. Con i libri mi capita spesso di provare un iniziale interesse che dura però poche pagine, passate le quali la storia perde mordente, mi sembra ormai scontata, non sento pathos o una particolare bellezza nello stile che mi possa avvincere. Allora andare avanti è solo una questione di cocciutaggine, quasi una presa di posizione, come un estremo tentativo di offrire al libro la possibilità di migliorarsi e agganciare la mia attenzione di lettrice. Magari tra qualche pagine si riprende, mi dico, magari succede qualcosa che cambia tutto, ma è raro che accada.
Un’altra parola che non uno più è “tragedia”. A volte mi capitava di usarla in riferimento a una situazione semplicemente poco piacevole, del tipo che so, una serata andata storta: “é stata una tragedia”. Ho deciso, coscientemente di non usarla più, al pari di “sconvolgente” quando ho visitato Auschwitz e mi sono trovata davanti una vera tragedia e qualcosa che veramente era sconvolgente. Mi è allora venuto in mente che troppe volte usiamo le parole senza sapere più il loro vero significato, senza cogliere il nesso profondo che c’è, ci deve essere tra le parole e quello che esse designano.
Anche qui se ne parla, di parole che hanno perso il loro significato.
2. ‘ L‘ insegnamento del linguaggio quotidiano è un fenomeno senza precedenti nelle culture preindustriali L’attuale dipendenza da insegnanti retribuiti e da modelli del discorso ordinario è una caratteristica delle economie industriali tanto specifica quanto la dipendenza dai combustibili fossili. Solo nel corso della nostra generazione entrambe le cose, linguaggio ed energia, sono state viste come bisogni universali, da soddisfare mediante interventi pianificati. La sussistenza delle culture tradizionali era basata sulla luce solare, catturata soprattutto tramite l’agricoltura: la zappa, il fosso per l’irrigazione e il giogo erano dispositivi comuni, mentre apparati come le grandi vele o i mulini ad acqua erano meno frequenti. Le culture che vivevano di energia solare si servivano fondamentalmente di un linguaggio vernacolare che ciascun palante assorbiva attraverso le proprie radici. Come l’energia veniva tratta dalla natura per lo più mediante strumenti che tendevano ad accrescere la destrezza delle dita e la forza della braccia e delle gambe, così il linguaggio veniva tratto dall’ambiente culturale mediante incontri con persone che si potevano annusare e toccare, amare e odiare. I linguaggi insegnati erano rari, come le vele e i mulini. Nella maggior parte delle culture che conosciamo, il linguaggio si imponeva da sè all’individuo’
( da Nello specchio del passato, di Ivan Illich, Boroli editore) 
3. ? Chiunque di noi viaggi in tram non ha la minima idea -a meno che non sia un fisico di professione – di come esso fa a mettersi in movimento, e neppure ha bisogno di saperlo. Gli basta di poter “fare assegnamento” sul modo di comportarsi della vettura tranviaria, ed egli orienta il suo comportamento in base ad esso; ma non sa nulla di come si faccia per costruire un tram capace di mettersi in moto. Il selvaggio ha una conoscenza incomparabilmente migliore dei propri utensili. ………… Il selvaggio sa in che modo riesca a procurarsi il suo nutrimento quotidiano e quali istituzioni gli servano a tale scopo. La crescente intellettualizzazione e razionalizzazione non significa dunque una crescente conoscenza generale delle condizioni di vita alle quali si sottostà. Essa significa qualcosa di diverso: la coscienza o la fede che, se soltanto si volesse, si potrebbe in ogni momento venirne a conoscenza, cioè che non sono in gioco, in linea di principio, delle forse misteriose e imprevedibili, ma che si può, in linea di principio, dominare tutte le coese mediante un calcolo razionale. Ma ciò significa disincantamento del mondo.
( Da La scienza come professione, di Max Weber, Edizioni di Comunità)
Dove mi hanno portato piccole riflessioni…

Febbraio 10, 2007 alle 1:13 pm |
Certo, in linea di principio possiamo conoscere tutto lo scibile, non ci serve più avere una conoscenza approfondita dei funzionamenti degli apparati che ci circondano, basta che funzionino.
Il progresso offre maggiori possibilità, ma non maggiori competenze…non so se sia giusto, ma è inevitabile.
Sciura pina
Febbraio 10, 2007 alle 6:25 pm |
Il problema forse è quanto ci costa la perdita di vecchia competenze ( e di parole) rispetto al non acquisirne altre nuove.
Febbraio 12, 2007 alle 4:43 pm |
anche io provo idiosincrasia per alcune parole. generalmente mi tengo alla larga da quelle inflazionate, eccessivamente retoriche.
Da Susanna Tamaro in poi, ad esempio, ho deciso che lo scrigno dei miei sentimenti sono le viscere e non il simbolo rosso della fasta di San Valentino.
Febbraio 12, 2007 alle 7:18 pm |
E’ vero anche per me: alla larga dalle parole troppo consumate da aver perso il loro valore. Quanto ai sentimenti conosco persone che come te sentono di pancia e devo dire che le ho sempre invidiate, perchè personalmente non riesco ad essere così immediata. I miei sentimenti fanno giri lunghi, passano anche dalla testa e lì, tra le circonvoluzioni del cervello, spesso si perdono e si confondono. E’ molto difficile che attraversino direttamente la pancia e se lo fanno in genere sono di terrore, di paura di fronte a situazioni non controllabili o presunte tali. Grazie della visita, a presto.
Settembre 9, 2007 alle 6:52 pm |
Non ci sono problemi. Come già ebbi a dire altrove (non ricordo dove e in che occasione) sono convinta che lo scopo della rete – se scopo c’è- è di essere rete e quindi di collegare tra loro punti che occupano luoghi diversi. [come me la tiro in certi giorni!] Comunque grazie della visita [ma non hai dato il riferimento preciso al tuo blog e quindi non posso ricambiare]