centochiodi

31 03 2007

Ci sono - per fortuna- opere che comunque sia ti fanno riflettere. L’ultimo film di Olmi è una di queste. Non mi è molto facile riuscire così a caldo a esprimere le emozioni provate e le riflessioni che queste hanno provocato in me, tanto più che mi pare che il film vada piuttosto dentro di noi e quindi riemergere non è immediato.

Di cosa parla il film, credo sia ormai noto ai più,così come credo che molti stiano già storcendo il naso, un po’ perchè Olmi è dichiaratamente cattolico, dichiaratamente amico di Monsignor Bettazzi e dichiaratamente il suo film racconta la vita di Cristo sotto forma quasi di parabola evangelica moderna; ma lo storcignamento del naso nasce anche in molti dal “martirio” dei libri, dalla loro “crocifissione”, che costituisce il momento sicuramente più spettacolare del film e insieme l’argomento attorno al quale il dibattito è più serrato.

Perchè -a una lettura superficiale e laica superficialmente laica [*] - quella che si dichiara nel film è la condanna del libro, strumento non di salvezza, ma di perdizione, anzi di perdita: in una delle scene di dialogo tra due protagonisti, l’anziano monsignore addetto alla biblioteca e il giovane studioso autore del gesto “sacrilego”, il giovane dice che amare troppo i libri ha fatto perdere di vista l’amore per l’uomo.

Ma è altrettanto chiaro -almeno secondo il mio punto di vista- che la condanna di Olmi non riguarda il libro come generico “strumento” di sapere e conoscenza, ma il libro, anzi i libri, che contengono verità dogmatiche o che forse sono usati come depositi di verità immutabili. Così come immutabile e ferma nel tempo ci appare la biblioteca dove si svolge il “misfatto”, vuota, segno dell’ assenza dell’uomo.

E’ il pensiero che si irrigidisce nella parola quello contro cui si batte il protagonista del film, che sceglie la vita della gente comune, della gente che nel caos di oggi ha scelto di continuare a vivere a contatto con la natura e con il corso lento delle cose, rappresentato con immagini che davvero ti danno un gran senso di pace e sono le immagini dell’acqua del Po, delle sue secche, dei battelli che lo percorrono lentamente, quasi portati dalla corrente, a cui si contrappongono i battelli rapidi dei geometri, venuti a misurare gli argini.

L’amore per l’uomo e quello per la natura, entrambi oggi così sviliti e messi ai margini, entrambi così poco considerati e amati, sia dalle religioni, ognuna impegnata a ribadire la propria verità, il proprio dogma libresco, sia dal potere politico, anch’esso continuamente e solo proteso al dominio.

Non ti scordar di me recita il motivo che continuamente e nostalgicamente si sente passare nel film e a cantarlo sono proprio gli “umili” - passatemi questo termini di manzoniana memoria, che manzoniano non vuole essere-, quelli che si sentono abbandonati, perchè Cristo, alla fine, non torna.

Non mi pareva che fosse necessario essere cattolici per apprezzare questo film, ma forse mi sbaglio. Forse é necessario aver vissuto una certa epoca del cattolicesimo, quello di Giovanni XXIII, come scrive giustamente Michele Serra oggi su Repubblica. Perchè è vero che questo film rilancia, in modo per niente banale, alcune degli ideali di quel periodo, che sono stati spazzati via dagli ultimi due papi, in modo diverso l’uno dall’altro. Ridà fiato ad un certo tipo di chiesa e di cristianità a cui un tempo anche io ho creduto e credo di poterlo dire senza vergogna.

E’ difficile, lo ammetto, dare credito a questa religiosità, oggi che la chiesa cristiana è completamente su una linea di difesa ad oltranza dei suoi dogmi, di chiusura e di ritorno al passato e a posizioni di intransigenza e di ingerenza negli affari dello stato (italiano). Come credere a parole semplici come quelle di Cristo, alle sue parabole, di fronte a tutto questo?

Forse però il “messaggio” del film può colpire anche chi si rifiuta di dare questo credito, laddove parla di umanità e di amore per l’umanità. Anche Carver in fondo diceva di non aver paura ad usare certe parole: E ricordate anche quella parola poco usata che è ormai quasi sparita dall’uso, sia in pubblico che in privato: tenerezza. Non potrà farvi male. E quell’altra parola: anima, o chiamatela spirito, se preferite, se vi rende più facile rivendicare quel territorio. Non scordatevi neanche quella. Fate attenzione allo spirito delle vostre parole, delle vostre azioni. E’ una preparazione sufficiente. Non c’è bisogno di altre parole.

 Piccole note del 1 aprile

[*] Mi rendo conto che questa espressione potrebbe ingenerare qualche osservazione e credo che prima o poi la spiegherò.

[nota alla nota]: mi rendo conto che la nota presuppone che sia fatta qualche osservazione e mi chiedo chi mai dovrebbe fare un’osservazione su una cosa del genere.  Da questo dovrei ricavare il mio stato di alienazione in certe domeniche che ormai volgono alla fine.




bianciardi

30 03 2007

E il libro di Bianciardi è stato una lettura piacevole, a metà strada tra l’ironico e il nostalgico, con molti passaggi divertenti, come ad esempio questo, in cui descrive il linguaggio di certi apparati -e di certi intellettuali, non solo del suo tempo- ( i corsivi sono nel testo):
Per comodità di chi voglia fruttuosamente dedicarsi al lavoro culturale, sarà opportuno raccogliere a questo punto, tutta una serie di indicazioni sul problema del linguaggio. C’è infatti un lessico, una grammatica, una sintassi e una mimica che il responsabile del lavoro culturale non può ignorare.

Cominciamo subito, perciò, con il nocciolo della questione, il termine problema. Nonostante la differenza spaziale (alto-basso) dei due verbi, il problema si pone o si solleva………. Quasi sempre il problema, posto o sollevato che sia è nuovo; e si dà gran merito a chi, accanto agli antichi e non risolti, solleva problemi nuovi e interessanti o meglio ancora, di estremo interesse, purchè siano, ovviamente, concreti. Sul problema si apre un dibattito………Il dibattito, oltre che concreto, e più spesso che concreto, è ampio e profondo, anzi approfondito, e quasi sempre si propone un’analisi (approfondita anch’essa) della situazione. La giustezza della nostra analisi sarà poi confermata, invariabilmente, dagli avvenimenti.

L’ironia di Bianciardi e la sua grandezza di scrittore stanno, secondo me, nelle pieghe del discorso, oltre che nel senso di quello che dice: in quegli avverbi messi per inciso (ovviamente; invariabilmente) o nelle parentesi (approfondita anch’essa) o in quel nostra evidenziato come portatore di significato che va al di là del suo essere un aggettivo possessivo.

Oppure ancora nell’attacco della frase, ad esempio in quel Nonostante la differenza spaziale (alto-basso) che immediatamente ridicolizza tutto quello che segue con la parvenza di una maggiore serietà.

Bianciardi pare fosse famoso per gli incipit dei suoi libri, tutti piuttosto spiazzanti e, mi par di poter dire, molto moderni (forse addirittura troppo moderni per i lettori del suo tempo- da cui nasce probabilmente la sua relativa fortuna all’epoca). Mi pare memorabile l’apertura de La vita agra : Tutto sommato io darei ragione all’Adelung, perchè se partiamo sa un alto-tedesco Breite il passaggio a Braida è facile, e anche il resto: il dittongo che si contrae in una e apertissima, e poi la rotacizzazione della dentale intervocalica, che oggi grazie al cielo non è più un mistero per nessuno.

Anche Il lavoro culturale non è da meno: Il problema delle origini ha sempre sedotto e affaticato la mente di saggi, sapienti e intellettuali: origini dell’uomo, della specie, della società; origini del male e della disuguaglianza. Dalle origini di una città o di una religione si son calcolati gli anni e dire “originale” significa riconoscere un merito. Insomma pare -e chissà poi per quale ragione- che alla gente importi più del passato, del remoto passato, incapace ormai di far male ad alcuno, che dell’avvenire, del prossimo avvenire, sempre come sappiamo, minaccioso e incombente.

Nel libro Bianciardi racconta la vita culturale all’indomani della guerra in una piccola città del centro Italia -una riconoscibilissima Grosseto- e di come all’ interno di questa realtà provinciale si formassero in quegli anni gli intellettuali, quelli che come lui stesso più tardi dovranno poi emigrare al nord per poter proseguire il proprio lavoro, mentre la provincia continuava a sonnecchiare intorno ai tavolini dei caffè, incapace di uscire da un certo velleitarismo che nel libro viene bene raccontato e incapace anche di trasformare in iniziative stabili e coinvolgenti i progetti di nuova cultura via via proposti.

La bellezza e la particolarità della scrittura di Bianciardi secondo me stanno nella voce, che si propone subito a chi legge senza mediazioni, svettando immediatamente alta e sicura, come se chi affronta il libro si avvicinasse ad un capannello di persone che stanno discutendo o semplicemente parlando di qualcosa e cominciasse a cogliere le parole che vengono dette senza ancora sapere di cosa si sta parlando. Bianciardi non ti introduce, ti fa essere immediatamente in mezzo, ti parla come se tu lo conoscessi da sempre, tu sapessi già chi è, quali sono i suoi interessi e le sue idiosincrasie. E quello che parla ti è immediatamente simpatico.




in realtà

29 03 2007

In realtà avrei voluto scrivere un post su una bella discussione che ho ascoltato a Fahreneit l’altro giorno (martedì pomeriggio, per l’esattezza) sul film sulla battaglia delle Termopili, 300, una discussione piuttosto ricca di spunti di riflessione tra Antonio Scurati, Laura Pepe e Marino Sinibaldi . In realtà questo post che avrei voluto scrivere l’ho già scritto, un po’, su carta, perchè non avevo voglia di accendere il computer e perchè ho deciso che adesso lo devo usare con meno frequenza. In realtà ho cominciato poi a documentarmi su quello che andavo scrivendo e quindi ho recuperato l’articolo di Saviano che era stato citato diverse volte nel corso della trasmissione, ma ancora non sono riuscita a leggerlo in modo più approfondito di una rapida scorsa. In realtà la discussione e l’intervento di Scurati mi ha fatto venir voglia di sapere qualcosa di più su questo giovin signore che ogni tanto ultimamente sento nominare. Così, visto che ero in centro, ho fatto il mio obolo quasi quotidiano alla Feltrinelli e mi sono comprata un suo libro uscito lo corso anno per Bompiani, La letteratura dell’inesperienza. Scrivere romanzi al tempo della televisione, che ancora non ho avuto tempo di leggere perchè contemporaneamente- quasi per affinità di argomento- mi sono anche comprata Il lavoro culturale di Luciano Bianciardi e visto che da tanto dico di leggere Bianciardi e non ho mai letto niente mi sono messa a leggere questo.

Insomma una gemmazione continua. E’così che si comprano i libri e non c’è più posto in casa.

Quanto al post su 300, mi sa che prima o poi lo scrivo.




Così si percorre la vita

29 03 2007

Così si percorre la vita,

con l’ansia del commensale

tra portate che non arrivano.

Si mangia molto pane e si beve,

molto si conversa di favolosi cibi,

universi d’origano, foreste

d’ inauditi sapori. E’ già tardi

e sul limitare del pasto

in un deserto di molliche dalle segrete forme

(e questo è un piede sinistro, si vede)

la nera morte araba ci congeda.

E’ sempre Magrelli , mi ci sto affezionando.




26 03 2007

Più la leggo e più mi sembra bella. La poesia di Magrelli qui sotto.




essere matita

26 03 2007

Ho trovato questa poesia di Magrelli che mi pare si adatti a quanto si va discorrendo in questi giorni su alcuni blog.

Così la trascrivo.

Essere matita è segreta ambizione.

Bruciare sulla carta lentamente

e nella carta restare

in altra nuova forma suscitato.

Diventare così da carne segno,

da strumento ossatura

esile del pensiero.

Ma questa dolce

eclissi della materia

non sempre è concessa.

C’è chi tramonta solo col suo corpo:

allora più doloroso ne è il distacco.

( la poesia fa parte della raccolta Ora Serrata Retinae, nella sezione Rima Palpebralis, ora in POESIE (1980-1992) E ALTRE POESIE, Einaudi).

Altre poesie di Magrelli le trovate anche qui.

La pubblico perchè mi sembra di sentire qualche assonanza tra quella “segreta ambizione” che non a tutti e non sempre è concessa  e quello che scriviamo sui blog e perchè, soprattutto. Quanto al tramonto, non credo sia necessariamente morte, ma anche semplicemente andare a letto.

Buon giorno.