E il libro di Bianciardi è stato una lettura piacevole, a metà strada tra l’ironico e il nostalgico, con molti passaggi divertenti, come ad esempio questo, in cui descrive il linguaggio di certi apparati -e di certi intellettuali, non solo del suo tempo- ( i corsivi sono nel testo):
Per comodità di chi voglia fruttuosamente dedicarsi al lavoro culturale, sarà opportuno raccogliere a questo punto, tutta una serie di indicazioni sul problema del linguaggio. C’è infatti un lessico, una grammatica, una sintassi e una mimica che il responsabile del lavoro culturale non può ignorare.
Cominciamo subito, perciò, con il nocciolo della questione, il termine problema. Nonostante la differenza spaziale (alto-basso) dei due verbi, il problema si pone o si solleva………. Quasi sempre il problema, posto o sollevato che sia è nuovo; e si dà gran merito a chi, accanto agli antichi e non risolti, solleva problemi nuovi e interessanti o meglio ancora, di estremo interesse, purchè siano, ovviamente, concreti. Sul problema si apre un dibattito………Il dibattito, oltre che concreto, e più spesso che concreto, è ampio e profondo, anzi approfondito, e quasi sempre si propone un’analisi (approfondita anch’essa) della situazione. La giustezza della nostra analisi sarà poi confermata, invariabilmente, dagli avvenimenti.
L’ironia di Bianciardi e la sua grandezza di scrittore stanno, secondo me, nelle pieghe del discorso, oltre che nel senso di quello che dice: in quegli avverbi messi per inciso (ovviamente; invariabilmente) o nelle parentesi (approfondita anch’essa) o in quel nostra evidenziato come portatore di significato che va al di là del suo essere un aggettivo possessivo.
Oppure ancora nell’attacco della frase, ad esempio in quel Nonostante la differenza spaziale (alto-basso) che immediatamente ridicolizza tutto quello che segue con la parvenza di una maggiore serietà.
Bianciardi pare fosse famoso per gli incipit dei suoi libri, tutti piuttosto spiazzanti e, mi par di poter dire, molto moderni (forse addirittura troppo moderni per i lettori del suo tempo- da cui nasce probabilmente la sua relativa fortuna all’epoca). Mi pare memorabile l’apertura de La vita agra : Tutto sommato io darei ragione all’Adelung, perchè se partiamo sa un alto-tedesco Breite il passaggio a Braida è facile, e anche il resto: il dittongo che si contrae in una e apertissima, e poi la rotacizzazione della dentale intervocalica, che oggi grazie al cielo non è più un mistero per nessuno.
Anche Il lavoro culturale non è da meno: Il problema delle origini ha sempre sedotto e affaticato la mente di saggi, sapienti e intellettuali: origini dell’uomo, della specie, della società; origini del male e della disuguaglianza. Dalle origini di una città o di una religione si son calcolati gli anni e dire “originale” significa riconoscere un merito. Insomma pare -e chissà poi per quale ragione- che alla gente importi più del passato, del remoto passato, incapace ormai di far male ad alcuno, che dell’avvenire, del prossimo avvenire, sempre come sappiamo, minaccioso e incombente.
Nel libro Bianciardi racconta la vita culturale all’indomani della guerra in una piccola città del centro Italia -una riconoscibilissima Grosseto- e di come all’ interno di questa realtà provinciale si formassero in quegli anni gli intellettuali, quelli che come lui stesso più tardi dovranno poi emigrare al nord per poter proseguire il proprio lavoro, mentre la provincia continuava a sonnecchiare intorno ai tavolini dei caffè, incapace di uscire da un certo velleitarismo che nel libro viene bene raccontato e incapace anche di trasformare in iniziative stabili e coinvolgenti i progetti di nuova cultura via via proposti.
La bellezza e la particolarità della scrittura di Bianciardi secondo me stanno nella voce, che si propone subito a chi legge senza mediazioni, svettando immediatamente alta e sicura, come se chi affronta il libro si avvicinasse ad un capannello di persone che stanno discutendo o semplicemente parlando di qualcosa e cominciasse a cogliere le parole che vengono dette senza ancora sapere di cosa si sta parlando. Bianciardi non ti introduce, ti fa essere immediatamente in mezzo, ti parla come se tu lo conoscessi da sempre, tu sapessi già chi è, quali sono i suoi interessi e le sue idiosincrasie. E quello che parla ti è immediatamente simpatico.
Gennaio 14, 2008 alle 4:13 pm |
Condivido pienamente l’ultimo paragrafo.
Nei suoi romanzi , però, non c’è solo la sonnolenta provincia, ma anche la frenetica Milano (le segretarie tacchettanti nei corridoi), le case editrici (che lo trattavano malissimo), la storia politica e culturale di quegli anni. Su tutti, un formidabile ritratto di un direttore di rivista cinematografica: Fernaspe. Somigliantissimo, per chi lo ebbe come docente universitario molti anni dopo.
Luglio 28, 2008 alle 9:24 pm |
[...] ti mette subito in mezzo al paesaggio e alle persone di cui sta raccontando. Ne ho dato un esempio qui. Ma anche certe pagine interne sono molto belle, come questa ad [...]