Sto leggendo un libro di Paul Collins, Né giusto né sbagliato. Ne ho già parlato qui, perchè l’ho comprato l’anno scorso dopo aver letto Horbny. Ma adesso lo sto leggendo veramente, dopo averlo abbandonato per qualche mesetto. Somiglia molto al libro di Hornby e se qualcuno lo leggerà o l’ha già letto saprà che dietro questa somiglianza c’è una spiegazione precisa. Nel libro Collins parla più che altro della sua esperienza di padre di un bambino autistico, ma non ci racconta solo episodi di vita più o meno quotidiana: racconta anche le sue ricerche sulla via dell’autismo, la scoperta dei luoghi dove venivano chiusi i bambini che poi verranno definiti autistici, la storia degli psicologi o degli psichiatri che si sono occupati nel corso dei secoli di questa malattia, che fu diagnosticata per la prima volta come tale da due studiosi viennesi, Asperger (da cui deriva il nome di una delle tante tipologie della malattia) e Kanner, emigrato negli Stati Uniti. Entrambi si dedicarono allo studio di questa sindrome senza sapere niente l’uno dell’altro ed entrambi, e questo è certo più straordinario, dettero alla malattia lo stesso nome: autismo.
I bambini autistici non interagiscono co n il mondo esterno, sono incapaci di incrociare uno sguardo, di afferrare stimoli per noi altri fondamentali, agitano le mani e le braccia in maniera nervosa e parossistica, ripetono parole e frasi all’infinito, ma sono anche molto capaci nei calcoli matematici, sanno calcolare le radici cubiche all’età in cui gli altri bambini vanno all’asilo, imparano a memoria gli orari degli autobus o sanno dirti in che giorno della settimana è caduta una qualsiasi data.
Molti grandi matematici furono con ogni probabilità degli autistici,Turing, ad esempio, l’inventore del calcolatore, o anche personaggi che furono grandi nei loro campi d’azione, a cui si dedicarono in modo quasi maniacale per tutta la vita, come un certo Septimus Piesse, miglior profumiere del mondo che costruì per la Grande Esposizione del 1862 a Londra una Fontana Aromatica, da cui fuoriusciva acqua profumata, e che classificava i profumi e gli odori in genere in base alla loro musicalità, creando una vera e propria gamma di profumi in chiave di basso e di violino.
Una delle caratteristiche di alcuni autistici è infatti la capacità sinestetica tra parole e colori, il che significa che ascoltando una serie di parole il cervello di queste persone attiva sia i centri visivi sia quelli del linguaggio. Pare che questa capacità sia presente negli umani dalla nascita: il cervello di un bambino piccolo è in grado di formare connessioni neurali velocissimamente, creando molti percorsi che si rivelano poi inutili o poco importanti e che quindi dopo i due anni di vita vengono automaticamente tagliati, con una riduzione dei neuroni presenti. Tra i percorsi che vengono eliminati ci sarebbero anche quelli che collegano tra loro sensi distinti, cosa che invece non avviene negli autistici.
Leggendo il libro mi imbatto nella descrizione di uno dei tanti strani personaggi che lo popolano. E’ un signore le cui opere vengono descritte così da Collins: Stanno in un mondo tutto loro, sigillate dentro scatole di legno e di vetro. Sono composizioni divise in scomparti, fatte con uccelli impagliati, pezzi di mappe del Baekeker, assemblaggi di biglie e parti di bambole smembrate, pubblicità di alberghi e vasi da farmacia. Stanno a metà tra la vetrinetta delle curiosità e il vassoio del bento giapponese; incisioni storiche e frammenti di libri dimenticati si mescolano ai più prosaici detriti della vita quotidiana. Di per sé ciascun pezzo è stranamente affascinante, ma non si presta ad una particolare interpretazione;quando però ci si allontana dalla scatola e la si osserva nella sua totalità, la composizione diventa perturbante e bellissima.
Le riconosco, le ho viste da qualche parte queste scatole. Non devo neanche frugare troppo a lungo nella memoria: è Joseph Cornell, un artista americano. Autistico a detta di Collins per alcune delle caratteristiche della sua esistenza-solitudine cercata, rari contatti con il mondo esterno, ricerca ossessiva di dare un senso unitario ad un mondo che percepiva come estremamente frammentario. Che faceva cose meravigliose come questa o come questa o ancora questa o questa .
Le ho viste in una mostra a Firenze, nella Sala d’Arme di Palazzo Vecchio, appena arrivata in questa città per studiare, 1981. Per anni ho tenuto in camera un poster della mostra. Cornell mi aveva colpito e adesso me lo ritrovo davanti a 26 anni di distanza, dopo averlo dimenticato, per opera di un libro. A me queste sembrano le incredibili coincidenze della vita e ne sono quasi commossa, devo dire.
Su Cornell, anche qui, girellando in rete. E molto prima di me.
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