Ci risiamo

30 04 2007

Ma di’ soltanto una parola e l’anima mia sarà salvata

sentivo mormorare da bambino

e presto stabilii

che il salvifico effato

non altro potea essere

che ASPARAGO

Dappoi che ti conobbi

il divo ortaggio

rientrò nel rango suo

perché fu chiaro che la mia salvezza

poteva venir più banalmente

e solamente

dalla parola

(da Cento poesie d’amore a Ladyhawke, di Michele Mari)

E’ inevitabile, periodicamente ritorno alla poesia. Non so quando succede, né da cosa dipende: forse una malinconia che mi prende, la nostalgia di certi momenti che sembrano così lontani, il senso di aver perduto qualcosa o di non aver approfittato delle occasioni che la vita mi ha offerto. In questi momenti, che poi vengono soffocati dalla ripetizione del quotidiano, mi rifugio nei poeti, nella loro dolcezza, ma anche nella capacità di dissacrare che alcuni di loro mostrano quando smettono di prendersi sul serio e scendono bruscamente sulla terra. Anche Mari è uno di questi poeti, un po’ come Patrizia Cavalli, direi. Una nuova generazione che ha il dono dell’autoironia, una dote che forse mancava - e manca- a molti che scrivono di lettere. Una risata (gentile) vi seppellirà, sarà questo che hanno ricevuto in eredità.

Mi dai del gentiluomo

                                e me ne vanto

poi mi rammento

dei versi di Rimbaud

par délicatesse

j’ai perdu ma vie

e come Petrolini

                        me ne pento

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Sta piovendo. Dopo giorni di caldo, finalmente. Ma mette un po’ di malinconia, la pioggia. Finalmente anche quella, meglio della monotonia.




la testata

29 04 2007

Questa che alberga idealmente sopra la mia testa

/tale è la mia identificazione con quello che scrivo, da pensare il mio cervello nella parte più alta di questa pagina che scorre, come se il blog intero fosse tutto il mio corpo/

è un’immagine da una delle scatoline di Cornell,di cui si parla qui sotto, a livello della bocca, direi, per continuare a parlare di blog-corpo.

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Generalizzando

Tutti riceviamo un dono.

Poi, non ricordiamo più

né da chi né cosa sia.

Soltanto, ne conserviamo

-pungente e senza condono-

la spina della nostalgia.

( Giorgio Caproni, da Res Amissa, 1991, in Tutte le poesie,Garzanti)

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Nel frattempo non ho resistito e ho cambiato ancora aspetto: la Primula Rossa, mi pare di essere. Per un po’ indosserò questo nuovo travestimento.

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Mi chiedo quanto resisterò, vestita così, e che ne è stato della mia sobrietà.




le incredibili coincidenze della vita

27 04 2007

Sto leggendo un libro di Paul Collins, Né giusto né sbagliato. Ne ho già parlato qui, perchè l’ho comprato l’anno scorso dopo aver letto Horbny. Ma adesso lo sto leggendo veramente, dopo averlo abbandonato per qualche mesetto. Somiglia molto al libro di Hornby e se qualcuno lo leggerà o l’ha già letto saprà che dietro questa somiglianza c’è una spiegazione precisa. Nel libro Collins parla più che altro della sua esperienza di padre di un bambino autistico, ma non ci racconta solo episodi di vita più o meno quotidiana: racconta anche le sue ricerche sulla via dell’autismo, la scoperta dei luoghi dove venivano chiusi i bambini che poi verranno definiti autistici, la storia degli psicologi o degli psichiatri che si sono occupati nel corso dei secoli di questa malattia, che fu diagnosticata per la prima volta come tale da due studiosi viennesi, Asperger (da cui deriva il nome di una delle tante tipologie della malattia) e Kanner, emigrato negli Stati Uniti. Entrambi si dedicarono allo studio di questa sindrome senza sapere niente l’uno dell’altro ed entrambi, e questo è certo più straordinario, dettero alla malattia lo stesso nome: autismo.

I bambini autistici non interagiscono co n il mondo esterno, sono incapaci di incrociare uno sguardo, di afferrare stimoli per noi altri fondamentali, agitano le mani e le braccia in maniera nervosa e parossistica, ripetono parole e frasi all’infinito, ma sono anche molto capaci nei calcoli matematici, sanno calcolare le radici cubiche all’età in cui gli altri bambini vanno all’asilo, imparano a memoria gli orari degli autobus o sanno dirti in che giorno della settimana è caduta una qualsiasi data.

Molti grandi matematici furono con ogni probabilità degli autistici,Turing, ad esempio, l’inventore del calcolatore, o anche personaggi che furono grandi nei loro campi d’azione, a cui si dedicarono in modo quasi maniacale per tutta la vita, come un certo Septimus Piesse, miglior profumiere del mondo che costruì per la Grande Esposizione del 1862 a Londra una Fontana Aromatica, da cui fuoriusciva acqua profumata, e che classificava i profumi e gli odori in genere in base alla loro musicalità, creando una vera e propria gamma di profumi in chiave di basso e di violino.

Una delle caratteristiche di alcuni autistici è infatti la capacità sinestetica tra parole e colori, il che significa che ascoltando una serie di parole il cervello di queste persone attiva sia i centri visivi sia quelli del linguaggio. Pare che questa capacità sia presente negli umani dalla nascita: il cervello di un bambino piccolo è in grado di formare connessioni neurali velocissimamente, creando molti percorsi che si rivelano poi inutili o poco importanti e che quindi dopo i due anni di vita vengono automaticamente tagliati, con una riduzione dei neuroni presenti. Tra i percorsi che vengono eliminati ci sarebbero anche quelli che collegano tra loro sensi distinti, cosa che invece non avviene negli autistici.

Leggendo il libro mi imbatto nella descrizione di uno dei tanti strani personaggi che lo popolano. E’ un signore le cui opere vengono descritte così da Collins: Stanno in un mondo tutto loro, sigillate dentro scatole di legno e di vetro. Sono composizioni divise in scomparti, fatte con uccelli impagliati, pezzi di mappe del Baekeker, assemblaggi di biglie e parti di bambole smembrate, pubblicità di alberghi e vasi da farmacia. Stanno a metà tra la vetrinetta delle curiosità e il vassoio del bento giapponese; incisioni storiche e frammenti di libri dimenticati si mescolano ai più prosaici detriti della vita quotidiana. Di per sé ciascun pezzo è stranamente affascinante, ma non si presta ad una particolare interpretazione;quando però ci si allontana dalla scatola e la si osserva nella sua totalità, la composizione diventa perturbante e bellissima.

Le riconosco, le ho viste da qualche parte queste scatole. Non devo neanche frugare troppo a lungo nella memoria: è Joseph Cornell, un artista americano. Autistico a detta di Collins per alcune delle caratteristiche della sua esistenza-solitudine cercata, rari contatti con il mondo esterno, ricerca ossessiva di dare un senso unitario ad un mondo che percepiva come estremamente frammentario. Che faceva cose meravigliose come questa o come questa o ancora questa o questa .

Le ho viste in una mostra a Firenze, nella Sala d’Arme di Palazzo Vecchio, appena arrivata in questa città per studiare, 1981. Per anni ho tenuto in camera un poster della mostra. Cornell mi aveva colpito e adesso me lo ritrovo davanti a 26 anni di distanza, dopo averlo dimenticato, per opera di un libro. A me queste sembrano le incredibili coincidenze della vita e ne sono quasi commossa, devo dire.

Su Cornell, anche qui, girellando in rete. E molto prima di me.




Una dimenticanza

26 04 2007

Dovevo postare questo giorni fa, perchè non c’è solo il 25 aprile da ricordare.




Prima lettera

26 04 2007

… basta saper immaginare un’isola, perché quest’isola incominci realmente ad esistere.




Lettere dalla Kirghisia

24 04 2007

Sesta lettera

Kirghisia 18 agosto

Cari amici,

come potete immaginare sono molto cambiato, da quando ho iniziato questo viaggio in Kirghisia. Poco a poco mi ha abbandonato quel senso di incredulità, suscitato dagli ebventi in un paese tanto semplice e felice.  Non c’è più traccia del dilemma sogno o realtà, che nei primi giorni mi impediva di vivere con gioia le scoperte che andavo facendo. La gente dunque qui in Kirghisia lavora tre ore al giorno, i bambini imparano giocando, i deputati e i ministri fanno del volontariato.
Chi ha desiderio di fare l’amore lo segnala mettendosi un fiore azzurro sul petto, l’assenza dell’esercito e delle armi sta procurando a tutti i cittadini un buon pranzo caldo e gratuito al giorno, gli anziani vengono venerati e tutto ciò senza particolari investimenti economici. Semplicemente spostando, da parte di ognuno, il centro dell’attenzione sull’essere umano e i suoi naturali desideri. ……

Potete fermare un qualsiasi cittadino kirghiso che vi passa accanto e vi dirà in pochi minuti quelle informazioni essenziali che consentono alla macchina umana e sociale di funzionare bene. L’ho fatto e un buon kirghiso si è seduto accanto a noi e ha elencato i fondamentali bisogni e desideri di un essere umano, sotto ogni latitudine, a tutte le età, indipendentemente dalla sua estrazione sociale.

” Per funzionare bene il corpo umano deve innanzitutto saper dormire, il che non significa solo andarsene a letto e chiudere gli occhi. Esiste una vera e propria cultura del sonno. Dopo aver dormito bene, ogni essere umano deve saper mangiare, evitando di introdurre nell’organismo qualsiasi sostanza estranea ai suoi reali bisogni. Poi deve saper lavorare, ma, come ormai qui da noi tutti fanno, lavorare il meno possibile, non più di tre ore al giorno. Ogni giorno deve saper imparare, qualsiasi cosa, ma sempre collegata al desiderio di conoscere, semplicemente come nutrimento della personalità. Deve saper dare, perché dare non è solo uno dei massimi piaceri ma anche un meccanismo di rinnovamento del pensiero e della personalità. Poi deve saper creare, lasciando una traccia di sé e della propria unicità, come dice un nostro poeta kirghiso: c’è qualcosa di più sottile e profondo che voltarsi continuamente a contemplare il cammino percorso, il cammino sul quale, se non si sono lasciate tracce, si è persa per sempre la vita. Poi deve saper amare e saper fare l’amore, arte qui da noi prima affidata al caso e conosciuta solo superficialmente, ora divenuta materia di dialogo e di conoscenza. Infine è fondamentale saper vedere quel velo di mistero che copre ogni cosa. Ovvero saper guardare gli oggetti e le persone che ci circondano ogni giorno, come se li vedessimo per la prima volta.”

(da Lettere dalla Kirghisia, di Silvano Agosti, Edizioni L’immagine,2005)

Di Silvano Agosti  ho parlato qui, nei commenti ad un post su Alda Merini , per ricordare un suo film su Franco Basaglia, La seconda ombra. E poi oggi l’ho sentito a Fahrenheit, intervistato da Marino Sinibaldi sul suo ultimo libro. [Da domani l'intervista si può ascoltare nel podcasting del sito di Radio 3.] Così mi è venuto in mente questo post. E’ difficile, oggi, dare ascolto a una persona come Agosti, ma basta abbandonarsi un poco e l’ascolto diventa più semplice. In Kirghisia nessuno lavora più di 3 ore al giorno e il resto del tempo lo dedichiamo alla vita. Tranquilli, è solo un’utopia.