Un diffuso bisogno di epica

By pessima

caracaterina mi lascia un commento (graditissimo) al post sul film di Olmi.

Ora, a volte le coincidenze capitano anche in rete, così come nella vita[*] e ieri avevo letto un suo testo con tutte le sue propaggini e sorgenti, su cui ho scritto qualcosa. Siccome c’entra anche il film di Olmi, lo scrivo qui di seguito, così le rispondo. Spero che non mi si accusi – è capitato, ma non credo sia questo il caso- di “rubare la discussione”: non voglio rubare niente a nessuno, anzi. Mi pare che quella che sto praticando, e che altri tranquillamente praticano, sia una forma di scrittura collettiva, che secondo me non procede per aggiunte ad un testo già dato e già con la sua bella forma, ma forse può essere anche questo modo di collegarsi gli uni/une alle altre/altri parlando e discorrendo su certe cose che interessano. Cosa ne viene fuori non si sa bene- forse- almeno non è già dato, ma qualcosa ne viene fuori ed è collettivo. Consiglio comunque vivamente chi abbia la ventura di leggere questo post, di andarsi a leggere prima o contestualmente e con attenzione le fonti. Ma basta con i preamboli.

Oggi (ieri per chi legge) ho letto qualche articolo interessante su argomenti che mi interessano da qualche tempo. Poi, sull’onda dell’entusiasmo, nonostante l’ora tarda e una giornata tutta di scuola, ho iniziato il libro di Scurati che mi ero comprata qualche giorno fa. Mi soffermo su alcuni punti del discorso/discorsi che mi piace affrontare, che toccano alcuni nodi su cui sto riflettendo. Riprendo alcuni passaggi del testo di caracaterina ( in corsivo), sperando che questo non crei problemi.

1° punto : bisogno diffuso di epica che sta caratterizzando i discorsi della nostra società occidentale…. Perchè è l’epica che racconta “una” e una sola “verità” che non parla con lingua biforcuta. Che non ti confonde.

D’accordo, mi pare semplice esserlo. Tutto intorno, da qualche anno, ci stanno chiamando a questo. Da parte del moltocitato Baricco in particolare, a partire dal suo recupero dell’Iliade (senza dei, puah anche io) e del suo discorso sulla “bellezza della guerra” per finire a 300 , senza dimenticare Q – che è se non sbaglio addirittura del secolo scorso- o Il signore degli anelli, che per inciso i miei figli adolescenti stasera si stanno riguardando in dvd e ne sento i rumori in sottofondo. Un bisogno di epica che coinvolge , mi pare, un po’ tutti, e che non illudiamoci sia confezionato- come diceva Scurati la settimana scorsa a Fahreneit- solo per maschi adolescenti brufolosi americani che vanno al cinema con i popcorn da sgranocchiare per tutta la durata del film. Certi film piacciono anche a noi, comunque le loro atmosfere in qualche misura ci coinvolgono – se sono film fatti bene, ovvio- e quindi siano di fronte anche ad un nostro bisogno. Quando dico noi intendo “noi colti capaci di decodificare e sovraleggere un prodotto”- si fa per dire, ma ci si intende. Anche a Scurati piacciono, per sua stessa ammissione: ascoltare per credere.

Resta da stabilire dove ci stanno portando con questi richiami della foresta e qui si passa attraverso il secondo punto su cui mi vorrei soffermare.

2° punto: Il discorso epico è proprio così: subdolo. Esalta il prodotto senza parlarne perchè parla d’altro.

Anche su questo siamo d’accordo, ma anche questo non è un discorso nuovo: mi pare che lo facciamo in fondo da quando abbiamo scoperto o capito che la pubblicità serviva non solo per vendere il prodotto ma anche per creare l’esigenza del prodotto e insieme l’acquirente a vita. E abbiamo cominciato la nostra resistenza o i nostri più o meno riusciti tentativi di resistenza. Il discorso è un po’ diverso, me ne rendo conto bene, ma qualche punto di contatto lo si può anche intravedere.

Apro una parentesi per parlare di Olmi. Perché in uno dei post che ho letto si parla anche di Olmi e del suo film e lo si fraintende ancora una volta, mi pare. Non voglio passare per una che difende Olmi ad oltranza, lontane da me simili posizioni stile crociata. Non sono il tipo, lo dico per tranquillizzare chi dovesse passare da queste parti.

Ma a me sembra - e l’ho già scritto- che il film non condanni la parola scritta e il libro tout court, bensì la parola scritta che proprio perché tale si ritiene infallibile e immutabile, unica depositaria della verità e capace di dire dove sta il bene e dove il male. E che quindi – come tale-sia quanto di più anti-epico si possa immaginare se l’epica è fatta di opposizioni buono/cattivo, vero/falso e come tale rassicurante.

Il film di Olmi non è rassicurante, non ha un lieto fine in cui gli sconfitti riescono comunque ad essere eroi. Rimangono come prima. Soli.

Se poi si vuole dire che epica= discorso sull’uomo, allora se ne può discutere. Ma se non c’è epica senza dio, dio nel film non si vede né si sente proprio o se si vede e si sente è nella bocca e nei gesti di chi ama i libri e le loro verità.

La parentesi l’ho aperta e non la chiudo perché mi porta dritta dritta al terzo punto di cui volevo parlare.

3° punto: Ma se uno non volesse rispondere all’appello e schierarsi di qua o di là? Se…. non volesse stare al discorso dell’Impero? Se si sentisse un po’ barbaro…. ma non volesse conquistare Roma…? [stiamo sempre parlando delle famose contrapposizioni di cui al punto 2 e dell'identità polarizzata che creano]

Certo che si può e – forzando un po’ la mano, lo ammetto- la gente del Po di Olmi sta proprio in questa terra di nessuno e non vuole conquistare niente se non la possibilità di continuare a stare lì a raccontarsi le sue storie.

Capisco che il discorso dei post che ho letto è diverso: si parla di marketing, di vendite e di chi entra con le sue scelte nelle logiche dell’Impero e di chi -apparentemente- non vuole entrare. Ma allora mi chiedo: ma non è che l’Impero in fondo esiste perché esistono anche quelli che non sono Impero ( barbari o meno che siano)? Come dire che forse è difficile opporsi a certe logiche quando anche noi comunque ne facciamo parte perché viviamo nelle/delle stesse cose.

Mi pare che – volenti o nolenti- siamo, noi che scriviamo in rete, noi che leggiamo blog, noi che compriamo libri, parte dell’Impero, comunque la pensiamo. Viviamo dentro l’Impero.

E allora il problema è diverso: è come tirarsi fuori restando dentro. E sono d’accordo che non è per niente facile, ma non impossibile, ne sono convinta.

E il libro di Scurati?

La prossima volta.

NOTE
[*] : la rete fa parte della vita, sciocchina!

AVVISO: ho cambiato di nuovo l’aspetto del blog perchè secondo me si leggeva male e quindi per comodità, non per la mia solita frenesia di cambiamenti. Ma mi è molto dispiaciuto per Basquiat.

4 Risposte a “Un diffuso bisogno di epica”

  1. untitled io Dice:

    beh: trovarsi entro i confini (o alle soglie) dell’impero non fa di te, automaticamente, un imperialista. Tanto non lo fa, che nel momento stesso in cui scrivo queste cose mi viene un po’ da ridere: se le nostre metafore di riferimento (quelle intorno alle quali cerchiamo di ricostruire continuamente il senso del lavoro che facciamo) sono veicoli gialli e rossi così poco minacciosi… Certo, c’è qualcosa di “epico” nel piccolo che comunque accetta la sfida di mettersi in carreggiata al fianco di veicoli potenti, ma non è questa la storia che vogliamo raccontare e raccontarci, perché in definitiva un pulmino di quella fatta ti porta dappertutto; per esempio a parlare qui, tranquillamente, con una persona alla quale il nostro discorso interessa – soprattutto con lei, prima ancora che “al pubblico degli utenti” (e financo, nel nostro caso, dei potenziali e indifferenziati “clienti”). Dico venire qui a chiacchierare, piuttosto che starcene a braccia conserte lì da noi, a ricevere il nostro tesoretto quotidiano di visibilità e a contemplare la nostra ondina di share :)
    untitled io

    P.S.: abbiamo messo un link a questo post: attenzione all’onda :) )

  2. caracaterina Dice:

    Ne diffido ma, lo ammetto senza difficoltà, il film di Olmi mi incuriosisce davvero. Soprattutto per come ne scrivi tu. E poi mi chiedo: se gli sconfitti non “riescono comunque ad essere eroi. Rimangono come prima. Soli” si può ancora parlare di sconfitta? Questa condizione non è meglio definibile come ricerca, come desiderio?

  3. pessimesempio Dice:

    Certamente meglio andare/venire a chiacchierare piuttosto che stare con i piedini sul bagnasciuga. A me pare che il senso di un blog sia proprio questo: “buttare lì qualcosa e andare via”, come cantava ai suoi tempi Gaber. A parte questo, forse è vero- e rispondo ad entrambi i commenti- che nel piccolo c’è sempre qualcosa di epico: anche questo ce l’hanno insegnato fin da bambini. Il “problema” – chiamiamolo così, non mi piace tanto definire problemi queste questioni che hanno a che fare con il ragionamento, mi sembra di dar loro un’importanza fuori misura- è che di solito nella storia il piccolo che poi vince diventa grande e allora perde la sua specificità. Si sostituisce un potere, insomma. Lo so che è un discorso un po’ lungo e andrebbe fatto con più calma e tempo. Vediamo poi. Quelli di Olmi, sì, potrebbero essere eroi e mi sta bene definire la loro condizione desiderio, senza cadere quindi in una visione un po’ romantica dello sconfitto che credo si annidi a volte dentro di noi. A presto, grazie della visita e un abbraccio.

  4. cose da dire « scompartimento per lettori e taciturni Dice:

    [...] essere forse raccontato, anche se non ha nulla di epico e di tragico. O forse, come si scriveva qualche post fa in qualche commento, anche rimanere soli ha in sé qualcosa di [...]

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