Sesta lettera

Kirghisia 18 agosto

Cari amici,

come potete immaginare sono molto cambiato, da quando ho iniziato questo viaggio in Kirghisia. Poco a poco mi ha abbandonato quel senso di incredulità, suscitato dagli ebventi in un paese tanto semplice e felice.  Non c’è più traccia del dilemma sogno o realtà, che nei primi giorni mi impediva di vivere con gioia le scoperte che andavo facendo. La gente dunque qui in Kirghisia lavora tre ore al giorno, i bambini imparano giocando, i deputati e i ministri fanno del volontariato.
Chi ha desiderio di fare l’amore lo segnala mettendosi un fiore azzurro sul petto, l’assenza dell’esercito e delle armi sta procurando a tutti i cittadini un buon pranzo caldo e gratuito al giorno, gli anziani vengono venerati e tutto ciò senza particolari investimenti economici. Semplicemente spostando, da parte di ognuno, il centro dell’attenzione sull’essere umano e i suoi naturali desideri. ……

Potete fermare un qualsiasi cittadino kirghiso che vi passa accanto e vi dirà in pochi minuti quelle informazioni essenziali che consentono alla macchina umana e sociale di funzionare bene. L’ho fatto e un buon kirghiso si è seduto accanto a noi e ha elencato i fondamentali bisogni e desideri di un essere umano, sotto ogni latitudine, a tutte le età, indipendentemente dalla sua estrazione sociale.

” Per funzionare bene il corpo umano deve innanzitutto saper dormire, il che non significa solo andarsene a letto e chiudere gli occhi. Esiste una vera e propria cultura del sonno. Dopo aver dormito bene, ogni essere umano deve saper mangiare, evitando di introdurre nell’organismo qualsiasi sostanza estranea ai suoi reali bisogni. Poi deve saper lavorare, ma, come ormai qui da noi tutti fanno, lavorare il meno possibile, non più di tre ore al giorno. Ogni giorno deve saper imparare, qualsiasi cosa, ma sempre collegata al desiderio di conoscere, semplicemente come nutrimento della personalità. Deve saper dare, perché dare non è solo uno dei massimi piaceri ma anche un meccanismo di rinnovamento del pensiero e della personalità. Poi deve saper creare, lasciando una traccia di sé e della propria unicità, come dice un nostro poeta kirghiso: c’è qualcosa di più sottile e profondo che voltarsi continuamente a contemplare il cammino percorso, il cammino sul quale, se non si sono lasciate tracce, si è persa per sempre la vita. Poi deve saper amare e saper fare l’amore, arte qui da noi prima affidata al caso e conosciuta solo superficialmente, ora divenuta materia di dialogo e di conoscenza. Infine è fondamentale saper vedere quel velo di mistero che copre ogni cosa. Ovvero saper guardare gli oggetti e le persone che ci circondano ogni giorno, come se li vedessimo per la prima volta.”

(da Lettere dalla Kirghisia, di Silvano Agosti, Edizioni L’immagine,2005)

Di Silvano Agosti  ho parlato qui, nei commenti ad un post su Alda Merini , per ricordare un suo film su Franco Basaglia, La seconda ombra. E poi oggi l’ho sentito a Fahrenheit, intervistato da Marino Sinibaldi sul suo ultimo libro. [Da domani l'intervista si può ascoltare nel podcasting del sito di Radio 3.] Così mi è venuto in mente questo post. E’ difficile, oggi, dare ascolto a una persona come Agosti, ma basta abbandonarsi un poco e l’ascolto diventa più semplice. In Kirghisia nessuno lavora più di 3 ore al giorno e il resto del tempo lo dedichiamo alla vita. Tranquilli, è solo un’utopia.



3 Responses to “Lettere dalla Kirghisia”  

  1. 1 caracaterina

    Non mi tranquillizzo affatto. Mi deprimo, perchè sono nata nella parte sbagliata del mondo :/

  2. 2 Annie

    ne avevo sentito parlare da Fabio Volo, ed è strano, ma non avevo DAVVERO capito subito che era un’invenzione… che animo innocente!

  3. 3 pessimesempio

    Neanche io avevo capito che era un’invenzione: c’ho messo quasi un anno.

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