Ma di’ soltanto una parola e l’anima mia sarà salvata
sentivo mormorare da bambino
e presto stabilii
che il salvifico effato
non altro potea essere
che ASPARAGO
Dappoi che ti conobbi
il divo ortaggio
rientrò nel rango suo
perché fu chiaro che la mia salvezza
poteva venir più banalmente
e solamente
dalla parola
Sì
(da Cento poesie d’amore a Ladyhawke, di Michele Mari)
E’ inevitabile, periodicamente ritorno alla poesia. Non so quando succede, né da cosa dipende: forse una malinconia che mi prende, la nostalgia di certi momenti che sembrano così lontani, il senso di aver perduto qualcosa o di non aver approfittato delle occasioni che la vita mi ha offerto. In questi momenti, che poi vengono soffocati dalla ripetizione del quotidiano, mi rifugio nei poeti, nella loro dolcezza, ma anche nella capacità di dissacrare che alcuni di loro mostrano quando smettono di prendersi sul serio e scendono bruscamente sulla terra. Anche Mari è uno di questi poeti, un po’ come Patrizia Cavalli, direi. Una nuova generazione che ha il dono dell’autoironia, una dote che forse mancava – e manca- a molti che scrivono di lettere. Una risata (gentile) vi seppellirà, sarà questo che hanno ricevuto in eredità.
Mi dai del gentiluomo
e me ne vanto
poi mi rammento
dei versi di Rimbaud
par délicatesse
j’ai perdu ma vie
e come Petrolini
me ne pento
********
Sta piovendo. Dopo giorni di caldo, finalmente. Ma mette un po’ di malinconia, la pioggia. Finalmente anche quella, meglio della monotonia.
Maggio 1, 2007 alle 3:20 pm |
Fa un po’ effetto scrivere bianco su nero. BTW.
Non e’ che saresti tanto gentile da tradurmi (regalarmi delle linee guida circa) la poesia dell’asparago. mi e’ piaciuta (non chiedermi il motivo poiche’ non lo so) ma non ho capito nulla. aka. dicendo si’ , salva l’anima all’asparago? alcune volte qui, a casa tua, mi sento veramente tonto…
fubar / 070501st
ps
sui paesi dell’ex urss. la mia ”insolenza” doveva essere ironica. ma la profonda conoscenza di tali nazioni che ho riscontrato in passato in un blog l’ho erroneamente attribuita a te. scusami. non avevo tempo per scrivere un altro commento.
Maggio 1, 2007 alle 9:06 pm |
Proprio perchè sei te, altrimenti non lo farei e ti direi rileggila. Invece eccomi che provo a spiegarti che: come lui da bambino pensava che la parola asparago potesse salvare la sua anima nella ben nota preghiera signore non son degno- la parola è scelta da lui bambino tra le tante che avrebbe potuto trovare o forse perchè amava gli asparagi o forse perchè gli sembra particolarmente spiritoso utilizzare una parola così strana per salvarsi l’anima- nsomma, poi quando invece ha incontrato lei – lei quella che lui amava e che invece non lo amava, ma poi si incontrano di nuovo e lei lo amerebbe forse se non fosse sposata ma anche lui nel frattempo è sposato e allora decidono che non possono vedersi più anche se vorrebbero- insomma quando ha incontrato lei, lui capisce che la parolaper salvare la sua anima sarebbe un semplice sì detto da lei (che lei però non dice).Chiaro, così ?
)
Maggio 2, 2007 alle 8:20 am |
mitica Ale. grazie mille.
fubar / 070502nd
Maggio 2, 2007 alle 1:21 pm |
ho cercato una mail di riferimento in giro per il blog ma non l’ho trovata / avrei voluto comunicarti l’url del nuovo spazio [ancora vuoto, come una casa senza mobili] , ma tant’è / aspetterò / quando vorrai e se vorrai scrivimi due righe all’indirizzo mail del sito così ti faccio sapere di più / un saluto / POPLIFE
Maggio 2, 2007 alle 1:33 pm |
amo anch’io i poeti autoironici, come i Mari, come la meravigliosa Patrizia, ma anche come gli scapigliati, come il Cervantes scarsamente lirico, come i novísimos spagnoli, come i Cecco Angiolieri…
Maggio 2, 2007 alle 7:47 pm |
come ernesto ragazzoni.
Maggio 3, 2007 alle 3:05 pm |
Non conosco ragazzoni; gli altri tutti e diciamo che, in genere, amo la gente autoironica, poco quelli/quelle che hanno una tale considerazione di sé da non saper ridere dell’importanza che si danno. Non voglio fare qui un elogio dell’umiltà, ma credo che la coscienza del proprio valore debba essere accompagnata dalla capacità di ridere di sé.