Bisogna che tutto cambi affinchè nulla cambi

30 05 2007

Svegliata in piena notte da un incubo che tale non è: stiamo riconsegnando questo paese agli eredi legittimi del fascismo. Sulle tv di stato sembra che si stiano accomodando sul carro del prossimo vincitore: l’abbronzatissimo Gianfranco Fini, la cui faccia affilata e dall’espressione sempre un po’ scocciata giganteggia ormai a tutto schermo, che con voce ferma, risentita e sicura di sè risponde, minaccia, promette querele a destra ( poco) e a manca, intimando ai giornali ( il mite La Stampa) di tacere. La sinistra è scomparsa, si è disciolta nel nulla, arranca penosamente incapace di qualsiasi genere di progetto a lungo termine, contraddittoria, confusa. Livia Turco che chiede l’intervento della forza pubblica nelle scuole per fermare il dilagare di ogni tipo di sostanza (pesa) tra chi vi circola dentro e il boy-scout Fioroni che la ferma. Mi dicono di un libro che furoreggia, La casta. Mi dicono di elettori di centro-sinistra che non vanno a votare o che annunciano che piuttosto che votare certi candidati voteranno centro-destra. Il morbo infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca. Intanto nel paese i mariti continuano ad ammazzare di botte le mogli. Che ne sarà di noi?

Devo prendere una vacanza. Vado al mare.




la scuola dei dislessici

29 05 2007

Visto che qua e si è continuato a parlare di scuola, di apprendimento e di famiglia, qualche notizia su un piccolo convegno che ho seguito in questi due giorni. Il tema: dislessia. Se ne parla molto in questi ultimi tempi, ieri c’era anche un articolo- stupido, pour moi, su Repubblica. Poi magari spiego il perchè.

La dislessia è un disturbo dell’apprendimento dovuto, sembra a fattori neurobiologici, probabilmente ereditario, che riguarda con livelli diversi ( sembra che ci siano allo stato attuale 42 tipologie diverse di cosiddetta dislessia) la capacità di leggere e scrivere e talvolta anche di fare calcoli (discalculia). A volte la dislessia si manifesta anche con difficoltà di tipo motorio (disprassia) oppure con difficoltà nel disegno (disgrafia). I cosiddetti dislessici non sono bambini con ritardi mentali, ma spesso le difficoltà legate al loro disturbo ne rallentano molto l’attività, per cui appaiono in genere più lenti degli altri a rispondere alle domande dell’insegnante, oltre a manifestare alcuni dei problemi di cui ho scritto sopra. In genere la dislessia è diagnosticabile fin dalla prima infanzia e può migliorare se individuata nei primi due anni di scuola elementare, attraverso strategie didattiche precise e alternative rispetto a quelle messe normalmente in atto. In genere con il passare degli anni, un bambino dislessico tende a mettere in atto delle strategie di occultamento del suo disturbo, per cui è sempre più difficile con l’andare avanti della scolarizzazione riconoscere chiaramente la dislessia: un ragazzo che presenta questo tipo di difficoltà di apprendimento viene facilmente inquadrato come “svogliato, pigro, poco attento e poco concentrato”. Normalmente si pensa che i ragazzi dislessici non siano adatti a certi tipi di scuole, in particolare i licei, che richiedono un genere di applicazione molto teorica e un carico di lavoro eccessivo per chi “non ha voglia di studiare”.

Mi piace occuparmi di disturbi dell’apprendimento. Non so perchè ma è un settore che mi appassiona. Forse perchè mi costringe a rimettermi continuamente in gioco e credo che senza questo tipo di spinte mi annoierei a morte nel mio lavoro. Mi piace in genere trovare nuove strategie per far imparare le materie che insegno o in genere per fare imparare a ragazzi e ragazze che vedo molto diversi da come erano prima, più problematici, non solo sul piano psicologico, ma anche sul piano cognitivo e , appunto, dell’apprendimento. Mi accorgo che nella scuola superiore arrivano sempre più frequentemente alunni e alunne che non sanno leggere o che leggono come una volta leggevano bambini delle scuole elementari. Accanto a loro anche persone che leggono speditamente e senza problemi o che scrivono benissimo. Molte volte anche io tendo a dire “ma guarda che gente ci mandano dalle medie” e tendo a fare di tutta l’erba un fascio, mettendo insieme chi non ha davvero voglia di studiare e fa lo sbuccione, come si dice, e chi invece davvero non ce la fa, nonostante tutto l’impegno che ci mette. A volte sono così distratta e poco attenta che non riesco a distinguere, non guardo, semplicemente, tanto sono arrabbiata per il livello sempre più basso che mi pare di vedere nelle classi.

Al convegno c’era un relatore che veniva da Modena, un professore di Educazione musicale con il pallino dell’informatica, tale Malagoli. Ci ha raccontato un po’ la sua esperienza, ci ha fatto vedere alcuni software da utilizzare con che ha problemi di apprendimento (di qualsiasi tipo, dall’ipovedente o non vedente, al teraplegico, al dislessico) e ha detto una frase molto bella che mi sono segnata religiosamente sul mio quadernino moleskine nero.

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La frase che ha detto Malagoli diceva pressapoco così: L’equivoco è abbassare il livello in relazione a chi si ha davanti. Occorre invece fare il massimo con tutti.

Mi è piaciuta, questa frase, perchè ha colto nel segno rispetto a cose che si sentono dire molto spesso nei corridoi e nelle sale insegnanti: che si deve purtroppo abbassare il livello, che non si riesce più ad insegnare quello che si insegnava prima, che questi ragazzi arrivano sempre con più lacune e difficoltà, che non si sa più da che parte girarsi.

Mi è venuto in mente quello che ho letto e ho scritto in questi giorni in giro per la rete, cioè della distanza culturale e di conoscenze che c’è tra noi insegnanti e i ragazzi delle nuove generazioni con cui in questo momento abbiamo a che fare. Non è mia intenzione cambiare la rotta rispetto al discorso che si è fatto, voglio solo aggiungere un tassellino o un granello per restare in tema di pulviscolo.

Oltre al problema di non condividere le stesse conoscenze, secondo me abbiamo di fronte anche il problema di non condividere le stesse modalità di apprendimento. E’ un argomento su cui da tanto tempo ragiono, senza mai riuscire a fare chiarezza, anche perchè ci ragiono da sola e come si sa quando si è da soli in questo genere di cose, si tende sempre un pochino a zoppicare.

Modalità di apprendimento diverse, e non sto qui a ragionare sulle cause: voglio dire che, ai fini del ragionamento, non ha molta importanza se si tratta di dislessia o di altro, di persone o di  intere generazioni alle quali non va più bene il modo che noi, quelli della mia generazione, abbiamo usato per imparare e per farci le nostre conoscenze, per sapere cosa ha scritto Omero, tanto per tornare al punto di partenza. Il punto è che noi stiamo trasmettendo le conoscenze attraverso le stesse modalità che andavano bene per noi ma che non vanno bene per quelli che oggi sono i nostri alunni. Ce ne sono poi ancora alcuni- quelli meno creativi, mi verrebbe da dire, nell’ottica che sto seguendo- che sono particolarmente bravi nell’adattarsi a questa vecchia modalità, per cui riescono a seguire senza molti problemi, ma molte volte anche annoiandosi a morte.

La cosa importante, che credo non sia ancora abbastanza chiara o almeno non si sia ancora trasformata in una nuova pratica di lavoro, è che siamo restii ad abbandonare la vecchia mentalità e le vecchie strategie e forse molti di noi non sono neanche in grado di farlo, se queste strategie si chiamano uso del computer, delle lavagne interattive e quante altre tecnologie ci siano in giro, capaci di aiutarci nel nostro lavoro. Non dobbiamo scordare che la generazione con cui abbiamo a che fare è una generazione che in genere sa di computer, di lavoro in rete, di chat e di blog, almeno di sms o mms. Non voglio buttare via i libri, non riuscirei mai a farlo, voglio solo dire che il libro può essere integrato con altro. E che questo altro, che chiama in gioco abilità diverse da quelle che siamo abituati a valutare positivamente nel giudizio scolastico, può essere di aiuto non solo agli alunni con disturbi di apprendimento certificati, ma anche a quelli che non riescono a seguire o si annoiano.

Cambiare, insomma, accettare anche il pulviscolo, la frammentarietà, la diversità di stili. Non è un programma da poco, è una bella sfida, mi pare.

Per chi volesse saperne qualcosa di più sulla dislessia, si può partire da qui.

Non ho detto perchè l’articolo di Republica è, per me, stupido. Sarà per un’altra volta.




Sulla scuola

24 05 2007

Che si discuta sulla scuola, per me che ci lavoro, è senza dubbio un bene. E così sono contenta quando trovo post come questo in giro per la rete. Quello che invece mi dà un po’ noia, è l’idea quasi aristocratica, che oggi chi insegna abbia a che fare con bande di decerebrati, privi di qualsiasi interesse, senza nessuna cultura se non quella televisiva, e che di conseguenza di fronte a tali discepoli non ci resti che piangere uno sulla spalla dell’altra quando va bene o in solitudine, quando proprio va male, chiusi dentro i bagni. O magari raccontandoci nei corridoi o in sala insegnanti, con un’aria tra lo sgomento e il divertito andante, l’ultima perla di qualche alunno o di qualche alunna, con una che dice: Bisognerebbe fare una raccolta di queste frasi e poi pubblicarla - alla Io speriamo che me la cavo- e uno che si indigna e scuote la testa e poi racconta che sì, anche a lui, una volta, un alunno, ha scritto….

So bene i ragazzi che ho davanti, da qualche anno a questa parte. So bene come sono cambiati, anche se io per conto mio, sono invecchiata e non ho più la pazienza, l’attenzione, la voglia di una volta. Quanto conterà, tutto questo, nella diversa percezione che ho di loro? Me lo chiedo spesso, nei momenti bui che inevitabilmente ci sono in un lavoro come questo. So bene che i ragazzi e le ragazze che ho di fronte sono educati attraverso la televisione, sono i figli e le figlie di mediaset, del grande fratello e di simona ventura. Li vedo, come vanno vestiti: pancia scoperta, berrettino all’indietro, pantalone attillato e nero, maglietta griffata d&g o gerard. La generazione dei cellulari, la vedo, sempre lì a messaggiare, a fotografarsi anche in classe.

Però…. però… non mi va di limitarmi a prendermela per questo, a giudicare e a condannare la stupidità di questa generazione. Non mi va intanto perchè mi sento un po’ responsabile, in quanto adulta, di questo stato di cose, responsabile in quanto cittadina di questo mondo, di non essere riuscita ad evitare questo sperperio di intelligenza, di essermene accorta quando ormai era troppo tardi o di non aver fatto niente o non abbastanza per impedirlo. Per avere ad un certo punto, abdicato. E come me, tanti della mia generazione. Non so perchè, se per stanchezza, per paura.

E poi non mi va perchè prendermela e basta significa venir meno al mio lavoro, che non è quello di giudicare e criticare chi ho davanti, ma quello di insegnare.

Allora prendo in mano questo libro e cerco dentro questo passaggio:

E’ molto gettonata la spiegazione di una scuola che insegna sempre di meno per colpa delle teste dei ragazzi sempre più vuote. Effetti della televisione, del computer, della playstation e chi più ne ha più ne metta. Non mi voglio perder più di tanto su questo buon senso da due soldi. Tempo fa, sul “silenzio” dei ragazzi Marco Lodoli ha scritto cose vere, ma di una verità inutile, consolatoria, e inoltre quasi offensiva. Noi con gli alunni ci dobbiamo lavorare, non possiamo disprezzare le nostre classi perchè dobbiamo rientraci il giorno dopo e quello dopo ancora. C’è qualcosa di incomprensibile in quel genere di lamentazioni, mi fanno pensare ad un produttore di ombrelli che impreca alla pioggia invece di preoccuparsi di fare ombrelli sempre migliori. Il vero problema è come si lavora con questi ragazzi, come si possono far crescere in questa società. tanto attenta alla produzione quanto poco alla riflessione. Altrimenti si finisce per regalare argomenti a chi si tira fuori da qualunque responsabilità perchè non c’è niente da fare con questi alunni sempre più stupidi. Allora la scommessa è creare le condizioni dell’apprendimento e ricercarne la qualità tenendo in mano tutte le sue variabili. Non una di meno. L’indifferenza viene soprattutto dalle poche attese che hanno, dai pochi successi e dai pochi riconoscimenti dei successi. Vogliamo che imparino, che conoscano nomi e formule, ma non curiamo abbastanza che ri-conoscano il valore di quello di quello che fanno.

Insegnare a chi non vuole imparare Il libro è scritto a quattro mani, da Giuseppe Bagni e Rosalba Conserva, entrambi insegnanti di scuola superiore, che si scambiano lettere nel corso di un intero anno scolastico. Il brano che ho riportato sopra era di Beppe, così si firma, e così gli risponde Rosanna: Con questi due [ragazzi] non so qual è la cosa giusta da fare, le sto provando tutte. Successi, fino ad ora, pochi, quasi niente - o forse ci sono ma non riesco a vederli. Nell’affrontare la loro “diversità”, noi adulti oscilliamo, a seconda dell’umore della giornata, tra accoglierli e respingerli: oggi una parola di stima, domani un rimprovero tagliente…. La diversità, lo scontro tra generazioni sono sempre esistiti…… Ma noi abbiamo a che fare con studenti che non condividono la nostra stessa “enciclopedia”… Lavoriamo, sì, per costruire questa comune enciclopedia, ma raramente ci succede di poterla confrontare, perchè quando ( e se) avremo “trasmesso” loro un pacchetto di nozioni o di idee e le avranno assimilate, loro saranno nelle mani di altri insegnanti, oppure fuori dalla scuola: non saremo noi a conoscere questo eventuale confronto paritario. Anche nei nostri ragazzi si accende ogni tanto una “lucina”,, ma sono troppo e ben più allettanti i rumori in cui sono immersi e li catturano….

Ogni tanto, quando perdo la speranza, anche io mi ripiego su me stessa e comincio la litania contro gli studenti passivi, che si lasciano catturare dalla fata morgana della televisione o da tutti gli altri sbrilluccichii che vedono intorno e non reagiscono. Ma poi mi dico che sono io l’insegnante e che, se credo nel mio lavoro, sono io che devo trovare la strada per farli uscire fuori più grandi di come sono entrati. E’ un lavoro, il mio, che richiede passione e se questa passione si spegne in me non si accende neanche in loro, in quelli che ho davanti.

Così la penso. E chiudo con una frase di Rosanna, sempre dal libro: Anche chi insegna impara. Io cerco di non dimenticarlo mai.




Poesia

23 05 2007

Pochi metri più in qua e sono sola, nel terribile

spazio, nel terribile tempo. Allora un corpo, tolto dai

suoni simbolici del ciao e del come stai è sbalzato

molto lontano. Dobbiamo chiamarci continuamente. [1994-1995]

Mariangela Gualtieri, da Fuoco centrale, Ossicine.

Non è bella questa poesia? Non ci dice come siamo soli se ci allontaniamo molto gli uni dagli altri? Rimanda ad uno spazio infinito nel quale gli esseri umani si cercano, quasi senza vedersi e le loro voci risuonano nel vuoto e nel silenzio, ma sono i soli suoni attraverso i quali ci si può trovare. Un po’ come in rete, forse.




il tempo

22 05 2007

Un sacco di cose da fare, in questa chiusura di anno scolastico. Come sempre siamo presi, chi più chi meno, dalla necessità di de-finire, che si fa in questo periodo pressante: chi passa, chi ripete l’anno, chi prende i debiti, chi salda i crediti, il programma si finisce o no? cosa devo salvare di quest’anno? cosa ho fatto in realtà? e cosa rimarrà? Non è facile, anche sul piano umano, sia perché ai ragazzi ci si affeziona e bene o male danno il meglio proprio di questi tempi, sia perché è un bilancio anche di te stessa, valuti ,o meglio autovaluti, quello che sei stata capace di fare rispetto a quello che avresti voluto fare. In genere, di questi tempi il bilancio tende ad essere negativo: non ho mai fatto quello che avrei voluto, c’è sempre qualcosa che avrei potuto far meglio, c’è sempre qualcuno, tra i ragazzi e le ragazze, che non ho capito in tempo e che forse avrei dovuto aiutare di più. Non è un lavoro facile, checchè se ne dica, non è per niente facile. Non ci sono gratificazioni se non te le trovi da sola. Poi piano piano ti accorgi che in realtà qualcosa hai fatto, anzi hai fatto molto forse: li hai fatti leggere, hai letto cose che gli altri si sognano di proporre e anche di conoscere, li hai fatto lavorare anche con internet ( con una classe ho messo su un blog, con un’altra ho fatto un ipertesto sulla TAV che passa anche da noi, ho letto brani da Paul Ginsborg, La democrazia che non c’é, ho letto con un’altra tutta l’inchiesta sulla famiglia di Repubblica). Insomma, complimenti.

Nel frattempo, tra un compito e l’altro da correggere, sto anche attenta a tutto quello che mi gira intorno e direi che due sono gli argomenti che più mi interessano. Uno è la storia della pedofilia in Vaticano, quella di cui ha parlato anche filosofessa: il  video adesso va molto di moda, forse santoro lo manda in onda, forse invece lo compra mediaset, qui da noi lo mandano in anteprima giovedì prossimo al cinema, bagnasco prega che si pensi invece alla famiglia e ai poveri, che forse gli daranno anche i pacchi alimentari come nel ‘45. Una bella guerra, non c’è che dire, da seguire con un certo interesse. Stranamente intrecciata a questa guerra mediatica, ce n’è un’altra, altrettanto mediatica direi, quella del terrorismo che rinasce e cerca proseliti anche, anzi soprattutto, in rete. La cosa mi preoccupa, devo dire, abbastanza, non mi piace molto e non so bene che sviluppi potrà avere. Staremo a vedere. Sull’intreccio di cui sopra, mi pare abbastanza evidente: Bagnasco che viene minacciato con la stella a cinque punte, Rivera che si becca del terrorista, i terroristi che rinascono in rete, etc etc.

Qui finisco, per oggi. Ho cominciato a leggere DeLillo, Rumore bianco, più volte e da più parti consigliato. Non male, l’inizio, anzi, molto bene. Ho finito Gli emigrati di Sebald: bello, tutta un’altra storia, ovviamente, con personaggi che ti restano dentro, per sempre, penso.




in Italia si sta bene, in italia si sta male

17 05 2007

“In Italia si sta bene, in Italia sta male, in Italia si sta bene, si sta male, si sta bene, si sta male anziché no. In Italia ci sta il sole, c’è chi nasce e c’è chi muore….” canta Paolo Rossi.

Ieri sera al cinema: Salvador 26 anni contro [se ne parla anche qui]. Una frase mi colpisce: “Non ho fatto nulla di cui debba pentirmi” dice Salvador, il giovane anarchico catalano che poi verrà condannato a morte dal regime di Franco, a una ragazza che ha appena trovato nella sua borsa una pistola. Il gruppo a cui Salvador appartiene rapina le banche per autofinanziare la sua attività rivoluzionaria, ma non ha mai ucciso nessuno. La condanna a morte a cui egli verrà condannato è legata al momento della sua cattura, durante la quale viene ucciso un poliziotto. “Non ho fatto nulla di cui debba pentirmi” e penso che è vero.

Il film rimette in moto la memoria: la copertina di The Dark Side of the Moon, le immagini trasmesse in televisione del golpe cileno, la voce di Allende. Altre immagini invece rimandano a memorie più recenti: le cariche della polizia spagnola per le strade di Barcellona, i lunghi manganelli degli uomini a cavallo, le auto rovesciate e incendiate, mi fanno subito pensare a Genova e da qui parte il mio ragionamento. Da ciò che è stata Genova, con le speranze che aveva suscitato e con la paura che da lì è nata.

Perché, lo sappiamo in tanti, Genova è stata la possibilità di tornare, con allegria e ironia e insieme con coscienza di sé, a dire la propria opinione su un potere che sembrava ancora asserragliato nella città-fortezza, dietro a grate di ferro, è stata l’idea della moltitudine che avanza con le mani bianche alzate, armata solo di uno scudo di plastica per difendersi e dalla propria forza di massa, è stata, in Italia il tentativo di superare anni di piombo e poi anni di silenzio a cui anni di piombo avevano costretto, un tentativo che mescolava cultura della non violenza, movimenti antagonisti, new e noglobal. Tutti uniti in un gigantesco errore: che il potere fosse disposto ad esse sbeffeggiato da tentativi irridenti di assalto alla zona rossa, che fosse disponibile a questo confronto.

Il potere non solo non era più disposto a farsi irridere pubblicamente, ma non aveva più paura di fingere una gestione democratica del conflitto. Il potere è andato giù duro con i manganelli, senza guardare in faccia a nessuno e senza paura di essere guardato da altri. Un potere ormai adulto, un fascismo al governo già legittimato a fare uso della forza, come non si vedeva dalle cariche del governo Tambroni ; anche lì tutto comincia a Genova. Ma allora la parola operaio si poteva ancora dire con un senso di appartenenza ad una classe sociale che oggi è perduto. Il fascismo al potere a Genova nel 2001 è finalmente il fascismo in doppiopetto di cui tanto si è parlato negli anni della mia giovinezza, solo che ad un certo punto ci hanno detto che qualcosa era cambiato, che il fascismo non c’era più, scomparso, e qualcuno per un po’ ci ha anche creduto.

L’insegnante di mio figlio giorni fa ha detto in classe che questo è il primo anno, da quanto insegna, che in città non c’è stata una manifestazione studentesca. In altre occasioni avrei indirizzato la riflessione all’inerzia dei giovani d’oggi, ma stasera dopo il film mi è venuto in mente che è un problema di memoria. I giovani non hanno memoria, forse è vero, ma non ce l’hanno perchè pochi della mia generazione coltivano questa arte: noi non possiamo avere più una memoria, non ci è più permesso e non ce lo permettiamo, quasi ce ne vergognano di quello che siamo stati e di quello in cui abbiamo creduto. Non è lecito, pare, avere memoria di un periodo che è stato definito un errore nella storia del mondo, di ciò che è finito senza essersi trasformato in altro, che è finito perchè l’idea che (lo) sosteneva è stata superata, pare, dalla Storia. Mentre tutto il resto, quello che a questa idea si opponeva, non solo non è stato superato, ma continua ad essere vitale e ad avere energie per nuove trasformazioni. Per essere chiara sto parlando di capitalismi e di fascismi, nel secondo caso, nel primo di quello che chiamerò complessivamente comunismo.

In Italia, poi, come in Germania, in quei paesi dove in regime - pare- di democrazia, ci sono stati gruppi che hanno praticato e teorizzato la lotta armata, in questi paesi avere una memoria oggi è ancora più difficile. Sarà un caso che l’Osservatore Romano chiami “terrorista” un innocuo giovanotto ricciuluto che da un palco se la prende con la Chiesa? Sarà un caso che si sventoli questa minaccia per due parole ?

In Italia, allora, non riusciamo a convincerci che è possibile avere memoria, che non è reato dichiarare come la si pensava allora, perchè, come Salvador Puig Antich , non abbiamo fatto nulla di cui dobbiamo pentirci. Ma non si può, perchè sappiamo cosa è successo a Padova con i “cattivi maestri”, sappiamo cosa è stato il “teorema Calogero” , sappiamo anche che nell’Italia di oggi, così “pacifica” così “normalizzata” così “democratica” da riuscire a riunire in un solo partito cattolici e laici, comunisti (comunisti?) e democristiani ( e democristiani!) con il beneplacito della destra di berlusca e gianfranco, non si possono dire certe cose. Nell’Italia di oggi, soprattutto, si ha paura di essere troppo a sinistra, di volare troppo alto, di sognare troppo. Si ha paura di essere troppo liberi, di essere poco normali, di dire di no, di dire che il re è nudo.

“In Italia si sta il sole, c’è chi nasce, c’è chi muore, in Italia si sta bene, si sta bene, si sta male, si sta bene, anziché no.”

Bene, mi so levata ’sto sassolino, ma il discorso non è finito qui. E’ su questa idea di normalità e di normalizzazione che mi piacerebbe insistere prossimamente. Aurevoir.