Visto che qua e là si è continuato a parlare di scuola, di apprendimento e di famiglia, qualche notizia su un piccolo convegno che ho seguito in questi due giorni. Il tema: dislessia. Se ne parla molto in questi ultimi tempi, ieri c’era anche un articolo- stupido, pour moi, su Repubblica. Poi magari spiego il perchè.
La dislessia è un disturbo dell’apprendimento dovuto, sembra a fattori neurobiologici, probabilmente ereditario, che riguarda con livelli diversi ( sembra che ci siano allo stato attuale 42 tipologie diverse di cosiddetta dislessia) la capacità di leggere e scrivere e talvolta anche di fare calcoli (discalculia). A volte la dislessia si manifesta anche con difficoltà di tipo motorio (disprassia) oppure con difficoltà nel disegno (disgrafia). I cosiddetti dislessici non sono bambini con ritardi mentali, ma spesso le difficoltà legate al loro disturbo ne rallentano molto l’attività, per cui appaiono in genere più lenti degli altri a rispondere alle domande dell’insegnante, oltre a manifestare alcuni dei problemi di cui ho scritto sopra. In genere la dislessia è diagnosticabile fin dalla prima infanzia e può migliorare se individuata nei primi due anni di scuola elementare, attraverso strategie didattiche precise e alternative rispetto a quelle messe normalmente in atto. In genere con il passare degli anni, un bambino dislessico tende a mettere in atto delle strategie di occultamento del suo disturbo, per cui è sempre più difficile con l’andare avanti della scolarizzazione riconoscere chiaramente la dislessia: un ragazzo che presenta questo tipo di difficoltà di apprendimento viene facilmente inquadrato come “svogliato, pigro, poco attento e poco concentrato”. Normalmente si pensa che i ragazzi dislessici non siano adatti a certi tipi di scuole, in particolare i licei, che richiedono un genere di applicazione molto teorica e un carico di lavoro eccessivo per chi “non ha voglia di studiare”.
Mi piace occuparmi di disturbi dell’apprendimento. Non so perchè ma è un settore che mi appassiona. Forse perchè mi costringe a rimettermi continuamente in gioco e credo che senza questo tipo di spinte mi annoierei a morte nel mio lavoro. Mi piace in genere trovare nuove strategie per far imparare le materie che insegno o in genere per fare imparare a ragazzi e ragazze che vedo molto diversi da come erano prima, più problematici, non solo sul piano psicologico, ma anche sul piano cognitivo e , appunto, dell’apprendimento. Mi accorgo che nella scuola superiore arrivano sempre più frequentemente alunni e alunne che non sanno leggere o che leggono come una volta leggevano bambini delle scuole elementari. Accanto a loro anche persone che leggono speditamente e senza problemi o che scrivono benissimo. Molte volte anche io tendo a dire “ma guarda che gente ci mandano dalle medie” e tendo a fare di tutta l’erba un fascio, mettendo insieme chi non ha davvero voglia di studiare e fa lo sbuccione, come si dice, e chi invece davvero non ce la fa, nonostante tutto l’impegno che ci mette. A volte sono così distratta e poco attenta che non riesco a distinguere, non guardo, semplicemente, tanto sono arrabbiata per il livello sempre più basso che mi pare di vedere nelle classi.
Al convegno c’era un relatore che veniva da Modena, un professore di Educazione musicale con il pallino dell’informatica, tale Malagoli. Ci ha raccontato un po’ la sua esperienza, ci ha fatto vedere alcuni software da utilizzare con che ha problemi di apprendimento (di qualsiasi tipo, dall’ipovedente o non vedente, al teraplegico, al dislessico) e ha detto una frase molto bella che mi sono segnata religiosamente sul mio quadernino moleskine nero.

La frase che ha detto Malagoli diceva pressapoco così: L’equivoco è abbassare il livello in relazione a chi si ha davanti. Occorre invece fare il massimo con tutti.
Mi è piaciuta, questa frase, perchè ha colto nel segno rispetto a cose che si sentono dire molto spesso nei corridoi e nelle sale insegnanti: che si deve purtroppo abbassare il livello, che non si riesce più ad insegnare quello che si insegnava prima, che questi ragazzi arrivano sempre con più lacune e difficoltà, che non si sa più da che parte girarsi.
Mi è venuto in mente quello che ho letto e ho scritto in questi giorni in giro per la rete, cioè della distanza culturale e di conoscenze che c’è tra noi insegnanti e i ragazzi delle nuove generazioni con cui in questo momento abbiamo a che fare. Non è mia intenzione cambiare la rotta rispetto al discorso che si è fatto, voglio solo aggiungere un tassellino o un granello per restare in tema di pulviscolo.
Oltre al problema di non condividere le stesse conoscenze, secondo me abbiamo di fronte anche il problema di non condividere le stesse modalità di apprendimento. E’ un argomento su cui da tanto tempo ragiono, senza mai riuscire a fare chiarezza, anche perchè ci ragiono da sola e come si sa quando si è da soli in questo genere di cose, si tende sempre un pochino a zoppicare.
Modalità di apprendimento diverse, e non sto qui a ragionare sulle cause: voglio dire che, ai fini del ragionamento, non ha molta importanza se si tratta di dislessia o di altro, di persone o di intere generazioni alle quali non va più bene il modo che noi, quelli della mia generazione, abbiamo usato per imparare e per farci le nostre conoscenze, per sapere cosa ha scritto Omero, tanto per tornare al punto di partenza. Il punto è che noi stiamo trasmettendo le conoscenze attraverso le stesse modalità che andavano bene per noi ma che non vanno bene per quelli che oggi sono i nostri alunni. Ce ne sono poi ancora alcuni- quelli meno creativi, mi verrebbe da dire, nell’ottica che sto seguendo- che sono particolarmente bravi nell’adattarsi a questa vecchia modalità, per cui riescono a seguire senza molti problemi, ma molte volte anche annoiandosi a morte.
La cosa importante, che credo non sia ancora abbastanza chiara o almeno non si sia ancora trasformata in una nuova pratica di lavoro, è che siamo restii ad abbandonare la vecchia mentalità e le vecchie strategie e forse molti di noi non sono neanche in grado di farlo, se queste strategie si chiamano uso del computer, delle lavagne interattive e quante altre tecnologie ci siano in giro, capaci di aiutarci nel nostro lavoro. Non dobbiamo scordare che la generazione con cui abbiamo a che fare è una generazione che in genere sa di computer, di lavoro in rete, di chat e di blog, almeno di sms o mms. Non voglio buttare via i libri, non riuscirei mai a farlo, voglio solo dire che il libro può essere integrato con altro. E che questo altro, che chiama in gioco abilità diverse da quelle che siamo abituati a valutare positivamente nel giudizio scolastico, può essere di aiuto non solo agli alunni con disturbi di apprendimento certificati, ma anche a quelli che non riescono a seguire o si annoiano.
Cambiare, insomma, accettare anche il pulviscolo, la frammentarietà, la diversità di stili. Non è un programma da poco, è una bella sfida, mi pare.
Per chi volesse saperne qualcosa di più sulla dislessia, si può partire da qui.
Non ho detto perchè l’articolo di Republica è, per me, stupido. Sarà per un’altra volta.
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