l’indignazione

E io non riesco a indignarmi. Mi chiedo che segno dei (miei) tempi sia, se significhi resa davanti a quello che vedo e che sento, a quello che genera orrore e sconcerto e mancanza di comprensione. Mi domando quando è stata l’ultima volta che mi sono indignata e non la trovo, non trovo in me resti di indignazione. Forse in questa parola c’è una radice morale, una sfumatura vagamente religiosa, in quel “degno” che ne è origine. Signore non son degno. Come se fosse affidato a me il giudizio, come se personalmente mi prendessi il ruolo di giudice nei confronti di altri, senza sapere bene, senza conoscere, senza nemmeno essere sicura della mia, di coscienza, in generale.

E poi l’indignazione è sempre pubblica, prevede la partecipazione di molti, la condivisione dello sdegno. E facilmente degenera, facilmente perde forza e diventa quasi costume, moda. Bisogna essere indignati: ha suscitato orrore e sdegno in tutto il paese. E a me questo dà fastidio, non ci riesco, è più forte di me, non posso unirmi al coro. L’indignazione pubblica confina con lo scandalo, col provare scandalo. Mi rimanda ad una morale borghese e bigotta che contesto e rifiuto. Mi rimanda alla faccia contrita di Bruno Vespa che agita mestoli e zoccoli. Mi pare che ci abbiano tolto anche la possibilità di provare sentimenti come questo in maniera naturale, spontaneamente e ne abbiano fatto un sentimento indotto, come la pietà o il dolore che vengono anch’essi spettacolarizzati.

Ecco, forse ho chiarito quello che volevo dirmi: l’indignazione che provo è solo mia e la tengo dentro di me, anche fino a piangerne, se è il caso, senza farne merce corrente. Potrei forse scriverne sotto altra forma, ma non riesco a mettermi a discutere, per strada o in rete, solo per liberarmi di qualche fantasma che alberga anche dentro di me, solo per dire a me stessa che la mia indignazione mi ha salvata, mi ha resa più pura.

Di questo riesco invece ad indignarmi, del fatto che me l’abbia tolta la possibilità di decidere come e quando provare sentimenti. Di questo devo indignarmi,  quasi un dovere, perché credo che l’anestesia sia durata troppo a lungo.

[e tutto parte da questo e poi da questo]

7 Risposte a “l’indignazione”


  1. 1 filosoffessa Maggio 3, 2007 alle 7:35 pm

    Non sono certa di aver capito cosa intendi.
    Non riesci ad indignarti (di fronte a questi fatti di cronaca) quando si suppone che dovresti? (Perché, si sa, son cose che non possono non suscitare indignazione…)

    Personalmente mi indigno molto per un certo tono che aleggia in molti commenti a tutta la faccenda.
    (OT, ma consideralo un commento al post precedente: Oppure mi indigno moltissimo per il clima che respiro leggendo alcune pagine dell’Ossevatore Romano, tanto per fare un esempio…)

    E nessuno mi può venire a dire per cosa mi devo o non mi devo indignare.

  2. 2 caracaterina Maggio 4, 2007 alle 12:59 am

    Era proprio al rischio di suscitare reazioni come questa che stai descrivendo tu, di incrementare aquesta stanchezza che piglia tanti all’idea di partecipare anche “sentimentalmente” e non solo sul piano formale alla costruzione di una democrazia, che si riferiva l’allure polemica della prima parte del mio post. Pensavo proprio a questa anestetizzazione provocata dal lancio di battaglie mediatiche che evidentemente fanno presa superficiale ma ci lasciano sempre più svuotati e, magari, soli.
    p.s. non si legge il primo “questo”

  3. 3 pessimesempio Maggio 4, 2007 alle 11:39 am

    Diciamo che non voglio mostrare indignazione quando si chiede a tutti di essere indignati. Diciamo che voglio essere garantista. Diciamo che mi rifiuto di assumere i toni alla bruno vespa che tanto piacciono oggi. Diciamo che non vorrei sorbirmi puntate di porta a porta (che per altro non guardo) sull’argomento Rignano. Diciamo che sono più scandalindiganta della processione che ieri sera è stata fatta sotto il carcere di rebibbia per protestare contro la detenzione delle maestre e affini, perchè mi sembra roba da medioevo. Diciamo che sono scandilindignata da come sono state condotte le inchieste e da come sono stati ascoltati i bambini (solo una psicologa, niente registrazioni, niente vetro schermato, tutto affidato all’interpretazione di una sola persona). Diciamo che sono scandalindignata da come vengono trattati i bambini in questo paese.
    p.s. ho sistemato il problema con il link.

  4. 4 Fubar Maggio 5, 2007 alle 12:14 pm

    Ecco il colpo di grazia. Manco non solo nel comprendere le poesie ma anche un sentimento umano. Pero’ mi e’ piaciuto il corso del post (tranne con la tua replica “diciamo”, che non si intona a te). Ora io non so nemmeno cosa voglia dire indigniazione: schifo, repulsione per cio’ che altri han fatto? E tutta ’sta sega mentale per dire che non provi repulsione per cio’ che terzi han fatto/commesso? Ma sei autorizzata a provare uno sdegno tanto forte per un fatto commesso da altri? Io non credo, o almeno io non mi sento tale. Forse sono talmente numerose le schifezze portate dai giornali/telegiornali che non nulla mi sorprende piu’ da anni. Ma la mia domanda resta: perche’ provare un sentimento triste per azioni di terzi quando nella realta’ dobbiamo misurarci con le nostre stupidate (peggio ma non mi sovvengono termini gentili) ogni minuto/secondo? Bau! Wof!!!
    Fubar / 070505

  5. 5 pessimesempio Maggio 5, 2007 alle 8:36 pm

    A volte, sì, mi sento autorizzata ad essere indignata: per esempio quando ho visto le immagini di abu ghraib, mi sono davvero sentita indignata per un atto commesso da terzi, disgustata però rende meglio il mio sentire, direi. O in altri casi, anche meno gravi. Io credo che in certe occasioni si possano provare sentimenti tristi, comunque tu li chiami, anche per azioni fatte da altri, altrimenti che umanità saremmo? Un po’ arida, mi sembra.

  6. 6 pessimesempio Maggio 5, 2007 alle 8:39 pm

    Quello che però volevo dire è che questo sentimento, l’indignazione, lo scandalo,il disgusto per certe azioni, è quasi più difficile da provare al giorno d’oggi, come se fossimo anestetizzati e ormai più capaci di provare alcunchè. Non trovi?

  7. 7 pessimesempio Maggio 5, 2007 alle 8:46 pm

    E oltre a questo sentirmi a disagio di fronte alla mia anestetizzazione, c’è però anche un sentimento apparentemente contrario ma a mio parere vicino per quelle che ne sono le cause, cioè il bisogno di distinguermi rispetto a sentimenti che altri (mass media, in particolare) mi chiedono quasi di provare attraverso la descrizione e l’insistenza su alcuni tipi di vicende ( pensa ad esempio a quella, per altro tragica, del “povero Tommasino” ,così si parlava allora di quel bambino, in tv e sui giornali).
    Paradossalmente mi sono sembrate facce di questa medaglia le manifestazioni di esultanza collettiva che ci sono state in Italia alla vittoria dei mondiali, che mi sono sembrate così false, esasperate e non reali, non sentite dalla gente, almeno non in quel modo: come se l’esultanza in quel caso fosse un sentimento che era necessario provare e manifestare pubblicamente.


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