Sulla scuola

By pessima

Che si discuta sulla scuola, per me che ci lavoro, è senza dubbio un bene. E così sono contenta quando trovo post come questo in giro per la rete. Quello che invece mi dà un po’ noia, è l’idea quasi aristocratica, che oggi chi insegna abbia a che fare con bande di decerebrati, privi di qualsiasi interesse, senza nessuna cultura se non quella televisiva, e che di conseguenza di fronte a tali discepoli non ci resti che piangere uno sulla spalla dell’altra quando va bene o in solitudine, quando proprio va male, chiusi dentro i bagni. O magari raccontandoci nei corridoi o in sala insegnanti, con un’aria tra lo sgomento e il divertito andante, l’ultima perla di qualche alunno o di qualche alunna, con una che dice: Bisognerebbe fare una raccolta di queste frasi e poi pubblicarla - alla Io speriamo che me la cavo- e uno che si indigna e scuote la testa e poi racconta che sì, anche a lui, una volta, un alunno, ha scritto….

So bene i ragazzi che ho davanti, da qualche anno a questa parte. So bene come sono cambiati, anche se io per conto mio, sono invecchiata e non ho più la pazienza, l’attenzione, la voglia di una volta. Quanto conterà, tutto questo, nella diversa percezione che ho di loro? Me lo chiedo spesso, nei momenti bui che inevitabilmente ci sono in un lavoro come questo. So bene che i ragazzi e le ragazze che ho di fronte sono educati attraverso la televisione, sono i figli e le figlie di mediaset, del grande fratello e di simona ventura. Li vedo, come vanno vestiti: pancia scoperta, berrettino all’indietro, pantalone attillato e nero, maglietta griffata d&g o gerard. La generazione dei cellulari, la vedo, sempre lì a messaggiare, a fotografarsi anche in classe.

Però…. però… non mi va di limitarmi a prendermela per questo, a giudicare e a condannare la stupidità di questa generazione. Non mi va intanto perchè mi sento un po’ responsabile, in quanto adulta, di questo stato di cose, responsabile in quanto cittadina di questo mondo, di non essere riuscita ad evitare questo sperperio di intelligenza, di essermene accorta quando ormai era troppo tardi o di non aver fatto niente o non abbastanza per impedirlo. Per avere ad un certo punto, abdicato. E come me, tanti della mia generazione. Non so perchè, se per stanchezza, per paura.

E poi non mi va perchè prendermela e basta significa venir meno al mio lavoro, che non è quello di giudicare e criticare chi ho davanti, ma quello di insegnare.

Allora prendo in mano questo libro e cerco dentro questo passaggio:

E’ molto gettonata la spiegazione di una scuola che insegna sempre di meno per colpa delle teste dei ragazzi sempre più vuote. Effetti della televisione, del computer, della playstation e chi più ne ha più ne metta. Non mi voglio perder più di tanto su questo buon senso da due soldi. Tempo fa, sul “silenzio” dei ragazzi Marco Lodoli ha scritto cose vere, ma di una verità inutile, consolatoria, e inoltre quasi offensiva. Noi con gli alunni ci dobbiamo lavorare, non possiamo disprezzare le nostre classi perchè dobbiamo rientraci il giorno dopo e quello dopo ancora. C’è qualcosa di incomprensibile in quel genere di lamentazioni, mi fanno pensare ad un produttore di ombrelli che impreca alla pioggia invece di preoccuparsi di fare ombrelli sempre migliori. Il vero problema è come si lavora con questi ragazzi, come si possono far crescere in questa società. tanto attenta alla produzione quanto poco alla riflessione. Altrimenti si finisce per regalare argomenti a chi si tira fuori da qualunque responsabilità perchè non c’è niente da fare con questi alunni sempre più stupidi. Allora la scommessa è creare le condizioni dell’apprendimento e ricercarne la qualità tenendo in mano tutte le sue variabili. Non una di meno. L’indifferenza viene soprattutto dalle poche attese che hanno, dai pochi successi e dai pochi riconoscimenti dei successi. Vogliamo che imparino, che conoscano nomi e formule, ma non curiamo abbastanza che ri-conoscano il valore di quello di quello che fanno.

Insegnare a chi non vuole imparare Il libro è scritto a quattro mani, da Giuseppe Bagni e Rosalba Conserva, entrambi insegnanti di scuola superiore, che si scambiano lettere nel corso di un intero anno scolastico. Il brano che ho riportato sopra era di Beppe, così si firma, e così gli risponde Rosanna: Con questi due [ragazzi] non so qual è la cosa giusta da fare, le sto provando tutte. Successi, fino ad ora, pochi, quasi niente – o forse ci sono ma non riesco a vederli. Nell’affrontare la loro “diversità”, noi adulti oscilliamo, a seconda dell’umore della giornata, tra accoglierli e respingerli: oggi una parola di stima, domani un rimprovero tagliente…. La diversità, lo scontro tra generazioni sono sempre esistiti…… Ma noi abbiamo a che fare con studenti che non condividono la nostra stessa “enciclopedia”… Lavoriamo, sì, per costruire questa comune enciclopedia, ma raramente ci succede di poterla confrontare, perchè quando ( e se) avremo “trasmesso” loro un pacchetto di nozioni o di idee e le avranno assimilate, loro saranno nelle mani di altri insegnanti, oppure fuori dalla scuola: non saremo noi a conoscere questo eventuale confronto paritario. Anche nei nostri ragazzi si accende ogni tanto una “lucina”,, ma sono troppo e ben più allettanti i rumori in cui sono immersi e li catturano….

Ogni tanto, quando perdo la speranza, anche io mi ripiego su me stessa e comincio la litania contro gli studenti passivi, che si lasciano catturare dalla fata morgana della televisione o da tutti gli altri sbrilluccichii che vedono intorno e non reagiscono. Ma poi mi dico che sono io l’insegnante e che, se credo nel mio lavoro, sono io che devo trovare la strada per farli uscire fuori più grandi di come sono entrati. E’ un lavoro, il mio, che richiede passione e se questa passione si spegne in me non si accende neanche in loro, in quelli che ho davanti.

Così la penso. E chiudo con una frase di Rosanna, sempre dal libro: Anche chi insegna impara. Io cerco di non dimenticarlo mai.

5 Risposte a “Sulla scuola”

  1. caracaterina Dice:

    Se ritieni, come sembra dalla prima parte del tuo post, che di là, da me, abbia scritto quello che ho scritto attaccando i ragazzi e lamentandomi della loro stupidità, beh, allora non sono stata chiara.
    L’aneddoto che ho riferito non aveva per bersaglio i ragazzi. Era un’occasione per indicare semplicemente un sintomo di una cesura epocale che si è prodotta fra le generazioni che vivono nella nostra società. Una cesura che apre un vuoto che, potrebbe anche non essere pericoloso, in futuro (c’è sempre un futuro), ma che, attualmente, è riempito da un’accozzaglia di elementi forti che non mi piacciono. E fra cui non metto la televisione perchè non le riconosco un ruolo di soggetto autonomo ma solo di strumento.
    Che la scuola (che noi) si rinnovi, si trasformi, si impegni eccetera eccetera per competere (scusa la brutta parola, ma si tratta di un conflitto) con questi elementi forti lo davo in un certo senso per scontato. Lo so che non lo è per l’intero apparato ma sono da sempre abituata a lavorare così e non mi interessa un altro modo, anche perchè so che è condiviso da tantissima parte del mondo insegnante. Ma, come ho scritto anche in un mio commento di là, fare al meglio il nostro mestiere non basta. A me non basta più.
    Vorrei che il mondo della scuola non fosse lasciato solo di fronte all’azione prepotente dei poteri forti perchè l’agire dei tanti bravi insegnanti non ha la forza sufficiente a modificare, seppur di poco, il panorama sociale.
    “Lavoriamo, sì, per costruire questa comune enciclopedia, ma raramente ci succede di poterla confrontare, perchè quando ( e se) avremo “trasmesso” loro un pacchetto di nozioni o di idee e le avranno assimilate, loro saranno nelle mani di altri insegnanti, oppure fuori dalla scuola: non saremo noi a conoscere questo eventuale confronto paritario.” Di queste affermazioni a me interessa soprattutto quel “fuori dalla scuola” : è lì, infatti, che si verifica la realizzazione di una comune enciclopedia. Quando noi non siamo più i loro insegnanti e loro non sono più i nostri alunni ma tutti quanti siamo cittadini.
    Beh, fra i cittadini di questo paese io vedo una gran confusione. E non credo che sia solo una scuola che non ha saputo ben lavorare, che non si è abbastanza modificata ad esserne responsabile. Perchè l’enciclopedia comune è fatta di tanti saperi e non ne è la scuola l’unica depositaria. Ma oggi quei tanti saperi sono in conflitto fra loro e quelli che trasmette la scuola (non parlo solo di contenuti, parlo di insiemi di valori) sono perdenti. Fin qui potrebbe anche non esserci problema.Il punto è che i vincenti non mi piacciono. Ma magari è un problema solo mio. Magari c’è chi sente diversamente e ritiene che un certo insieme di valori (laicità, pluralità, complessità, responsabilità, dialettica democratica, lucidità critica, apertura, legalità) siano comunque perfettamente al sicuro, anzi, dominanti.

  2. pessimesempio Dice:

    Confesso che alcuni passaggi del tuo post mi aveva lasciato alquanto perplessa ed è questo a cui mi riferivo nella prima parte del mio. Adesso mi è più chiaro quello che intendevi dire e mi è anche più chiaro quello che ci sta dietro, con cui purtroppo concordo. Anche a me i vincenti non piacciono e anche io credo che i valori di cui parli come valori “positivi” non siano affatto al sicuro, anzi. La cosa che ancora, nonostante gli anni, mi lascia sempre stupita è il fatto che di questa situazione pochi nella scuola se ne accorgono, o almeno tra chi lavora dentro quelle quattro mura non c’è una forte discussione su questo (ma neanche su altro, devo dire). Quindi davvero la solitudine, che mi sembra sia una malattia professionale, quasi, nel senso che a nessuno di noi riesce di andare più in là delle misere discussioni da collegio docenti o degli squallidi pettegolezzi che purtroppo capita ancora di sentire nei corridoi. E allora mi viene in mente che forse il problema appare tale solo a chi oltre che come insegnante avverte il problema anche come persona attenta alla cultura e ai cambiamenti del proprio paese, come “intellettuale” se mi è passata la parola. E trovo che di persone così nella scuola ce ne siano sempre meno o comunque molto poche o comunque molto nascoste o molto poco disponibili al confronto. Persone che abbiano a cuore ciò che accade intorno a loro, dico, e che vogliano condividere con gli altri le loro riflessioni. Questa mi pare la vera solitudine di cui tu parli e da cui io personalmente non riesco ad uscire, nonostante tutto.E questo mi pare dovrebbe essere il lavoro da fare, uscire dalla solitudine.

  3. bri Dice:

    arrivo dal link di caracaterina e mi piace leggere anche qui altre considerazioni e precisazioni.

  4. PAR3RG0N Dice:

    come va?
    che girandola di post e commenti eh?!
    mi chiedo: ma fuori di “qui” cosa si muove?
    un saluto / P

  5. pessimesempio Dice:

    Fuori di qui si muove qualcosa? dipende da dove. Oggi sono stata ad un piccolo convegno sulla dislessia, su cui dirò qualcosa nei prossimi giorni (domani la seconda puntata): si è parlato di necessità di modificare la didattica, di sperimentare nuove forme di insegnamento, attraverso le “nuove” tecnologie.Ho visto strumenti davvero nuovi per fare lezione, cose che magari conoscevo già, ma che non avevo mai pensato in funzione dell’insegnamento. Si muove qualcosa? Forse siamo noi che dobbiamo muoverci. Un saluto anche a te.

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