Mi scrivono troppo pensare e troppo analizzare può finire per tradursi in pesantezza… / forse [ma dico forse > dubbio totale] con la levità si arriverebbe più lontano / abbandonandosi alle cose, annusandole, per capirle dal di dentro.
Ancora questa opposizione pesantezza vs. levità, ma in più pensare, analizzare= pesantezza, levità, leggerezza= più lontano.
Mi vengono in mente tante cose. Mi viene in mente una lettera, anonima, fatta recapitare, per posta, ai rappresentanti di classe di tutta la scuola dove lavoro, in risposta ad un episodio accaduto qualche tempo prima, durante il quale la vicepreside, dopo essersi trovata di fronte all’ennesimo posteggio di motorini nella zona riservata ai disabili e dopo aver girato tutte le classi pregando i proprietari di spostare i motorini , non avendo avuto risposta, è scesa per strada e li ha spostati , eccedendo in foga, da sola, facendone cadere uno. Il suo comportamento è stato stigmatizzato dai genitori, che hanno minacciato denuncia e qualche giorno dopo è arrivata a tutte le classi questa letterina in cui l’atteggiamento dei ragazzi veniva definito “leggiadra imbecillità dei sedicenni”, dove quel leggiadra, che si richiama ovviamente al concetto di leggerezza, sembra voler comunque in qualche modo giustificare il loro comportamento e contrapporlo alla pesantezza e all’eccessiva serietà della vicepreside, che avrebbe dovuto, in questo caso, soprassedere.
Mi viene in mente anche che di serietà oggi giorno ce n’è a mio parere molto poca e ce ne vorrebbe un po’ di più. Serietà non significa pesantezza, pensare non significa diventare pesanti come macigni, significa semplicemente essere presenti a ciò che si sta facendo. Anche Calvino parla nelle sue Lezioni americane dell’opposizione tra leggerezza e pesantezza e riporta in un passaggio una novella del Decameron su Guido Cavalcanti in cui la serietà del poeta-filosofo fiorentino è contrapposta alla “leggiadra imbecillità” della brigata di messer Betto, che vedendo Cavalcanti intento a camminare e pensare tra le tombe che si trovavano allora fuori dal battistero di San Giovanni, dopo averlo stretto in un angolo, lo apostrofa così: “Guido, tu ti rifiuti d’esser di nostra brigata, ma ecco, quando tu avrai trovato che Idio non sia , che avrai fatto?” A’ quali Guido, da loro veggendosi chiuso, prestamente disse: “Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace”; e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fusi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò.
Calvino chiosa questa novella scrivendo così: Se volessi scegliere un simbolo augurale per l’affacciarsi al nuovo millennio, sceglierei questo: l’agile salto improvviso del poeta-filosofo che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza, mentre quella che molti credono essere la vitalità dei tempi, rumorosa, aggressiva, scalpitante e rombante, appartiene al regno della morte, come un cimitero d’automobili arrugginite.
Giugno 12, 2007 alle 3:16 pm |
…non volendo “dilagare” nei tuoi spazi, ho scritto la risposta [ingombrante!] sul blog
un saluto/P
Giugno 12, 2007 alle 5:38 pm |
Così, di getto, dopo aver letto anche da par3rgon: intanto pesantezza e leggerezza non sarebbero da prendere in assoluto ma in relazione a chi, cosa quando etc. Ma l’argomento è talmente denso di implicazioni che adesso non ho proprio tempo e modo di affrontarlo. Ci penserò. Anzi, in fondo ci penso sempre. Il problema è scriverne.
Giugno 13, 2007 alle 7:38 pm |
bel post, leggiadro…in senso calvianiano ovviamente…
mi chiedevo se i tuoi alunni sanno dell’esistenza di questo blog.
sarebbe un fantastico insegnare.
Giugno 13, 2007 alle 8:27 pm |
Non amo particolarmente Calvino e quindi non conoscevo le Lezioni americane se non per sentito dire.
Questa che citi e’ meravigliosa. Mi sa che me la vado a leggere.
Quanto ai ragazzi.
Dove mettiamo il confine tra ‘leggerezza’ e ‘pesantezza’? Cosa gli permettiamo di fare in nome della ‘non gravità’ prima di richiamarli a rientrare nei ranghi?
Noi adulti siamo degli irresponsabili.
Non poniamo limiti finché non è troppo tardi. Fino a che dal lecito si passa all’illecito (o che, almeno, viene percepito come tale). E poi ce ne lamentiamo.
Giugno 13, 2007 alle 9:53 pm |
filosofessa /
chissà perchè è così facile scambiare la levità del pensiero con la mancanza di coscienza, di serietà e di rigore /
consiglio, a chiunque volesse farsi un’idea di quanto intendo dire, di osservare con un po’ di attenzione i disegni di paul klee, complessi quanto ariosi, capaci di un ordine che consente la regola e la sua stessa infrazione / od ancora alcune sculture di fausto melotti, dove l’equilibrio è ottenuto attraverso una particolare sospensione, un’assenza di peso in cui ogni parte del tutto gioca un ruolo imprescindibile / un equilibrio oscillante eppure incontestabile, perennemente rinnovato nei suoi presupposti …esiste qualcosa di più intimamente disciplinato?
mentre la parola ranghi non mi piace [no-no]/ anzichè farmi pensare all’impegno democratico e civile della trasmissione della conoscenza e della cultura, mi fa venire in mente un’organizzazione soldatesca, dove per raggiungere l’ordine e l’armonia è necessario imporre le cose con la forza /
un saluto / P
Giugno 14, 2007 alle 12:08 pm |
@ PAR3RG0N
Non entro nel merito dell’equazione “levità del pensiero = la mancanza di coscienza, di serietà e di rigore” che non non mi riferivo a questo, non ho il tempo e forse neppure la capacità di farlo.
Rispondo solo dell’infelice “rientrare nei ranghi”.
Al momento non mi veniva espressione migliore.
Anche se, ripensandoci, “l’impegno democratico e civile della trasmissione della conoscenza e della cultura” è cosa meravigliosa, ma, qualche volta, richiede un minimo di imposizione.
O no?
Un caro saluto a te.
Giugno 14, 2007 alle 5:01 pm |
Certo l’argomento non è semplice da affrontare e pare che fior fior di filosofi e scrittori si sia cimentati nell’impresa di separare o mettere insieme, che è l’altra faccia della medaglia, leggerezza e gravità. Piacerebbe anche a me andare più a fondo, ma temo che il cerebro non vada più in là di tanto, in certi argomenti. Quanto all’irresponsabilità degli adulti, non concordo poi tanto: per quel che mi riguarda fin troppo responsabile nei loro confronti. Mentre sul tema dell’”imporre” determinate cose ci sto ragionando su, senza tema – a differenza di qualche anno fa- di passare per bieca reazionaria. Cose lievi, s’intende. Ma, poffarbaccobaccolina, dovremmo o no far vedere e sentire la differenza che passa tra un giovane e noi vecchiacci? che si invecchia a fare, sennò? per continuare a comportarci con “leggiadra imbecillità”? Sento che par3rgon già scalpita alla sola lettura, ma che ci posso fa’? Quanto all’esistenza del blog presso il mio pubblico scolastico, una classe conosce la mia attività nascosta, ma non il mio recapito. Mi vergogno un po’, devo dirlo. Con la suddetta classe, però, ho messo su un blogghettino parascolastico, come ebbi a dire a suo tempo.
(oggi la va di inventiva linguisticottocentesca. chissà.)
Giugno 14, 2007 alle 5:52 pm |
@ pessimesempio
Tu sei responsabile.
Vogliamo dire lo stesso dei genitori che hanno stigmatizzato il comportamento della vicepreside?
Ne vedo troppi così, nel mio mestiere.
E tu di più, mi sa.