E’ vero, noi abbiamo bisogno di raccontare le nostre storie - di digerire le nostre vite- ma pochi sono disposti ad ascoltare le peggiori: quelle truculente, o tragiche, o davvero umilianti. Ecco perchè quando qualcuno si arrischia a raccontare storie simili, dà agli altri il permesso di raccontare le loro. Storie che di rado hanno l’opportunità di raccontare. Eventi che forse passeranno tutta la vita a digerire.
Arrischiandoci a raccontare le nostre storie più raccapriccianti, le più estreme, stabiliamo un precedente che offre agli altri questa opportunità rara. …. Il mio amico che smistava i bagagli a Seattle raramente racconta la storia del dito. Ormai sono anni che viaggia per l?europa. Ha studiato in Francia, in Spagna, in Italia. Quando qualcuno si accorge del dito, lui fa spallucce e dice che è stato un incidente. Roba di decenni fa.
Non fu un incidente. Con la mano sinistra afferrò il dito penzolante. Viscido di sangue. Già freddo. Barattando materia con energia, il suo dito con il suo futuro, tirò. Il lembo di pelle si tese. Lui cominciò a torcerlo, fissandolo, stupito di quanto resistesse. Di quanto fosse robusto il tessuto di cui era fatto. Tirò, finché non si strappò. Perché nessuno lo trovasse, perché il dito morto non lo raggiungesse all’ospedale, aprì la cerniera di una valigia e ce lo infilò dentro. Quel pezzettino di lui se ne stava andando dove il resto di lui presto l’avrebbe seguito. In avanscoperta. Quel sacrificio.
Ormai questa storia non la racconta più. A me la raccontò anni e anni fa, e ogni volta che accenno al dito perduto lui si mette a ridere. si guarda la mano, rigirando il moncherino come se non l’avesse mai visto. Scuote la testa e dice non ci posso credere che ti ricordi ancora quella vecchia storia.
Certo che me la ricordo. Io racconto la storia perché è la mia vocazione. Per me qualsiasi storia, se è buona,se è forte, rimane irrisolta finché non riesco a trascriverla e a venderla. Finché non diventa un libro, magari un film, magari un videogioco. Questo saggio è la riduzione della storia del mio amico, che a sua volta era la riduzione di un evento realmente accaduto.
Col tempo siamo destinati a vedere gli attentati al World Trade Center ridotti a sfondo di un film porno. Digeriti. Banalizzati. Risolti. Esauriti. Assimilati. Io qui non c’ero mai venuto. A Capri. Finora. Il dito del mio amico si è trasformato in una settimana al sole. Per me, ora, questa storia è completa. E c’è comunuqe qualcuno, da qualche parte, in un bar o a una festa, che ancora sta raccontando alla gente di quando, aprendo la valigia, tanto, tanto tempo fa- decenni- trovò un dito infilato tra gli abiti ben ripiegati. E quel pubblico, la gente che lo ascolta, attende di raccontare storie simili.
Eccitata all’idea di poterlo fare.
(traduzione di Matteo Colombo; © Chuck Palahniuk per Le conversazioni)
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