tre uomini in barca, per non parlar del cane

31 07 2007

Non siete solo tre , ci sono anche io. Potrei fare il cane. Ma il silenzio del condominio non è male. Io me ne sto distesa all’ingresso, guardo lontano e aspetto, ansimando un po’ per il caldo.




Questo è un post autoreferenziale

26 07 2007

Succede che apro il blog e non ho più voglia di scriverci sopra. Succede che non trovo più niente da scrivere. Mi dico sarà l’estate, che è bene che tu un po’ stacchi da questa storia, in fondo ci sei stata dietro abbastanza. Succede che mi chiedo a cosa poi mi può servire stare a scrivere ’ste storielle. Che guardo lo schermo dove le parole si compongono e basta premere i tasti che te le trovi scritte davanti. Succede che ho voglia di cambiare o forse solo di tornare come era prima.

Intanto anche io leggo, come molti suppongo.

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e questo

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e poi anche questo

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E poi basta.




vacanze

13 07 2007

Domani vado al mare. Per una settimana non sentirete più parlare di me. Chissà come cambieranno le cose in mia assenza. Fate i bravi e non buttate tutto all’aria.




Palahniuk seconda parte

11 07 2007

E’ vero, noi abbiamo bisogno di raccontare le nostre storie - di digerire le nostre vite- ma pochi sono disposti ad ascoltare le peggiori: quelle truculente, o tragiche, o davvero umilianti. Ecco perchè quando qualcuno si arrischia a raccontare storie simili, dà agli altri il permesso di raccontare le loro. Storie che di rado hanno l’opportunità di raccontare. Eventi che forse passeranno tutta la vita a digerire.

Arrischiandoci a raccontare le nostre storie più raccapriccianti, le più estreme, stabiliamo un precedente che offre agli altri questa opportunità rara. ….  Il mio amico che smistava i bagagli a Seattle raramente racconta la storia del dito. Ormai sono anni che viaggia per l?europa. Ha studiato in Francia, in Spagna, in Italia. Quando qualcuno si accorge del dito, lui fa spallucce e dice che è stato un incidente. Roba di decenni fa.

Non fu un incidente. Con la mano sinistra afferrò il dito penzolante. Viscido di sangue. Già freddo. Barattando materia con energia, il suo dito con il suo futuro, tirò. Il lembo di pelle si tese. Lui cominciò a torcerlo, fissandolo, stupito di quanto resistesse. Di quanto fosse robusto il tessuto di cui era fatto. Tirò, finché non si strappò. Perché nessuno lo trovasse, perché il dito morto non lo raggiungesse all’ospedale, aprì la cerniera di una valigia e ce lo infilò dentro. Quel pezzettino di lui se ne stava andando dove il resto di lui presto l’avrebbe seguito. In avanscoperta. Quel sacrificio.

Ormai questa storia non la racconta più. A me la raccontò anni e anni fa, e ogni volta che accenno al dito perduto lui si mette a ridere. si guarda la mano, rigirando il moncherino come se non l’avesse mai visto. Scuote la testa e dice non ci posso credere che ti ricordi ancora quella vecchia storia.

Certo che me la ricordo. Io racconto la storia perché è la mia vocazione. Per me qualsiasi storia, se è buona,se è forte, rimane irrisolta finché non riesco a trascriverla e a venderla. Finché non diventa un libro, magari un film, magari un videogioco. Questo saggio è la riduzione della storia del mio amico, che a sua volta era la riduzione di un evento realmente accaduto.

Col tempo siamo destinati a vedere gli attentati al World Trade Center ridotti a sfondo di un film porno. Digeriti. Banalizzati. Risolti. Esauriti. Assimilati. Io qui non c’ero mai venuto. A Capri. Finora. Il dito del mio amico si è trasformato in una settimana al sole. Per me, ora, questa storia è completa. E c’è comunuqe qualcuno, da qualche parte, in un bar o a una festa, che ancora sta raccontando alla gente di quando, aprendo la valigia, tanto, tanto tempo fa- decenni- trovò un dito infilato tra gli abiti ben ripiegati. E quel pubblico, la gente che lo ascolta, attende di raccontare storie simili.

Eccitata all’idea di poterlo fare.

(traduzione di Matteo Colombo; © Chuck Palahniuk   per Le conversazioni)




Chuck Palahniuk

9 07 2007

Un mio amico una volta lavorava allo smistamento bagagli per una compagnia aerea all’aeroporto di Seattle. I bagagli scorrevano su un nastro trasportatore, etichettati per voli che andavano a Parigi, con coincidenze per Londra, Roma, Atene. Valigie dirette Singapore e a Hong Kong. E questo mio amico lo pagavano per prendere le valigie e sbatterle su un carrello. Qualcun altro poi guidava il carrello verso un aeroplano in attesa, e quindi il bagaglio se ne andava a vedere il mondo.

Il mio amico no. Lui se ne stava nei sotterranei dell’aeroporto di Seattle, ad acchiappare qualsiasi cosa gli passasse davanti sul nastro trasportatore.Il nastro in sé era fatto di una tela spessa rivestita di gomma nera, e così consumata che in certi punti si erano aperti dei buchi. Il nastro scorreva ed era facile, afferrando una borsa, che un dito ti scivolasse dentro uno di quei buchi. Quasi tutti gli addetti allo smistamento bagagli portavano guanti di tela spessi. Altrimenti un nastro poteva anche staccarti un dito.

Questo mio amico aveva bisogno di soldi, per fuggire e viaggiare. Per rimettersi a studiare, magari. Secondo le norme del suo sindacato, se un addetto allo smistamento bagagli perdeva l’anulare della mano destra sul lavoro riceveva un indennizzo di diecimila dollari. E allora questo mio amico smise di mettersi i guanti.

Diecimila dollari. E cominciò a tenere d’occhio i buchi. E’ una storia vera, il mio amico la racconta a chiunque glielo chieda.

Il concetto è: Noi digeriamo gli eventi della nostra vita raccontandoli sotto forma di storie. Per esaurire le reazioni emotive che tali eventi ci provocano. Per esplorare e sfogare ogni loro aspetto, ed entrare in contatto con chi è passato per esperienze simili…………….

…………. Prima accadono gli eventi, qualcosa di troppo bello o troppo brutto per accettarlo.Per crederci. Da quel momento in poi, noi cominciamo a digerire l’evento creando versioni dell’originale sempre più piccole……….

….. Il rapporto tra film e libri funziona nello stesso modo. Se un libro genera abbastanza scompiglio culturale, allora va digerito in un film.Poi con una serie televisiva. E magari anche con un musical di Broadway. Per citare Jacques Derrida, l’evento o la persona o l’oggetto irrisolto genera un’energia enorme…….. Dal Codice da Vinci a Rosemary’s Baby, abbiamo sempre assistito alla riduzione di eventi realmente accaduti in libri, e poi in film. E dopo ancora… in sequel? Giochi da tavola. Videogiochi. Blog. Graffiti.

Questo e molto altro in un racconto di Palahniuk , riportato da Repubblica sabato scorso, nel supplemento Almanacco dei libri. Il racconto è quello che Palahniuk avrebbe poi letto la sera di sabato a Capri, per la seconda edizione del festival “Le conversazioni” .




Come scrivo (io)

6 07 2007

Comincia che mi viene una frase in testa, così, bella e precisa che non ci devo cambiare neanche una virgola. Una bella frase con tutto il suo ritmo e da quella frase poi ne vengono fuori altre e io non devo fare altro che battere le dita sulla tastiera e quello che scrivo viene da sé, senza che ci sia una volontà a guidarmi. Se mi fermo sono perduta: è difficile ritrovare il ritmo dentro di te, perchè in realtà è come se avessi una voce che “ditta dentro” e questa voce che sento e che mi fa scrivere è piuttosto imperiosa e detta a una velocità che non riesco quasi a starle dietro. Intonata, però. Mi piace quella voce, è la mia voce, quella che fa le pause giuste, quella che sa cantare. Mi guardo le mani, nelle pause e gli anelli che porto alle dita. Guardo lo schermo e quello che si forma dentro. Non guardo mai fuori, una distrazione. A volte la voce è così invadente che si esprime anche fuori di me e mi detta piano le parole, che nessuno in casa le senta. Per questo mi piace scrivere quando sono sola. Non racconto storie inventate, non ne sono capace. Sono così aderente alla realtà, ho così bisogno di cose concrete. Quando scrivo in questo modo, con la voce di dentro, sento anche uno strano formicolio alle gambe e so che non devo alzarmi, non devo cambiare posizione. Il culo incollato alla sedia, i piedi fermi dove sono, che altrimenti si perde il momento. Torno a guardarmi le mani, lo schermo, poi è quasi finita, lo sento. Ancora un momento, forse c’è ancora qualcosa da dire E’ finita Rileggo, ascolto il ritmo, deve esserci sempre, ma il mio ritmo è più lento, non quelli che segue Caino . Il mio è un ritmo tipo quello di un mare tranquillo, una risacca, un’onda lenta lentissima che viene e poi si allontana e c’è silenzio e poi di nuovo la senti un ritmo di pancia.