L’estasi di Gian Lorenzo Bernini, beato mentre scolpisce Ludovica Alberoni
Ah mezzanotte semplici capelli
lungo il collo imperlato dai respiri,
sopra la fronte altissima di fronte
a chissà che mattino- incoronata
che immagine che sei, così di tutti!
Se non sei mia è più mio l’averti avuta?
Fammi chiedere ancora, ancora
non di che cosa, solo di più, per slancio
per aurora, soltanto ancora e non saperne nulla
mia povertà mio calco
cieca gioia, che forze avrai sfidato
per venirmi alla mente
dove ti sfioro senza fare un gesto.
Ma ti devo fermare per cadere ai tuoi piedi
per ritornare in me
pieno d’un viso senza più pensiero.
E sono già chi dice “ti tenevo” e già vacilli
nella coda lunghissima degli occhi.
La spiegazione pulsa nel marmo, ricomincia.
Non rimane che il farsi della vista,
di un discorso che dubita, del tempo,
e questo suono stesso sta per dire
che anche io, lo scultore, sono un resto.
(da Silvia Bre, Marmo, L’opera dell’arte)
Si scoprono cose magnifiche – a volte- leggendo, come questa scultura di Bernini che non conoscevo.
Ho, da qualche anno, una particolare predilezione per i mistici. Non so bene da cosa nasca questa storia qua: so solo che mi piace ascoltare e guardare il loro slancio verso l’alto, il loro tentativo di sollevarsi da terra, il loro respiro esausto.
Come dopo un incontro con un amante che abbia esaurito tutte le tue forze, una passione. Sei sfinita, sudata, la testa vacilla, gli occhi vedono cose che gli altri neanche immaginano, ti prende un languore infinito.
Ma in fondo penso che anche ‘mistico’ è solo una definizione e come tutte le parole – nata solo per dire una cosa- finisce che si ritrova addosso come concrezioni tutte le connotazioni dei secoli.
Così una parola che voleva solo dire ‘iniziato delle religioni misteriche’ è andata via nel tempo acquistando quella sfumatura sempre più forte e lievemente spregiativa per alcuni di esaltazione e cieca, totale adesione.
Insomma il mistico – o peggio ancora la mistica- è uno che non vede altra luce che quella dello spirito e come tale è accecato e fuori dal mondo e diverso dagli ‘altri’, così realisti, così ben piantati per terra e molto, molto più realisti, suvvia signori!
Ma come non perdersi di fronte alla cupola del duomo di Parma del Correggio, a quella spirale di nuvole e corpi tirati verso l’alto, che quasi senti il petto che si gonfia in un respiro finalmente ampio e ti liberi della terra, della gravità che altro non è se non pesantezza?
“… il mondo è un corpo celeste, e tutte le cose, nel mondo e fuori, sono di materia celeste,e la loro natura e il loro senso- tranne una folgorante dolcezza- sono insondabili.” (Anna Maria Ortese, Corpo celeste, Adelphi)
Nota: al di là della bellezza del testo di Silvia Bre, che parla, in questa sezione del libro, del rapporto tra un’opera e il suo autore.
Tag: Correggio, misticismo, Ortese, Parma


Settembre 23, 2007 alle 9:02 pm |
Davvero molto interessante, complimenti, Giulia
Settembre 25, 2007 alle 5:34 pm |
Silvia Bre fa impressione. La leggi e non ti puoi fermare. Arrivi in fondo e non sapresti dire cosa hai letto. Ti intontisce con la sua vertiginosa, ritmica complessità. Su di lei ha ragione Genna (che non ha sempre ragione…): si avvia a essere “fondamentale”.
Settembre 25, 2007 alle 8:45 pm |
D’accordo su (quasi) tutto. Il quasi è che Silvia Bre la leggi fino in fondo e non capisci, ma se la rileggi e ci entri dentro e la capisci è straordinario quello che leggi. Da tempo non trovavo qualcosa del genere, in poesia.
Settembre 25, 2007 alle 9:41 pm |
Se rileggi e rileggi, poi la comprensione arriva. Non intendevo dire che non si capisce, ma che è opaca e densa. E questo non vuol dire “oscura” o “virtuosistica”. Non ti respinge con false difficoltà, al contrario, ci cadi dentro. Ti abbraccia, prima. Poi ti parla.
Settembre 26, 2007 alle 10:58 am |
Esatto: ci cadi dentro, ti prende e tu prendi le sue parole. Insomma, gran bei lavori.