superluoghi (e una gionta)

31 10 2007

“Super” è un prefisso connesso alle immagini di superiore, eccessivo, straordinario, eccezionale. Un connotato che può essere assunto da oggetti, persone, situazioni, ma anche da “luoghi”, determinati non solo spazialmente, anche idealmente.
Il prefisso «super» è infatti ascrivibile non tanto all’elemento topografico del luogo, quanto al suo valore simbolico.

Così inizia un interessante articolo su Eddyburg, un sito che si occupa di urbanistica ed architettura, che occupa un intervento dei curatori del volume La civiltà dei superluoghi , pubblicato in occasione della mostra che si è aperta il 13 ottobre a Bologna presso la Galleria Accursio.

I luoghi di cui si parla nel libro e di cui si occupa la mostra una volta si chiamavano non-luoghi . Li aveva definiti così, in un libro che si intitola appunto Non-lieux, Marc Augé, antropologo francese, che chiamava così tutti quei posti, centri commerciali, aereoporti, stazioni metropolitane, isolati dalla realtà cittadina e caratterizzati da un’assenza di scambi sociali.

Mentre quindi nel 1992, anno della pubblicazione del libro di Augè, si dava di questi luoghi un giudizio negativo, almeno sul piano politico, intendendo con questo il piano delle relazione con e nella polis, oggi invece mi pare che si voglia tendere ad una rivalutazione degli stessi, non solo sul piano linguistico attraverso l’uso del prefisso super, ma anche e soprattutto- come è facilmente immaginabile- sul piano concettuale.

Perchè se è vero che i curatori del volume riconoscono che spesso dietro a luoghi come i centri commerciali, le multisale cinematografiche, gli aeroporti c’è una sostanziale disattenzione alla qualità del progetto e una (apparente) casualità dell’iniziativa, che – molto spesso - non rispondono ad alcuna razionalità collettiva, il che ridurrebbe a loro dire il territorio e le città (e i cittadini, mi chiedo?) al ruolo di semplici e passivi spettatori di una complessa ridefinizione del tessuto urbanistico, d’altra parte affermano anche che la nostra civiltà, orientata su abitudini, stili di vita, comportamenti di consumo e produzione, di massa e globali, sembra non poter fare a meno dei superluoghi.

Che i superluoghi facciano ormai parte del paesaggio che si offre ai nostri occhi quotidianamente o quasi è un dato di fatto ed è, per me, ormai accertato il senso di smarrimento insieme e di squallore che mi prende ogni volta che , attirata dalle sirene dello sconto e del risparmio, mi trovo quasi senza rendermene conto o rendendomene conto quando sono già dentro, mi vedo spingere un carrello in un ipermercato, girare in questi enormi stanzoni pieni di roba da mangiare, scatole di detersivi per piatti, biciclette, televisori di tutte le dimensioni tutti accesi sullo stesso canale, ombrelloni, gomme da masticare, latte, carne pesce, surgelati, formaggi, caffè, pannoloni, pannolini, pannelli, penne, camicie, pantaloni, pigiami, spazzolini da denti, risme di carta per stampante, stampanti, libri stampati con lo sconto del 10%, cd, dvd, pc, wc, cellulari, celle frigo, frigoriferi, wurstel, tranci interi di prosciutto crudo sotto vuoto, mozzarelle di bufala fresche del Casertano, pesce persico della Tanzania, tonno pescato dell’Oceano Indiano.

Odori, gente, nausea che mi prende, voglia di uscire, di tornare verso il posteggio dove la mia macchina se ne sta in fila insieme alle centinaia di sorelle più o meno uguali a lei e di andarmene, finalmente.

Marc Augé si è ricreduto, nel frattempo. Oggi, su Repubblica, dichiara che alcuni di questi nonluoghi sono diventati degli snodi mportanti del tessuto urbano, sono molto frequentati, ci si va in gruppo o in famiglia, magari per passarci l’intera giornata. Trasformandosi in superluoghi i nonluoghi ridiventano almeno in parte spazi di scambio sociale. Aggiunge, però: sempre, però, nell’ottica del consumo, dato che si tratta quasi sempre di realtà strettamente dipendenti dalla società dei consumi.

Ora, quando mi trovo davanti a queste affermazioni, quella dei curatori del volume sui superluogi e quella di Augé, nelle quali, in nome ,secondo me, di quella “cosa” che viene chiamata post-moderno e chissà se esiste poi davvero come categoria del tempo e della mente, si difende, in un modo o nell’altro, l’esistenza di alcuni modi in cui si esprime al suo massimo grado la società del mercato, mi viene in mente che forse è proprio a causa di questi atteggiamenti fortemente intellettualistici che la “gente” (anche questo, lo ammetto, termine alquanto generico) continua a fare la fila la domenica lungo le strade che portano ai centri commerciali, perchè non ha più un altro modo di passare la domenica. E’ a causa di queste affermazioni che c’è chi dorme la notte davanti ai cancelli della nuova Ipercoop di Empoli, aspettando la mattina per poter comprare uno dei cento televisori sottocosto (per vederci cosa, poi? L’isola dei Famosi?). O forse siamo tutti imbecilli, più di quanto la razza umana stimi e l’una e l’altra cosa, le affermazioni e i comportamenti della gente, sono facce della stessa medaglia e denunciano l’incapacità di capire dove stiamo davvero andando.

Non voglio fare la “passatista”, lodare i tempi passati a tutti i costi, ma certo credo che un cambiamento- se mai ci potrà essere- non verrà certo da qui, dai superluoghi, neanche se diventassero i nuovi centri della città del futuro. Quello che manca, secondo me, agli urbanisti e agli architetti e insieme a loro agli amministratori delle città e insieme a loro a chi educa le generazioni future, è sì, un progetto, ma un progetto che ha a che fare con il senso della cittadinanza, con il senso del vivere insieme, del fare qualcosa insieme, che non sia fare la spesa, che non sia comprare, come se i soldi fossero diventati (e infatti lo sono) l’unica misura del mondo.

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Prima gionta delle ore 18 (sto studiando Boiardo, dovete scusarmi per il linguaggio non proprio postmoderno)
Che poi pensavo che in fondo anche la Feltrinelli è un superluogo, ma a me non viene neanche in mente che lo sia perchè lì si vende Kultura. o no?




aggirarsi per un oscuro laberinto

29 10 2007

Signor Sarsi, la cosa non istà così. La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a li occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.

(Galileo Galilei, Il saggiatore, in Opere, edizione nazionale diretta da A. Favero, Barbera, Firenze, 1890-1909, ristampata nel 196 8)

A partire da questo.




Guardare a distanza

27 10 2007

Vedevo uno che ha smesso di sapere

seduto verso il mare, nel silenzio:

una forma dell’aria, un’onda pura

partita da un secolo qualunque.

Eravamo nella stessa stanza nella stessa luce,

nell’ombra- io, come si dice, viva

lui creatura del giapponese che lo dipinse.

Parlavo mi pare del bene che faceva

quel suo covare di schiena l’orizzonte

e la mia calma in fondo alla sua vista,

mi chiedevo che felicità fosse

ad arrivare da così lontano

e non pensavo a nulla

mentre da fuori il sole ci ha fasciati

e rispondeva.

( Silvia Bre, Marmo, L’opera dell’arte, Einaudi)

Un continuo slittamento, di tempi e di spazi, dentro questa poesia, eppure tutto accade nella stessa stanza nella stessa luce. Quello che viene narrato è in fondo semplice e quotidiano per chi sia abituato a soffermarsi di fronte ad un quadro, ma va ovviamente oltre il banale, a partire dal quel io, come si dice, viva che pare voler sottolineare l’annullamento totale delle distanze di cui parlavo sopra. E’ proprio questo annullamento a permettere che una pittura o una scultura antica infondano in chi è davanti a loro quel silenzioso senso di pace che non chiede altro, per essere soddisfatto, che guardare e rimanere in ascolto. Parlerei di commozione, in questi casi, proprio perchè mi pare che ci sia, come dice Silvia Bre, un muto dialogo, che presuppone un cum, una emozione insieme.

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Mi sarebbe piaciuto, oggi, parlare anche di un film che ho visto ieri sera, La giusta distanza di Carlo Mazzacurati . Un film che ieri sera mi ha molto emozionato, ma che mi piacerebbe anche guardare, appunto, da una giusta distanza.

La storia è quella di un paesino del delta del Po in cui arriva una giovane maestra dalla Toscana che attira subito gli sguardi di uomini e donne. Tra gli uomini c’è anche un tunisino, meccanico nell’officina del padre del protagonista aspirante giornalista, che si innamora di lei e viene in parte ricambiato, ma la storia tra i due non terminerà con un lieto fine.

Dicevo che il film, lì per lì, mi è piaciuto ed in alcuni momenti emozionato, fino alle lacrime, come durante una scena- una festa notturna lungo gli argini del fiume- durante la quale il tunisino e suo cognato ballano, circondati dalla gente del posto, un ballo del loro paese. In quel momento mi è sembrato di capire qualcosa che mi riguardava e riguardava il mio modo di guardare chi viene in Italia da migrante: che spesso mi dimentico che queste persone hanno nostalgia delle loro case, delle loro madri e fratelli e che la loro nostalgia è tanto più forte quanto più vivono in un paese così diverso- ormai- dal loro, un paese in cui le relazioni umane sono molto frammentate, almeno a mio modo di vedere. Mazzacurati, che era presente alla proiezione, ha detto che secondo lui, nei paesi del Veneto non c’è, al di là degli stereotipi, razzismo nei confronti dei migranti, ma una situazione che è abbastanza vicina alla familiarità, ma l’impressione è che la sua sia un po’ un’idealizzazione, una visione ottimistica delle cose, tant’è vero che il film va a finire come va a finire.

Diffido sempre un po’ dei film che coinvolgono così tanto e mi sembra che poi anche lo stesso Mazzacurati, con alcune scene e personaggi del film, ci dica qualcosa a questo proposito. Uno dei personaggi del film, un direttore di un giornale di provincia, dice al giovane protagonista che vuole lavorare nel suo giornale che un vero giornalista deve saper tenere la giusta distanza rispetto alle cose che vede e che sente: non può guardarle troppo da lontano ma neanche troppo da vicino, lasciandosi prendere dalle emozioni e dai sentimenti, deve saper trovare la giusta distanza. Ovvio che questo dialogo sia importante nella storia del film, visto che dà anche il titolo all’opera. E forse ce ne dà anche una chiave di lettura, che forse vale in generale per il modo da tenere nell’accostarsi al cinema: occorre tenere verso quello che guardiamo la giusta distanza, non bisogna mai farsi coinvolgere fino in fondo, mai immedesimarsi troppo nei personaggi, essere sempre consapevoli che quello che stiamo guardando è solo un film, è un racconto scritto da un uomo o da una donna, solo una storia raccontata da uno che ha un suo punto di vista. Ma sta a noi, poi, a partire da questa storia raccontarci la nostra.

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…… nel suo “dar senso” al mondo, la narrazione lo ricostruisce incessantemente come un dramma a due personaggi, in cui l’essere umano crea e ricrea se stesso, a partire da un “altro” astratto e puramente simbolico…..

( Teresa De Lauretis, Sui generis, Scritti di teoria femminista, Feltrinelli)




automatismi

26 10 2007

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Mi chiedo: che cosa pensano queste creature generate in questo modo automatico per via d’incanto? ossia, questo gigante che si reduplica, cos’hanno in mente tutti gli altri suoi duplicati? tutti ricordano la stessa infanzia? E in seguito? non soffrirebbero di vuoto interiore? Ché già a essere unici ci si sente fin troppo preconfezionati, anche nei pensieri, e si scalpita, per distinguersi. Gli esseri artificiali a maggior ragione (viene da dire) saranno degli sbandati, insofferenti del buonsenso. Oppure no. I regimi totalitari…………prediligono gli esseri artificiali perchè non hanno crisi, ripensamenti, non fanno comunella tra loro, sono prevedibili, e se li metti davanti alla televisione ci stanno, sono contenti, e si esauriscono. E se hanno un maestro teorico, a quel punto non c’è bisogno d’altro, lo ripetono per tutta quella loro onesta vita fasulla. I regimi totalitari non c’è bisogno di andare nel ventesimo secolo…. ;qui, adesso, ci sono persone che hanno in genere un moroso o una morosa, che tengono tutta la vita e che è come loro, ossia due fotocopie, stesso lavoro, stesso credo teorico, col quale o con la quale cenano e parlano della teoria, quella che li accomuna, e con la quale spiegano tutto, anche il fatto che si deve essere dei duplicati.

(Ermanno Cavazzoni, Storia naturale dei giganti, Guanda)




e giorni

22 10 2007

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Il giorno ad urlapicchio

Ci son dei giorni smègi e lombidiosi

col cielo dagro e un fònzero gongruto

ci son meriggi gnàlidi e budriosi

che plògidan sul mondo infrangelluto,

ma oggi è un giorno a zìmpani e zirlecchi

un giorno tutto gnacchi e timparlini,

le nuvole buzzìllano, i bernecchi

ludèrchiano coi fèrnagi tra i pini;

è un giorno per le vànvere, un festicchio

un giorno carmidioso e prodigiero,

è un giorno a cantilegi, ad urlapicchio

in cui m’hai detto “t’amo per davvero”.

( Fosco Maraini, Gnòsi delle Fànfole, Daldini Castoldi Dallai editore, 2007)

Non conoscevo Fosco Maraini, non sapevo neanche che era il padre di Dacia Maraini. L’ho scoperto praticamente quando è morto e tempo fa, quando ho visto in libreria questa sua raccolta di poesie, ho capito che tipo particolare doveva essere stato. Le poesie contenute in questo libretto, accompagnato in questa edizione da un cd di Stefano Bollani e Massimo Altomare, sono esempi di “linguaggio metasemantico”, secondo la definizione dello stesso Maraini: una lingua che non denota più le cose di cui parla, ma è utilizzata in quanto suono, rumore, capacità espressiva.

La prima cosa che mi è venuta in mente leggendolo è che in fondo questa tradizione metalinguistica è ben presente nella letteratura italiana ( e non solo, ovviamente), anche se forse un po’ dimenticata o forse meglio, messa da parte perchè strana e poco utile nel contesto di una poetica che si è sempre battuta contro ciò che era puro divertimento: basta pensare ai “nominativi fritti e mappamondi” o ai “sospiri azzurri di speranze bianche” del Burchiello, o al Morgante di Pulci, opere in cui spesso il divertimento per il suono, per la parola usata per pura assonanza con quella che la segue o la precede, prevale sul senso del testo. O almeno l’accompagna.

Per rimanere ai nostri giorni, invece, mi viene in mente un autore come Cavazzoni e il suo ultimo, piacevole libro Storia naturale dei giganti.

E allora mi viene da pensare che in fondo in fondo non bisogna essere seri tutti i giorni, anzi: sorridere e ridere fa sempre bene, soprattutto nei giorni di freddo. O almeno pensare che è possibile farlo.

Il lonfo

Il lonfo non vaterca né gluisce

e molto raramente barigatta,

ma quando soffia il bego a bisce bisce

sdilenca un poco e gnagio s’archipatta.

E’ frusco il lonfo! E’ pieno di lupigna

arrafferia malversa e sofolenta!

Se cionfi ti sbiduglia e t’arrupigna

se lugri ti botalla e ti cribventa.

Eppure il vecchio lonfo ammargelluto

che bete e zugghia e fonca nei trombazzi

fa lègica busìa, fa gisbuto;

e quasi quasi in segno di sberdazzi

gli affarferesti un gniffo. Mai lui zuto

t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.




notti

20 10 2007

Vi sono casi in cui accettare la solitudine può significare attingere Dio. Ma v’è una stoica accettazione più nobile ancora: la solitudine senza Dio. Irrespirabile per i più. Dura e incolore come un quarzo. Nera e trasparente ( e tagliente) come l’ossidiana. L’allegria ch’essa può dare è indicibile. E’ l’adito- troncata netta ogni speranza- a tutte le libertà possibili. Compresa quella (la serpe che si morde la coda) di credere in Dio, pur sapendo- definitivamente- che Dio non c’è e non esiste.

( Giorgio Caproni, Inserto, in Res Amissa, 1991)

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Non c’è fedeltà che nel tradimento.

Nascondi la chiave nel buio

e fai di te la notte

ADAM KASEV

(citazione in apertura di Fai di te la notte, di Giorgio Scianna, Einaudi)

Di Adam Kasev, non riesco a trovare nulla, non so chi sia, ma so che il libro di Scianna è davvero bello, emozionante come pochi di quelli che ho ultimamente letto. Non si tratta di emozioni forti, di storie che ti prendono alla gola, di avventure spettacolari. Tutto si svolge dentro: dentro una casa, dentro una stanza, dentro una piscina, dentro un’automobile.  Tutto , o quasi tutto, si svolge al buio: di notte o in luoghi dove la luce è scarsa, le tapparelle abbassate, l’illuminazione artificiale. Clara, la protagonista femminile, non riesce più a vedere con chiarezza quelli che ha intorno,il marito, i figli, i colleghi di lavoro. Ha paura di non capire, di accettare quello che non sa ma che immagina sia, ha paura di suo marito, un uomo apparentemente dolcissimo che forse le nasconde un segreto. Non è l’entità del segreto a spaventarla: quello che le brucia è di aver vissuto accanto ad un uomo, di averlo amato e di aver ricevuto in cambio un silenzio che le nasconde parte della sua vita. La storia di Clara è anche la storia di papà Giò, malato terminale, anche lui custode di segreti. Un uomo che sa tante cose, che parla, che racconta storie di Pigafetta e Colombo e Caboto, storie della Reconquista spagnola, di infedeli e di marrani, che fin dall’inizio, forse, si mostra a Clara -e a noi-  per quello che non è, ma è solo un vecchio, è solo malato, è solo nella sua grande casa con le persiane abbassate.  Le storie si intrecciano tra di loro, fino a che un vento fortissimo che alza le vele e le strappa non si porta, forse, via tutto.

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Vecchie parole:      fiducia            fedeltà

E ancora nulla di nuovo in sostituzione.

(Adrienne Rich, For Memory, in Cartografie del silenzio, Crocetti, 2000)