Il giorno ad urlapicchio
Ci son dei giorni smègi e lombidiosi
col cielo dagro e un fònzero gongruto
ci son meriggi gnàlidi e budriosi
che plògidan sul mondo infrangelluto,
ma oggi è un giorno a zìmpani e zirlecchi
un giorno tutto gnacchi e timparlini,
le nuvole buzzìllano, i bernecchi
ludèrchiano coi fèrnagi tra i pini;
è un giorno per le vànvere, un festicchio
un giorno carmidioso e prodigiero,
è un giorno a cantilegi, ad urlapicchio
in cui m’hai detto “t’amo per davvero”.
( Fosco Maraini, Gnòsi delle Fànfole, Daldini Castoldi Dallai editore, 2007)
Non conoscevo Fosco Maraini, non sapevo neanche che era il padre di Dacia Maraini. L’ho scoperto praticamente quando è morto e tempo fa, quando ho visto in libreria questa sua raccolta di poesie, ho capito che tipo particolare doveva essere stato. Le poesie contenute in questo libretto, accompagnato in questa edizione da un cd di Stefano Bollani e Massimo Altomare, sono esempi di “linguaggio metasemantico”, secondo la definizione dello stesso Maraini: una lingua che non denota più le cose di cui parla, ma è utilizzata in quanto suono, rumore, capacità espressiva.
La prima cosa che mi è venuta in mente leggendolo è che in fondo questa tradizione metalinguistica è ben presente nella letteratura italiana ( e non solo, ovviamente), anche se forse un po’ dimenticata o forse meglio, messa da parte perchè strana e poco utile nel contesto di una poetica che si è sempre battuta contro ciò che era puro divertimento: basta pensare ai “nominativi fritti e mappamondi” o ai “sospiri azzurri di speranze bianche” del Burchiello, o al Morgante di Pulci, opere in cui spesso il divertimento per il suono, per la parola usata per pura assonanza con quella che la segue o la precede, prevale sul senso del testo. O almeno l’accompagna.
Per rimanere ai nostri giorni, invece, mi viene in mente un autore come Cavazzoni e il suo ultimo, piacevole libro Storia naturale dei giganti.
E allora mi viene da pensare che in fondo in fondo non bisogna essere seri tutti i giorni, anzi: sorridere e ridere fa sempre bene, soprattutto nei giorni di freddo. O almeno pensare che è possibile farlo.
Il lonfo
Il lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco e gnagio s’archipatta.
E’ frusco il lonfo! E’ pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e t’arrupigna
se lugri ti botalla e ti cribventa.
Eppure il vecchio lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;
e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Mai lui zuto
t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.
Tag: Altomare, Bollani, Burchiello, Cavazzoni, Folco Maraini, Morgante, ridere

Ottobre 23, 2007 alle 9:59 am |
Io lo trovo bellissimo questo linguaggio… Bello il tuo post, Ciao giulia
Ottobre 23, 2007 alle 10:03 am |
I ragazzi si divertono tantissimo ad ascoltare questo tipo di poesia.
Volevamo a proposito avvisarti che questa estate il blog sulla scuola è saprito, ne abbiamo aperto un altro a questo indirizzo e ci piacerebbe tornassi a trovarci e a dire la tua.
http://lisolasconosciuta.splinder.com
Ottobre 23, 2007 alle 2:50 pm |
Grazie Giulia. Costanza, ho inserito il nuovo link, grazie per l’informazione.
Ottobre 23, 2007 alle 5:20 pm |
ho regalato qualche mese fa ad un amico questo libro di cui parli, ma non avevo letto la poesia “Il giorno ad urlapicchio”, mi sono emozionata, “per davvero”.
Ottobre 24, 2007 alle 9:08 am |
Dovresti sentire, Jomarch, il testo recitato dallo stesso Maraini o quello con la musica di Bollani…. ti rimane in testa per due o tre giorni e ti fa compagnia.
Una nota a margine: vedo che su Explorer la foto è tagliata: con Firefox si vede intera. Per chi non la può vedere è una donna- pagliaccio, dalla Biennale dell’arte di Venezia, visitata con gran soddisfazione qualche giorni fa. Ne parlerò, magari, chissà…
Ottobre 25, 2007 alle 2:58 pm |
Su questo argomento, anche qui: http://contaminazioni.splinder.com/post/14432785