Guardare a distanza

Vedevo uno che ha smesso di sapere

seduto verso il mare, nel silenzio:

una forma dell’aria, un’onda pura

partita da un secolo qualunque.

Eravamo nella stessa stanza nella stessa luce,

nell’ombra- io, come si dice, viva

lui creatura del giapponese che lo dipinse.

Parlavo mi pare del bene che faceva

quel suo covare di schiena l’orizzonte

e la mia calma in fondo alla sua vista,

mi chiedevo che felicità fosse

ad arrivare da così lontano

e non pensavo a nulla

mentre da fuori il sole ci ha fasciati

e rispondeva.

( Silvia Bre, Marmo, L’opera dell’arte, Einaudi)

Un continuo slittamento, di tempi e di spazi, dentro questa poesia, eppure tutto accade nella stessa stanza nella stessa luce. Quello che viene narrato è in fondo semplice e quotidiano per chi sia abituato a soffermarsi di fronte ad un quadro, ma va ovviamente oltre il banale, a partire dal quel io, come si dice, viva che pare voler sottolineare l’annullamento totale delle distanze di cui parlavo sopra. E’ proprio questo annullamento a permettere che una pittura o una scultura antica infondano in chi è davanti a loro quel silenzioso senso di pace che non chiede altro, per essere soddisfatto, che guardare e rimanere in ascolto. Parlerei di commozione, in questi casi, proprio perchè mi pare che ci sia, come dice Silvia Bre, un muto dialogo, che presuppone un cum, una emozione insieme.

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la-dama-con-lermellino.jpg

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Mi sarebbe piaciuto, oggi, parlare anche di un film che ho visto ieri sera, La giusta distanza di Carlo Mazzacurati . Un film che ieri sera mi ha molto emozionato, ma che mi piacerebbe anche guardare, appunto, da una giusta distanza.

La storia è quella di un paesino del delta del Po in cui arriva una giovane maestra dalla Toscana che attira subito gli sguardi di uomini e donne. Tra gli uomini c’è anche un tunisino, meccanico nell’officina del padre del protagonista aspirante giornalista, che si innamora di lei e viene in parte ricambiato, ma la storia tra i due non terminerà con un lieto fine.

Dicevo che il film, lì per lì, mi è piaciuto ed in alcuni momenti emozionato, fino alle lacrime, come durante una scena- una festa notturna lungo gli argini del fiume- durante la quale il tunisino e suo cognato ballano, circondati dalla gente del posto, un ballo del loro paese. In quel momento mi è sembrato di capire qualcosa che mi riguardava e riguardava il mio modo di guardare chi viene in Italia da migrante: che spesso mi dimentico che queste persone hanno nostalgia delle loro case, delle loro madri e fratelli e che la loro nostalgia è tanto più forte quanto più vivono in un paese così diverso- ormai- dal loro, un paese in cui le relazioni umane sono molto frammentate, almeno a mio modo di vedere. Mazzacurati, che era presente alla proiezione, ha detto che secondo lui, nei paesi del Veneto non c’è, al di là degli stereotipi, razzismo nei confronti dei migranti, ma una situazione che è abbastanza vicina alla familiarità, ma l’impressione è che la sua sia un po’ un’idealizzazione, una visione ottimistica delle cose, tant’è vero che il film va a finire come va a finire.

Diffido sempre un po’ dei film che coinvolgono così tanto e mi sembra che poi anche lo stesso Mazzacurati, con alcune scene e personaggi del film, ci dica qualcosa a questo proposito. Uno dei personaggi del film, un direttore di un giornale di provincia, dice al giovane protagonista che vuole lavorare nel suo giornale che un vero giornalista deve saper tenere la giusta distanza rispetto alle cose che vede e che sente: non può guardarle troppo da lontano ma neanche troppo da vicino, lasciandosi prendere dalle emozioni e dai sentimenti, deve saper trovare la giusta distanza. Ovvio che questo dialogo sia importante nella storia del film, visto che dà anche il titolo all’opera. E forse ce ne dà anche una chiave di lettura, che forse vale in generale per il modo da tenere nell’accostarsi al cinema: occorre tenere verso quello che guardiamo la giusta distanza, non bisogna mai farsi coinvolgere fino in fondo, mai immedesimarsi troppo nei personaggi, essere sempre consapevoli che quello che stiamo guardando è solo un film, è un racconto scritto da un uomo o da una donna, solo una storia raccontata da uno che ha un suo punto di vista. Ma sta a noi, poi, a partire da questa storia raccontarci la nostra.

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…… nel suo “dar senso” al mondo, la narrazione lo ricostruisce incessantemente come un dramma a due personaggi, in cui l’essere umano crea e ricrea se stesso, a partire da un “altro” astratto e puramente simbolico…..

( Teresa De Lauretis, Sui generis, Scritti di teoria femminista, Feltrinelli)

8 Risposte a “Guardare a distanza”


  1. 1 Giulia Ottobre 28, 2007 alle 6:44 pm

    Io non riesco o non volgio tenre la giusta distanza, io volgio sentire cosa sente l’altro o almeno vorrei, non so se è giusto o sbagliato, ma è così, bel post davvero, Giulia

  2. 2 pessimesempio Ottobre 28, 2007 alle 7:53 pm

    Ma non fraintendere: la giusta distanza non significa che occorre tenere le distanze: significa solo- forse- che occorre guardare le cose e le persone mettendo in mezzo fra noi e loro come un piccolo filtro, per non rischiare di vedere cose che ci sembra ci siano e magari sono solo bruscolini nei nostri occhi o di vedere sfuocato per la troppa lontananza. Per questo, nel film, si dice né troppo vicino né troppo lontano. Tutto qui, un po’ come: la misura giusta.

  3. 3 parergon Ottobre 29, 2007 alle 8:44 am

    la citazione della de lauretis mi ricorda così da vicino quello che insegno ai ragazzi in questi giorni [geometria descrittiva] che quasi sobbalzo, a veder catapultata in un contesto letterario un’immagine composta di linee e numeri / poi penso a tutte quelle rette che si incontrano all’infinito, ai punti impropri, alla difficoltà di effettuare una misurazione che rende necessario ribaltare, inventare, osservare da più punti di vista, ed ecco che allora la misura, sia essa quella di una distanza o la nostra, la nostra misura del mondo e nel mondo, mi appare in tutta la sua faticosa complessità /
    un saluto /P

  4. 4 manginobrioches Ottobre 29, 2007 alle 11:04 am

    io credo che la giusta distanza non sia necessariamente una distanza: certe volte è giusto, anzi indispensabile, aderire, stare così vicino da non poter nemmeno guardare con gli occhi. perché gli occhi ingannano, a volte. il cuore, ovvero il principale distributore di misure e distanze, quasi mai.

  5. 5 pessimesempio Ottobre 29, 2007 alle 7:35 pm

    Come mi piace, parergon, questo rimando tra letteratura e geometria, cos’ tanto che anche a me il tuo commento mi fa sobbalzare: devo dire che a me Galileo e la sua idea che il mondo sia scritto in lingua matematica mi affascina alquanto( e visto che me la fai venire in mente quasi quasi ci faccio un piccolo post).
    Madame la reine, sì, sì, il cuore non sbaglia quasi mai, e infatti l’amore è cieco.

  6. 6 swann Novembre 3, 2007 alle 6:37 pm

    Credo che, al di là di tutte le teorie, che sono solo costruzioni della nostra mente non esista un giusta distanza dalle cose (realtà, emozioni, ecc.) In realtà noi dovremmo essere nelle cose e al di là di esse allo stesso tempo. Credo non sia molto facile, però

  7. 7 pessimesempio Novembre 5, 2007 alle 7:59 pm

    Per niente, facile. Se lo scopri, come si fa, fai un fischio. Però questa cosa che hai detto è molto bella. Buone cose.


  1. 1 aggirarsi per un oscuro laberinto « scompartimento per lettori e taciturni Trackback su Ottobre 29, 2007 alle 7:51 pm

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