“Super” è un prefisso connesso alle immagini di superiore, eccessivo, straordinario, eccezionale. Un connotato che può essere assunto da oggetti, persone, situazioni, ma anche da “luoghi”, determinati non solo spazialmente, anche idealmente.
Il prefisso «super» è infatti ascrivibile non tanto all’elemento topografico del luogo, quanto al suo valore simbolico.
Così inizia un interessante articolo su Eddyburg, un sito che si occupa di urbanistica ed architettura, che occupa un intervento dei curatori del volume La civiltà dei superluoghi , pubblicato in occasione della mostra che si è aperta il 13 ottobre a Bologna presso la Galleria Accursio.
I luoghi di cui si parla nel libro e di cui si occupa la mostra una volta si chiamavano non-luoghi . Li aveva definiti così, in un libro che si intitola appunto Non-lieux, Marc Augé, antropologo francese, che chiamava così tutti quei posti, centri commerciali, aereoporti, stazioni metropolitane, isolati dalla realtà cittadina e caratterizzati da un’assenza di scambi sociali.
Mentre quindi nel 1992, anno della pubblicazione del libro di Augè, si dava di questi luoghi un giudizio negativo, almeno sul piano politico, intendendo con questo il piano delle relazione con e nella polis, oggi invece mi pare che si voglia tendere ad una rivalutazione degli stessi, non solo sul piano linguistico attraverso l’uso del prefisso super, ma anche e soprattutto- come è facilmente immaginabile- sul piano concettuale.
Perchè se è vero che i curatori del volume riconoscono che spesso dietro a luoghi come i centri commerciali, le multisale cinematografiche, gli aeroporti c’è una sostanziale disattenzione alla qualità del progetto e una (apparente) casualità dell’iniziativa, che – molto spesso – non rispondono ad alcuna razionalità collettiva, il che ridurrebbe a loro dire il territorio e le città (e i cittadini, mi chiedo?) al ruolo di semplici e passivi spettatori di una complessa ridefinizione del tessuto urbanistico, d’altra parte affermano anche che la nostra civiltà, orientata su abitudini, stili di vita, comportamenti di consumo e produzione, di massa e globali, sembra non poter fare a meno dei superluoghi.
Che i superluoghi facciano ormai parte del paesaggio che si offre ai nostri occhi quotidianamente o quasi è un dato di fatto ed è, per me, ormai accertato il senso di smarrimento insieme e di squallore che mi prende ogni volta che , attirata dalle sirene dello sconto e del risparmio, mi trovo quasi senza rendermene conto o rendendomene conto quando sono già dentro, mi vedo spingere un carrello in un ipermercato, girare in questi enormi stanzoni pieni di roba da mangiare, scatole di detersivi per piatti, biciclette, televisori di tutte le dimensioni tutti accesi sullo stesso canale, ombrelloni, gomme da masticare, latte, carne pesce, surgelati, formaggi, caffè, pannoloni, pannolini, pannelli, penne, camicie, pantaloni, pigiami, spazzolini da denti, risme di carta per stampante, stampanti, libri stampati con lo sconto del 10%, cd, dvd, pc, wc, cellulari, celle frigo, frigoriferi, wurstel, tranci interi di prosciutto crudo sotto vuoto, mozzarelle di bufala fresche del Casertano, pesce persico della Tanzania, tonno pescato dell’Oceano Indiano.
Odori, gente, nausea che mi prende, voglia di uscire, di tornare verso il posteggio dove la mia macchina se ne sta in fila insieme alle centinaia di sorelle più o meno uguali a lei e di andarmene, finalmente.
Marc Augé si è ricreduto, nel frattempo. Oggi, su Repubblica, dichiara che alcuni di questi nonluoghi sono diventati degli snodi mportanti del tessuto urbano, sono molto frequentati, ci si va in gruppo o in famiglia, magari per passarci l’intera giornata. Trasformandosi in superluoghi i nonluoghi ridiventano almeno in parte spazi di scambio sociale. Aggiunge, però: sempre, però, nell’ottica del consumo, dato che si tratta quasi sempre di realtà strettamente dipendenti dalla società dei consumi.
Ora, quando mi trovo davanti a queste affermazioni, quella dei curatori del volume sui superluogi e quella di Augé, nelle quali, in nome ,secondo me, di quella “cosa” che viene chiamata post-moderno e chissà se esiste poi davvero come categoria del tempo e della mente, si difende, in un modo o nell’altro, l’esistenza di alcuni modi in cui si esprime al suo massimo grado la società del mercato, mi viene in mente che forse è proprio a causa di questi atteggiamenti fortemente intellettualistici che la “gente” (anche questo, lo ammetto, termine alquanto generico) continua a fare la fila la domenica lungo le strade che portano ai centri commerciali, perchè non ha più un altro modo di passare la domenica. E’ a causa di queste affermazioni che c’è chi dorme la notte davanti ai cancelli della nuova Ipercoop di Empoli, aspettando la mattina per poter comprare uno dei cento televisori sottocosto (per vederci cosa, poi? L’isola dei Famosi?). O forse siamo tutti imbecilli, più di quanto la razza umana stimi e l’una e l’altra cosa, le affermazioni e i comportamenti della gente, sono facce della stessa medaglia e denunciano l’incapacità di capire dove stiamo davvero andando.
Non voglio fare la “passatista”, lodare i tempi passati a tutti i costi, ma certo credo che un cambiamento- se mai ci potrà essere- non verrà certo da qui, dai superluoghi, neanche se diventassero i nuovi centri della città del futuro. Quello che manca, secondo me, agli urbanisti e agli architetti e insieme a loro agli amministratori delle città e insieme a loro a chi educa le generazioni future, è sì, un progetto, ma un progetto che ha a che fare con il senso della cittadinanza, con il senso del vivere insieme, del fare qualcosa insieme, che non sia fare la spesa, che non sia comprare, come se i soldi fossero diventati (e infatti lo sono) l’unica misura del mondo.
Prima gionta delle ore 18 (sto studiando Boiardo, dovete scusarmi per il linguaggio non proprio postmoderno)
Che poi pensavo che in fondo anche la Feltrinelli è un superluogo, ma a me non viene neanche in mente che lo sia perchè lì si vende Kultura. o no?
Tag: Augè, cittadinanza, città, nonluoghi, superluoghi, urbanistica

Ottobre 31, 2007 alle 6:16 pm |
Dicevi, in un altro post, giustamente, che c’è bisogno di bellezza.
Ma alla bellezza, come a tutto, occorre essere educati.
O forse, meglio, occorre non venire diseducati a forza di identificarla con l’effimero e l’apparenza.
E questo è precisamente ciò che succede oggi.
Un caro saluto,
Laura
Ottobre 31, 2007 alle 8:03 pm |
leggendo mi viene in mente una cosa /
il superluogo come entità visibile senza sforzo, che trascende qualsiasi forma di apprezzamento o di percezione delle sfumature /
una cultura miope, o piuttosto grossolana, ha bisogno di un su[pe]r-dimensionamento dei luoghi e degli oggetti cui fa riferimento, perchè non è più avvezza al minuscolo, al seminascosto, a ciò che è oggetto di scoprimento graduale /
anche il microscopico I-pod è un super-oggetto, super-visibile in quanto riprodotto e moltiplicato a dismisura /
dunque interpreto il suffisso “super” come un accrescimento quantitativo, quasi sotto l’effetto di una lente di ingrandimento che non potendo accrescere la sostanza, ingigantisce l’involucro per potenziarne la visibilità, attraverso differenti strategie, tutte imparentate con il [dio] marketing…
Ottobre 31, 2007 alle 11:51 pm |
A me invece piacciono tanto, ma tanto, ’sti luoghi (”iper” o “non” che siano), dove si compra e si vende.
Qui una mia apologia dei centri commerciali, scritta tempo fa
http://www.licenziamentodelpoeta.splinder.com/post/10981050
Novembre 1, 2007 alle 1:31 am |
Di primo acchito direi che sia il caso questo d’allargare la ricerca a ulteriori prefissi (non, super); anzi, ad operare la sostituzione di questi col termine più moderno e ubiquo di “liquido”. Auge non è più in auge, sorella, meglio Baumann. O Labranca. Anche Malesi, sì.
Novembre 1, 2007 alle 7:56 am |
quella scritta sulla colonna mi fa paura.
Novembre 1, 2007 alle 10:26 am |
la posizione di baumann è senz’altro interessante, e calza a pennello, ma a me questa cosa del super-luogo e del super-oggetto che travalica grossolanamente la microscala interessa un bel po’ / la trovo perfettamente calzante, soprattutto in provincia, dove esiste ancora il mito della visibilità /
Novembre 2, 2007 alle 12:52 pm |
Una delle cose che caratterizza aggiormente questi luoghi è il senso di spaesamento che crea in chi vi si trova a passare. Lo spaesamento equivale ad una percezione di perdita di identità, quindi di non esistenza (o di esistenza virtuale) Questi non luoghi contribuiscono perciò ad abituarci gradualmente ad una non vita (o vita virtuale)
Ciao
Swann
Novembre 5, 2007 alle 7:51 pm |
[...] me sembra che questa storia dei superluoghi abbia a che fare con la bellezza, da una parte, e con la stupidità dall’altra. E non è per fare la grandonna, quella [...]
Novembre 6, 2007 alle 9:04 pm |
Quando entro in questi posti provo un senso di spaesamento che mi dà un senso di vertigine reale. Sono confusa, non riesco a raccogliere le idee, non riesco a dilaogare con chi mi sta accanto. Si urla per ascolatrsi e alla fine passiamo senza parlare ascoltando le urla degli altri. No, sono d’accordo con te… Sono non-luoghi dove la gente va richiamati dalle sirene, molti ragazzi passano la giornata perchè non c’è altro… Io credo che molti intellettuali sono così lontani dalla gente che non sanno nenanche gli effetti devastanti che sta producendo questa non-cultura.
Bello, molto bello il tuo post. Ciao Giulia
Novembre 20, 2007 alle 10:51 pm |
Io quando penso ai superluoghi o non luoghi penso alle periferie, alla provincia, alla città piccola. Quando scopro che questi posti sono presi d’assalto ovunque, allora capisco che qualcosa di sbagliato c’è nella natura stessa di questi luoghi e cioè comprare veloce e subito e tutto insieme senza perdere tempo a girare, guardare e osservare con attenzione, bellezza e bruttezza delle nostre città , le nostre città.