
Sto leggendo con un certo interesse due libri fra loro diversissimi. Uno lo leggo a letto, la sera prima di addormentarmi, e devo dire che finora mi ha offerto sogni tranquilli e molto pieni di gente che non vedevo da tanto tempo, alcuni perchè lontani nello spazio altri perché ormai lontani nel tempo ( ma il tempo, si sa, è relativo- penso mentre scrivo- e infatti cosa vuol dire lontani nel tempo? niente- mi dico, ma è un’altra storia). Quindi un libro terapeutico, anche se il suo valore non credo che sia altissimo letterariamente parlando. Il libro è Quella sera dorata, di Peter Cameron, la storia di questo ragazzo di origine iraniana, Omar, che decide di scrivere la biografia di uno scrittore che ha scritto un solo libro, La gondola, e che per ottenere il permesso dai familiari, va in Uruguay nella casa isolata dove vivono la moglie, l’amante con figlia e il fratello dello scrittore, morto suicida.
Perchè questo libro mi piace? perchè è tenero, mi calma, mi fa stare in pace con il mondo, mi riempie di sentimenti buoni. Che diritto ha un autore, oggi, di farti stare in pace con il mondo, mi dico? e perchè no, mi rispondo? il mondo in fondo è fatto anche di gente che cattiva non è, le relazioni tra le persone potrebbero anche essere come quelle che Cameron descrive. Non che si tratti di relazioni semplici:a parte Omar, il protagonista, che ha sul mondo uno sguardo quasi innocente, gli altri personaggi sono persone che soffrono, che sono incrostate dal tempo che è passato sopra di loro, che prima di agire in genere riflettono, che si tengono dentro le cose, persone complesse, insomma. Ma persone vive, persone che amano oppure soffrono di non amare più o di non amare abbastanza o di non poter amare.
E poi, la cosa buffa che mi è successa è che ho iniziato a leggere questo libro e subito ho associato ai personaggi alcune delle persone che sto “frequentando” in rete, come se i loro caratteri ( dei personaggi, intendo), il loro comportamento me li ricordassero e mi permettessero di capirle ( le persone). Strano, ma è così.
Ah, pare che di Cameron sia bello anche l’ultimo libro, Un giorno questo dolore ti sarà utile, che mio figlio sta leggendo nella stanza accanto. Riferiremo anche su questo se sarà il caso.
L’altro libro che ho cominciato a leggere ieri in treno è uno dei due libri di Ferraris che ho comprato l’altro giorno, dopo aver letto questo qui ( e altrove). Il libro si intitola Dove sei? ontologia del telefonino, ed è un libro del 2005, e quindi probabilmente, visto l’oggetto su cui si concentra, ormai datato. Ma interessante lo stesso. L’altro libro di Ferraris acquistato dalla sottoscritta- che ha “festeggiato” con una spesa di oltre 70 euri la riscossione mensile dello stipendio, manco fosse roccheffeller- è invece più recente, Sans papiers, di Castelvecchi, anche quello dedicato alle trasformazioni- più che altro mentali- dovute all’uso di oggetti che non utilizzano la carta per registrare tutto quello che è registrabile. Ma questo è lì in attesa.
Nel libro di Ferraris si parla di telefonini, quindi, e in qualche modo anche la lettura di questo libro mi ha riportato al blog e ai contatti che si hanno in rete ( e quindi mi ha connesso con il libro di Cameron)
Scrive Ferraris a pag. 50: Le connessioni. Parlavamo poco fa di “connessioni”, che sembrano il contrario del monologo solitario dell’anima, cioè delle “confessioni”, ma non è detto. Anzi, se Agostino o Rousseau rinascessero nell’epoca del telefonino, scriverebbero forse Le connessioni. Segue poi una lunga nota che trascrivo interamente:
E non è escluso che lo avessero già fatto al loro tempo, perché c’è un senso in cui ogni confessione è una connessione letteralmente. Prendiamo Le confessioni di Rousseau: sono una lettera aperta, una lunghissima mail scritta all’umanità, in cui, con lo stile un po’ ricattatorio di certi messaggi che ti sollecitano prestiti offrendoti dubbi vantaggi, Jean-Jacques scongiura il mondo intero di leggerlo e di non annientare quel ritratto “unico e utile” che offre di sé: Stesso discorso per Agostino, che a un certo punto si rende conto dell’incongruenza di confessarsi a Dio, che sa tutto, e si risponde: certo, Dio sa tutto, però io voglio confessarmi non solo a lui, e non solo nel mio cuore, ma anche per iscritto ( cioè per e-mail) e di fronte a molti testimoni ( cioè, di nuovo, in connessione con l’umanità intera) perché è così che, scrive Agostino, si fa la verità…… Il blog, una specie di diario in pubblico su internet, risponde in tutto e per tutto alle esigenze del vescovo di Ippona.
Certo, quello che dice Ferraris non è nuovo, lo dicevo sopra, ma colpisce lo stesso. Intanto perchè di nuovo avvicina la scrittura su carta alla scrittura in rete, anzi le mette sullo stesso piano, dal momento che le fa partire dalla stessa esigenza, e poi perchè dice ancora la storia della connessione, di questa nuova mente che ci ritroviamo di questi tempi, che non si accontenta di stare più nella sua scatola cranica ma vola via attraverso lo spazio e attraverso le onde si mette accanto ad altre scatole craniche a ad altre menti e ascolta e si fa ascoltare. Cosa ne verrà fuori non lo sappiamo ancora, ma l’impressione è quella di una grande apertura. E se non ricordo male i tempi dei tempi, anche allora si parlò di apertura della mente.
Chissà. In altri momenti, invece, penso che sto solo impazzendo. Ma almeno mi diverto.
Saluti.
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