Son tornata e come sempre quando torno ho un po’ di cose da dire e da mostrare, soprattutto diversi libri nuovi che ho comprato o che mi hanno regalato di cui vorrei variamente parlare. Ma prima di farlo mi piacerebbe anche rispondere ai commenti che ho trovato sul post dei superluoghi, perchè mi pare che qualche cosa vada detta ancora.
A me sembra che questa storia dei superluoghi abbia a che fare con la bellezza, da una parte, e con la stupidità dall’altra. E non è per fare la grandonna, quella aristocratica che compra le cose solo da Neuber e che disdegna la plebe. Ha a che fare con la bellezza perchè effettivamente questi posti non sono belli, nella maggior parte dei casi, perchè non c’è nessun bisogno che lo siano, perchè sono luoghi dove la gente va non per soddisfare un bisogno estetico: sono posti dove si va per soddisfare un bisogno interiore, e in questo concordo con il Poeta. Solo che – a differenza del Poeta- non credo affatto che nel bisogno di essere consolati risieda qualcosa di imprescindibile e di positivo. Leggevo ieri sera un nuovo e bellissimo libro che ho comprato dopo averne letto la recensione sull’ultimo numero di Alias uscito sabato con il Manifesto. Il libro si intitola Cosa può un corpo. Lezioni su Spinoza, l’autore è Gilles Deleuze. Ho cominciato a leggerlo ieri sera, appena tornata dal mio piccolo viaggio, così ricco di scoperte e sensazioni. Non conosco Spinoza, non ho mai letto un libro di Deleuze, ma non ho avuto difficoltà ad entrarci dentro subito.
Ad un certo punto Deleuze scrive questa frase: Spinoza designa due poli attraverso cui si traccia l’ininterrotta partitura melodica delle variazioni dell’affetto: la gioia e la tristezza. Per lui sono le passioni fondamentali. Ogni passione che implichi la diminuzione della potenza di agire verrà denominata “tristezza”, e viceversa “gioia” ogni passione che la aumenti. Vedremo in seguito come queste conclusioni determineranno l’approccio peculiare di Spinoza alla politica e alla morale, in relazione ad un problema cardine: perchè chi detiene il potere ha sempre bisogno che le persone siano affette da tristezza? Le passioni tristi sono necessarie, provocare passioni tristi è essenziale all’esercizio del potere……Spinoza non usa “tristezza” in modo vago, ma in un senso molto rigoroso: tristezza è l’ affetto che implica una diminuzione della potenza di agire.
Cosa c’entra tutto questo con i superluoghi e il discorso del Poeta? C’entra, eccome, mi pare, visto che il suo ragionamento poggia sull’idea di una quasi necessità della consolazione data dalla possibilità di fare acquisti nei supermercati (o di transitare in uno qualsiasi dei superluoghi, aggiungo io, visto che anche gli aeroporti, mi pare, tranne che per coloro che li usano per lavoro o per spostamenti di studio o cose del genere, hanno a che fare con un qualcosa di consolatorio, cioè le vacanze). E’ vero, la consolazione è necessaria, ma la domanda non è tanto se lo sia o meno, quanto piuttosto da cosa dobbiamo essere consolati e perché dobbiamo essere consolati . E ancora, per collegarci a Spinoza, se davvero questa supposta consolazione rappresenti una accrescimento della nostra potenza di agire o una diminuzione, ossia, per dirla in parola più semplici, se davvero una volta usciti la nostra gioia di vivere è aumentata e siamo davvero più forti e potenti interiormente, oppure se tutto questo dura lo spazio di un’ora o al massimo di un giorno. E ancora mi chiederei che cavolo di consolazione è mai quella che mi costringe a comprare anche cose che non voglio comprare, a desiderare quanto meno di avere cose che non mi servono per niente e se invece questa non sia piuttosto la “consolazione” per chi queste cose me le fa comprare. Che non è ovviamente il direttore del supermercato, ma il mercato stesso, baby.
Insomma, a me pare che riuscire ad essere intanto consapevoli di questo e rifiutare di consolarsi in questo modo e cercare di non avere bisogno di consolazioni del genere, sarebbe un gran bel risultato.
E sono anche d’accordo con quello che dice parergon, perchè il su[pe]r-dimesionamento dei luoghi – mi vengono in mente adesso i luoghi come Mirabilandia o Disneyland- ha a che fare con la possibilità di non badare alle sfumature, neanche quelle interiori, tue: Devi consolarti e non sai neanche di cosa? vieni a comprare un bel televisore nuovo, vieni a Mirabilandia e ti divertirai, dimenticherai le tue preoccupazioni per un giorno ( per poi trovarti nella stessa merda il giorno dopo).
Come dice Swann, una non vita che sembra vita. E in tanti ci credono. Non dobbiamo dirlo in giro?
Quanto a Augè, non mi è mai piaciuto, fratello, a dire il vero e lo segnalavo giusto come esempio di incoerenza, in questo caso.
Per oggi ho finito. Non ho parlato che di un libro, su cui tornerò, perchè mi sta entusiasmando. Gli altri, più tardi.
Novembre 5, 2007 alle 11:34 pm |
L’aggettivo corrispondente alla tristezza spinoziana a me sembra essere non “triste” ma “tristo”. Chi è “triste” può anche far tesoro della sua tristezza, può interrogarla, avere spazio per sè e per uno spirito critico, ma il “tristo” è incattivito (da captivus, esattamente: prigioniero). Proprio quello che si vede in giro, da ben più tempo che da una settimana, anche se negli ultimi giorni la ruota sembra essersi messa a girare all’impazzata.
Il “tristo” non prova vera consolazione, vede ombre in una caverna.
Novembre 6, 2007 alle 10:00 am |
Invece io rimarrei sul triste, perchè preferisco all’idea della cattiveria- che pure c’è nei tristi- quella di un diffuso grigiore plumbeo di cui ammantano il mondo e le persone. Quanto alle considerazioni su quello che c’è in giro in questi giorni, ovviamente sono d’accordo con te e con te mi preoccupo molto.
Novembre 6, 2007 alle 6:44 pm |
Bellisimo post, molto interssante. E sono d’accordo con voi siamo tutti molto preoccupati di quello che c’è in giro, Giulia
Novembre 6, 2007 alle 6:45 pm |
Ti ho letto con molto interesse, grazie.
Febbraio 14, 2008 alle 8:51 pm |
Mi sono riotrovata qui per caso: ero alla ricerca di qualche approfondimento sull’etica spinoziana e l’intervento mi è sembrato interessante. Credo sarò quantomai scontata, ma pensavo che “l’epoca delle passioni tristi” di Miguel Benasayag e Gerard Schmit fosse decisamente contestualizzato nel post. Grazie per l’aiuto.