dopo la tempesta

Dopo l’indignazione torno ai miei libri. Non che sia passata nè che creda che i libri siano qualcosa di diverso dall’indignazione, anzi. Credo proprio che l’indignazione ti viene anche perchè leggi: i libri aiutano a essere vivi, tra le altre cose, a saper anche guardare il mondo. Non è certo più il tempo di torri d’avorio, anche se è vero che spesso da noi chi fa cultura sembra proprio che altro che torre d’avorio, i grattacieli di Honk Hong. Che a volte ancora mi chiedo  a cosa serva la letteratura, a cosa serva la poesia, se possa esserci una sua funzione che vada oltre il bisogno individuale di trovare conforto in parole dette da altri.

Cercare conforto nei libri, cercare in quello che altri hanno pensato e scritto quello che tu vorresti pensare e dire in quel preciso momento. Difficile che oggi pensi alla letteratura come svago, o forse non ci ho mai pensato: non mi piacciono molto i libri cosiddetti divertenti, cerco sempre tra le pieghe del discorso una frase, una parola, un gesto del personaggio che mi possa far dire: Ecco, anche io così!  I primi tempi del blog, uno dei miei primi frequentatori mi ha detto che sì, belle queste parole di questo poeta, ma perchè non provi ad esprimere i tuoi sentimenti con parole tue? e questa cosa mi ha colpito, lì per lì, perchè ho pensato che era vero, che ero ormai abituata a non dire quello che sentivo, ma ad affidarlo alle parole di altri o di altre (soprattutto).

Ma poi mi son detta che non c’è niente di male ad affidarsi a chi sa fare un lavoro meglio di te, a chi meglio di te sa cercare nell’animo suo e trovare  una parola in fondo, nell’abisso, come dice il poeta:

Gentile

Ettore Serra

poesia

è il mondo l’umanità

la propria vita

fioriti dalla parola

la limpida meraviglia

di un delirante fermento

Quando trovo

in questo mio silenzio

una parola

scavata è nella mia vita

come un abisso

poeta, che a me non piace più così tanto come prima, quando ero giovane, ma che per certi suoi versi è ancora apprezzabile, mi pare. Come qui, che a me questo Gentile/ Ettore Serra mi è sempre piaciuto molto, mi sembra di una bellezza quasi struggente e mi dà anche la misura della poesia come forma di comunicazione per eccellenza. La poesia non  è scritta per il poeta stesso, ma per tutte le persone gentili del mondo che la vogliono leggere.

E mentre scrivo queste cose mi viene in mente un articolo, segnalato a suo tempo da quella incredibile fonte letteraria e non solo che  è clelia. Non che non ci sarebbero altre cose da dire sulla poesia di Ungaretti : per esempio il fiorire del mondo dell’umanità della propria vita dalla parola, che a me ricorda tanto una pagina di Proust, sì, quello che per molto tempo, mi sono coricato tardi la sera. Quando racconta del biscotto che la mamma gli dà in una giornata d’inverno e che lentamente fa affiorare in lui il ricordo netto, preciso, cinematografico di Combray. Ungaretti me lo ricorda, perchè Proust usa questa immagine: E come in quel gioco in cui i giapponesi si divertono a immergere in una scodella di porcellana piena d’acqua dei pezzetti di carta fin allora indistinti, che , appena immersi, si distendono, prendono contorno, si colorano, si differenziano, diventano fiori, case, figure umane consistenti e riconoscibili, così ora tutti i fiori del nostro giardino e quelli del parco di Swann, e le ninfee della Vivonne e la buona gente del villaggio e le loro casette e la chiesa e tutta Combray e i suoi dintorni, tutto quello che vien prendendo forma e solidità, è sorto, città e giardini, dalla mia tazza di tè. Anche se magari è solo una  mia idea.

Ma tornando all’articolo segnalato da clelia,  si trattava di un articolo di Scarpa, dal titolo Il poeta e il coro del silenzio . Di questo articolo, l’idea che mi ha colpito è quella del poeta che espelle da sè le parole, le butta fuori per liberarsene e del tormento che- secondo Scarpa- sarebbe per un poeta dover recitare quelle parole che aveva scritto, aveva esteriorizzato, aveva espulso da se stesso, se ne era liberato e disfatto: ma ecco che queste parole tornano presso di lui, dentro di lui, lo riattraversano e lo fanno vibrare; fanno vibrare il suo corpo, le sue corde vocali.

Questa idea della poesia, della letteratura come liberazione da qualcosa che hai dentro, ce l’ha anche Cioran che dice quando scrivo lo faccio per liberarmi dalle mie ossessioni……. scrivere è un modo di svuotare se stessi. E’ una liberazione. Altrimenti quello che ci si porta dentro diventerebbe un complesso.   Tutto quello che non va deve esplodere, deve essere detto, ed è una esplosione. Comunque l’esprimere è quanto di più efficace vi sia per liberarsi dell’uomo. Non è mai negativo.

Che mi vengano in mente queste parole, di Scarpa e poi di Cioran, può apparire in contraddizione con quello che ho scritto prima, che la poesia è scritta per le persone gentili, ma forse non lo è poi tanto, perchè queste parole che vengono liberate sono a volte parole che io non saprei dire e che il poeta mi aiuta a dire attraverso la sua voce e la sua matita. Come se avendole tirate fuori per se stesso le avesse tirate fuori anche per quelli che come lui (o lei) in quelle parole si riconoscono. Che poi a volte accade che magari il poeta le tira fuori per sè e per me, ma per me quelle stesse parole assumono anche altri significati, legati alla mia storia in quel momento, alla mia situazione. Ma qui si entrerebbe a parlare dell’universalità della poesia e mi sa che l’argomento si fa difficile.

Tutta questa fatica, stasera, tutti questi libri tirati giù da scaffali in cui si erano nascosti, perchè avevo voglia di mettere sul blog una poesia presa da uno dei libri che ho comprato in questi giorni di festa.

Il libro è Senza polvere senza peso di Mariangela Gualtieri, e la poesia è questa che viene, tratta dalla sezione So dare ferite perfette:

“Giuro per i miei denti di latte” giuro per il

correre e per il sudare giuro per l’acqua e

per la sete giuro per tutti baci d’amore

giuro per quando si parla piano la notte

giuro per quando si ride forte giuro per la parola no

e giuro per la parola mai e per l’ebrezza

giuro, per la contentezza, lo giuro.

Giuro che io salverò la delicatezza mia

la delicatezza del poco e del niente

del poco poco, salverò il poco e il niente

il colore sfumato, l’ombra piccola

l’impercettibile che viene alla luce

il seme dentro il seme, il niente dentro

quel seme. Perché da quel niente

nasce ogni frutto. Da quel niente

tutto viene.

La delicatezza del poco e del niente……. l’impercettibile che viene alla luce……da quel niente nasce ogni frutto.

Buonanotte.

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9 Comments on “dopo la tempesta”


  1. Carissima, come sempre grazie per l’attenzione.

    Felicitazioni per il post, letto con calma, centellinando ogni riflessione, valutando ogni prospettiva.

    Ne esco assai più ricca.

    A presto,

    Clelia

  2. Filosoffessa Says:

    Buonanotte.
    (Grazie.)


  3. [...] rubo oggi dal blog di pessimesempio – da uno dei suoi post speciali… stamattina ho versato la caparra per la nuova casa / mi [...]

  4. Giulia Says:

    Davvero denso di riflessioni e di citazioni importanti. Anch’io però non sono ancora uscita dall’indignazione e qualche volta penso che oggi mancano intellettuali che sappiano dare voce alla rabbia, alla delusione, al disincanto. Ciao Giulia

  5. caracaterina Says:

    In certi momenti le parole dette da altri confortano, consolano, arricchiscono, danno forza. Ma trovo che, se non danno la voce a chi non ce l’ha, non bastano. Non: parlare al posto di, parlare per, ma, proprio, far in modo che gli ammutoliti parlino. Certo che chi sa dire meglio certe cose va ascoltato, e che “non c’è niente di male ad affidarsi a chi sa fare un lavoro meglio di te, a chi meglio di te sa cercare nell’animo suo” ma vanno ascoltati tutti quelli che hanno la forza di parlare e questa forza di dire va trovata da ciascuno di noi.
    Adesso mi smentisco e cito: Celan, per il quale la poesia è una stretta di mano
    ed Effe, che in un commento di maggio scrisse: se una scrittura non fa venire voglia di scrivere, qual è il suo posto nel mondo?


  6. Dare voce a chi non ce l’ha, non parlare per gli altri ma fare in modo che gli ammutoliti parlino: un bel programma, non c’è che dire. Con il rischio di cadere un po’ nel paternalismo, stile sacra romana ecclesia, da una parte, stile maestrini buoni dall’altra. E’ che son d’accordo con quello che dici, ma tutto poi rimane a livello teorico, non salta mai il fosso della politica, intesa nel senso più lato eppure più pertinente che c’è. Perchè questa è la politica, no? e in questa difficoltà di farla dal basso è il (mio) limite e l’inciampo (mio), nella difficoltà di farla diversa da quella che ci gira intorno e che a me sta davvero facendo paura e ribrezzo, senza che veda un orizzonte diverso. E questo, anche, mi impaurisce e mi fa tremar le vene e i polsi. Lo so che fino a che faccio resistenza all’omologazione c’è speranza, ma basta la resistenza passiva?

  7. omniaficta Says:

    Penso di no (tout court e tranchant ;) )
    Ma una cosa non capisco: perchè dici che c’è il rischio di paternalismo nel lavorare perchè gli ammutoliti parlino?
    Io ce lo vedo più nel tentare di parlare al posto loro, nel dettare slogan direttive linee, nel pretendersi (e, per certi “letterati”, immaginarsi) portavoce quando poi, in realtà, ci si sovrappone e non si ascoltano le voci basse. A me sembra che sia questa la politica, *democratica*, che caratterizza il nostro paese.

  8. caracaterina Says:

    Ops!
    Era loggato omniaficta e invece a parlare sono stata io.
    Ora: chi non sa pensi dell’identità di omniaficta ciò che vuole. Omniaficta se ne farà una ragione. Ma comunque non sono io.

    Questi qui pro quo di rete mi ricordano tempi andati, di parole che scappano d’urgenza. Non mi dispiace affatto.


  9. Perchè mi son vista ad insegnare agli ammutoliti a parlare. E’ questo quello che si intende? Mi ci vuole una riflessione, ma ora c’è riunione di dipartimenti: di ben altre cose vive la scuola.


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