In una delle vostre ultime

30 12 2007

In una delle vostre ultime lettere, mi scrivete che il nostro è uno di quegli amori che non avranno mai tanto spazio per essere vissuti pubblicamente e che questo secondo voi non ha importanza, perché l’amore vive dentro di noi ed è ciò che conta. Mi ribello ad un’idea così romantica e poco realista della vita e dei sentimenti, forse perché ho un’età in cui non si può più vivere di sogni e di illusioni. Voi invece ne avete una in cui l’essere continua a vedere davanti a sé così tanto spazio da credere che i propri sogni prima o poi arriveranno a prendere forma. Io no ed è per questo che mi trovo qui. Mi scrivete anche che devo cercare di uscire da questo stato d’animo e mentre leggo le parole che avete così generosamente tracciato sulla carta mi accorgo di quanto mi stia immedesimando in voi, di quanto con questi fogli in mano, dentro questa stanza, io in realtà sono con voi, nella vostra stanza, accanto a voi che scrivete, e respiro il vostro odore e parlo al vostro orecchio.

Nella mia testa

c’è sempre stata una stanza vuota per te

quante volte ci ho portato dei fiori

quante volte l’ho difesa dai mostri

Adesso ci abito io

e i mostri sono entrati con me

( Michele Mari, Cento poesie d’amore a LadyHawke, Einaudi, 2007)




gentile signorina

23 12 2007

Gentile signorina Sherrington, scrivo questa mia dopo essere arrivato in questa isola in cui mi sono rifugiato nel tentativo di sfuggire alla mia malattia. L’isola , come mi aspettavo, è fredda e inospitale: le strade sono deserte e scarsamente illuminate e di notte non si vede un’anima viva che le percorra, mentre non potrei dire altrettanto di quelle morte. Immagino però che dietro le finestre, mentre cammino infreddolito e stretto nel mio cappotto, ci sia sempre qualcuno che osserva questa forestiero che, giunto qui con la nave in un ventoso pomeriggio d’inverno, non si sa bene che cosa sia venuto a fare. Allontanarmi dal mondo e dai suoi abitanti per cercare qui in questo strano posto un motivo della mia esistenza è stata una scelta che ho meditato a lungo e non sapete certo quanto mi sia pesato lasciarvi senza una spiegazione. Ma non avrei potuto agire diversamente e il pensiero di voi che avrete adesso di me una ben strana considerazione turba più di una delle mie notti. Posso solo sperare che accettiate questa mia lettera e le altre che seguiranno e che saprò dirvi con esse quello che non ho potuto quando vi avevo davanti.




nel frattempo

21 12 2007

Nel frattempo mi sono comprata un libro nuovo, di cui ho letto qui. Il libro si intitola Cultura convergente, l’autore è Henry Jenkins, l’editore Apogeo. La prefazione è di Wu Ming, per l’appunto. L’ho comprato ieri sera, mentre alla Feltrinelli ascoltavo Ascanio Celestini che raccontava del lavoro precario e dell’Atesia, e cantava le canzoni del suo disco che è appena uscito. Non canta niente male, tra l’altro. Tra le altre cose di cui ha parlato - poi la direttrice (?) della Feltrinelli gli ha detto, con la sua voce gracchiante e un po’ nasale, che doveva smettere di parlare perchè doveva riposare un po’ e poi mettersi alla firma, ha detto proprio così, e intendeva che doveva stare a firmare le copie del disco che quelli che erano lì presenti avrebbero comprato- insomma tra le altre cose che ha raccontato Ascanio, due mi sono rimaste in testa. Che magari, anzi sicuramente, sono cose che ognuno di noi ha sentito già un sacco un volte, o magari le ha pensate, ma risentirle non fa male, e poi magari c’è quello che non le sa e allora è bene che qualcuno le ridica ogni tanto, meglio se questo qualcuno è uno che come Ascanio, le dice con calma e senza alterarsi troppo, toccandosi magari la sua barbetta appuntita e ammiccando con quei suoi occhietti furbi da faina.

Ascanio ha detto che sbaglia chi chiama antipolitica quella che si fa sulle piazze quando si fischia, perchè se non è quella politica, cosa è la politica, allora? In realtà come l’ha detta lui era più articolata di così, la cosa, ma oggi mi sfugge mentre ieri sera me la ricordavo proprio bene. E poi ha raccontato di come fanno i contratti all’Atesia , e un esempio più o meno così: prima gli hanno detto che la conversazione con l’utente veniva pagata in base alla lunghezza della telefonata, per cui se arrivavi a 2′ e 40″ venivi pagato ben 90 centesimi, poi, quando tutti hanno cominciato ad arrivare a questa lunghezza di chiamata, allora hanno scritto sui contratti che se oltrepassavi questa durata anche solo di un secondo, ti toglievano 5 centesimi.

Magari qualcuno pensa che sto a fare pubblicità ad Ascanio Celestini, ma lui non mi paga per questo, e poi un po’ di pubblicità a uno così gliela faccio anche volentieri. Che in questi giorni, tra l’altro, è a Prato, al Metastasio e mi sa che mi piacerebbe andare a vederlo, e chissà se ce la faccio. Ma se gli faccio tutta questa pubblicità, è anche perchè mi sembra bello e importante e necessario il fatto che oggi lui è uno di quelli ( ma ce ne sono altri? non mi vengono in mente) che parla dei precari in questo modo e da quel pulpito.

Nel frattempo ho comprato questo libro di Jenkins di cui dicevo sopra, che si intitola, come ho già detto, Cultura divergente. Ieri sera ho cominciato a dargli un’occhiata. Riporto qui qualche frase dell’introduzione, tanto per far capire di cosa si tratta.

La convergenza non avviene tra le attrezzature dei media- per quanto sofisticate possano essere- ma nei cervelli dei singoli consumatori nonché nelle loro reciproche interazioni sociali. Ognuno di noi si crea una sua personale mitologia dalle unità e dai frammenti di informazioni estratti dal flusso mediatico e trasformati in risorse da cui trovare il senso della propria vita quotidiana. Visto che abbiamo a disposizione, su qualsiasi tema, più dati di quelli che ognuno di noi può immagazzinare da solo, siamo maggiormente incentivati a parlare tra noi dei media che fruiamo. … Il consumo si trasforma in un processo collettivo…….. Questo libro esplora come la costruzione collettiva del significato stia iniziando a cambiare l’agire e il significato della religione, dell’educazione, della legge, della politica, della pubblicità e delle forze armate.

E a proposito di questo, forse varrà la pena anche andarsi ad ascoltare questa storia qui , sempre su Wu Ming, che è poi quella da cui sono partita. Saluti natalizi.




signorilmente

19 12 2007

Sono contro la caccia, non mangio cacciagione
dice,  indossando signorilmente la sua pelliccia di visone.




riaprire le imposte

17 12 2007

Ho qualche difficoltà a ricominciare a scrivere, dopo quello che è passato. Sia sul piano generale, sia su quello- più piccolo, certo- personale. Mi interrogo, come spesso è accaduto in altre occasioni, ma questa volta con più difficoltà nel trovare una qualche risposta, sul senso che può avere- in situazioni come questa- lo scrivere in questa pagina. E la letteratura in genere. Ma qui rispondere in maniera accettabile è più facile: la letteratura è spesso capace di dare voce quando a noi manca. Non si tratta di consolazioni facili, si tratta proprio di voce e parole quando non sappiamo dire niente, quando non sappiamo altro che affidarci ad esse.

Per questo per riaprire le imposte dopo un silenzio che non riuscivo a oltrepassare, ho scelto due poesie. Ho visto in giro che è stata la scelta di molti, come se la poesia, nella sua capacità di essere a volte essenziale, riuscisse ad fare quello che noi non sappiamo:
assorbe, senza cancellarle, riassume, senza sintetizzarle, le voci .

Mi pare che le poesie che ho deciso di riportare qui potrebbero sembrare molto lontano l’una dall’altra. In realtà le ho scelte- e si tratta sempre di una scelta d’istinto, ma non frettolosa; di una scelta che ascolta la risonanza che le parole hanno con quello che sento dentro nel momento della lettura- perchè parlano di due sentimenti: rabbia e dolore. Dirli attraverso parole di altri può in qualche modo allontanarli.

Buttiamo via tutto il miele

mettiamo un sasso dentro la voce

e andiamo di là.

Anche questo va detto, anche

lo sfacelo dei timpani, anche la casa

rotta, anche la faccia stanca

anche la mano vecchia, anche

tutto il buio del parco quando

i giocatori ritornano a casa.

(Mariangela Gualtieri, da Voci tempestate, in Senza polvere senza peso, Einaudi 2006)

Ognuno vuole avere il suo dolore

e dargli un corpo, una sembianza, un letto,

e maledirlo nel buio delle notti,

portarlo su di sé tenacemente

perché si veda come una bandiera,

come la spada che regala forze.

Ma c’è persa nell’aria della vita

un’altra fede, un dovere diverso

che non sopporta d’esser nominato

e tocca solamente a chi lo prova.

E’ questo. E’ rimanere

qui a sentire come adesso

l’onda che sale nelle nostre menti,

le stringe insieme in un respiro solo

come fosse per sempre,

e le abbandona.

Ma nemmeno la pupilla d’un cieco

dimentica l’azzurro che non vede.

( Silvia Bre, da La figura, in Marmo, Einaudi 2007)

E al fondo c’è ancora tristezza.




anche perchè poi…

12 12 2007

Poi insegnando imparavo tante cose.

Per esempio ho imparato che il problema degli altri è eguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia.

(Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, Libreria Editrice Fiorentina)