in questo paese si muore di lavoro

La storia comincia qui: Torino, giovedì notte, acciaieria ThyssenKrupp, ore una di notte, quando da un tubo flessibile che si rompe esce un’onda di olio bollente che investe alcuni operai, una decina. Uno di loro, Antonio Schiavone, 36 anni, sposato con tre figli, 6 anni, 4 anni e 2 mesi, muore subito; altri tre, Roberto Scola, 33 anni, due figli, Angelo Laurino, 43 anni, due figli e Bruno Santino, 26 anni, muoiono il giorno dopo. Altri tre operai sono in gravissime condizioni all’ospedale. La storia comincia qui.

Ascolto la notizia alla radio andando al lavoro. Mi sembra ancora incredibile che si possa morire in fabbrica, investiti in così tanti da un fiotto di olio bollente, senza che nessuno possa far niente per salvarti. Rimango in silenzio. Se ne parla la sera al tg, ma le notizie del telegiornale ormai vengono sempre date con lo stesso tono di voce e poi hai da fare e non sempre segui con la dovuta attenzione. Sempre le stesse parole: indignazione, polemiche, fuori da confindustria chi non rispetta la sicurezza, pacchetto di misure straordinarie per chi viola le misure sulla sicurezza negli ambienti di lavoro, in carcere subito.

In giro non se parla poi tanto, non è argomento del giorno: gli operai non esistono più, sono una classe estinta, di cosa parlare? Fantasmi?

E’ sminuente fare di un blog il luogo di una esigenza personale di sfogo, guardarsi in corpo, raccontarsi, perdersi dentro di sè, ripiegarsi su se stessi, spiare e spiarsi, inevitabilmente estinguersi.

Lei dice che pochi o nessuno nei blog di questi giorni ne hanno parlato, di Torino e si arrabbia. Ha ragione. E se il blog è il diario di quello che si vive nel quotidiano, se il blog non è necessariamente un avvitarsi dentro il proprio ombelico, allora stiamo/ sto sbagliando.

Sto sbagliando perchè fuori c’è vita e se non è vita che ho sognato che fosse ciò non toglie che io questa vita ho il dovere di dirla, se è vero che credo in qualcosa. Altrimenti davvero mi avvito sul mio ombelico, altrimenti davvero credo che questa stanza e questo tavolo siano ombelico del mondo.

Perchè in questo paese si muore di lavoro e non solo in questo paese e non solo di questo. E questo va urlato. Insieme a tutte le altre cose che in questo paese non vanno proprio. Sono tante.

(anche questo, da leggere)

42 Risposte a “in questo paese si muore di lavoro”


  1. 1 parergon Dicembre 10, 2007 alle 8:38 pm

    credo siano parole / questa volta solo parole /
    se scrivi questo devi avevre il coraggio di metterti in piedi in mezzo a piazza repubblica e urlare a voce alta / anche da sola / urlare come una pazza in mezzo alla gente che passeggia o copera cartoline / per capire la differenza tra urlare e tacere / per te, prima che per il mondo

    urlare significa esporsi, non scrivere su un blog /
    scrivere su un blog – per quanto utile – è borghese e comodo /
    personalmente non riesco a parlare di queste cose con tanta sicurezza, nè dei morti nè dei vivi / e non ho il coraggio per uscire in strada e alzare la voce, nemmeno un poco, forse nemmeno in mezzo ad altri / ma quello che hai scritto oggi non mi convince, al di là delle buone intenzioni che percepisco e condivido / per sincerità mi sento di scriverne

    al contrario, sempre di più sento di volermi avvolgere intorno al mio ombelico, e sparire in un piccolo vortice silezios / perchè le risposte e i metodi non ce l’ho, e nemmeno la voce / il blog è proprio qesto – un giro di valzer perpetrato intorno alla caduta su me stessa, niente altro – o se vuoi un archivio di cadute multiple

    non so se mi sono spiegata / e se poi queste parole c’entrano e [ti] potranno servire / non so
    sinceramente – un saluto

  2. 2 parergon Dicembre 10, 2007 alle 8:39 pm

    chiedo scusa, con il trasloco la tastiera pare aver smesso di funzionare / fa fatica anche lei…

  3. 3 ferrugnonudo Dicembre 10, 2007 alle 9:27 pm

    mi unisco a parergon. anch’io ho letto le critiche di cui parli e anch’io mi sono sentita male, un po’, per non riuscire ad uscire dal mio bozzolo per urlare, in piazza, il disagio. non ce l’ho quell’energia lì e me ne dispiaccio perchè in fondo mi piacerebbe essere diversa. certe cose le sento e mi fanno male, ma non riesco a parlarne.

  4. 4 Filosoffessa Dicembre 10, 2007 alle 9:47 pm

    “Di tutto ciò di cui non si può parlare si deve tacere.”
    Anche se, naturalmente, Wittgenstein lo diceva in tutt’altro contesto, molto spesso sento che questa frase riflette in profondità il mio stato d’animo.
    Questo è uno dei casi in cui avverto il modo acuto l’inadeguatezza delle parole.
    E l’urgenza di un’azione.

  5. 5 pessimesempio Dicembre 11, 2007 alle 11:47 am

    Probabilmente i sono spiegata male. Quello che intendevo dire era proprio la difficoltà di stare zitta e di usare sempre le solite parole in situazioni come queste, quando le parole non bastano più ed è necessario incazzarsi, se mi si passa una parola che si usa sempre meno al giorno d’oggi, perchè va poco di moda incazzarsi o perchè gli spazi per farlo sono sempre più ridotti, senza che nessuno lo sottolinei abbastanza. Un’azione, quindi, ma trovo che anche scriverlo su un blog sia un’azione, un segnale che c’è vita su marte. Non certo quella solamente, ma questa almeno. La cosa che dovremmo domandarci INSIEME è perchè non riusciamo più a parlare e a questa afasia trovare rimedio.
    Riguardo all’ombelico, a volte mi pare di aver fatto già più di una circumnavigazione intorno al mio ( che è anche piccolo): non dico che non tornerò a esplorarne gli abissi insondabili, ma credo che sia importante anche provare a guardare al di là, ogni tanto.

  6. 6 ferrugnonudo Dicembre 11, 2007 alle 1:48 pm

    a me invece suona falso il “doverne” parlare (almeno messo così), falso nel senso di meccanico. non lo so a volte mi sembra che ci sia, per tutti, una penuria di sensazioni ed emozioni da vivere e quindi da raccontare. come se le persone si fossero talmente irrigidite da non riuscire a parlare più di niente, tranne che in generale, di cio’ di cui è “giusto” parlare a seconda del momento e delle cose, orribili, che capitano. io ci ho provato, nel mio, ad essere più densa come diceva qualcuno, ma non ci riesco e quando sento qualcosa di buono, lo reprimo e mi dico: taci, tu non ne sai abbastanza saresti approssimativa, occupati di altro, di te magari”.
    ecco questo è. poi a volte penso anche che sia un problema di generazioni. io, 35enne, certe cose non le sento allo stesso modo, di come le sente ad esempio, la mia collega che ha fatto il ‘68 e che spesso mi rimprovera di guardare “solo al mio orticello”. sarà banale, ma è così per me. poi che io non senta indignazione, rabbia, spavento e tanta angoscia, quello è tutto da vedere e dimostrare anche se sto zitta, non scrivo ,non parlo, non dico. questa è la mia selezione.

  7. 7 ferrugnonudo Dicembre 11, 2007 alle 1:58 pm

    poi un’altra cosa mi torna spesso in mente. io scrivo perchè così facendo accorcio la distanza e mi assecondo. di mestiere faccio altro e diverso dalla scrittura. non credo che riuscirei mai a scrivere qualcosa di compiuto tale da riuscire ad essere una scrittrice. e questa è una cosa. tutti scrivono, in rete, e tutti secondo me facendolo, si sentono un po’ scrittori e un po’ giornalisti (il ruolo cambia secondo il tono del blog) e non so se questa democraticità della rete sia giusta OPPURE NO. però spesso mi dico, un conto è scrivere così: cazzeggiando, farneticando, pensando ,riflettendo, sviluppando idee e comunque un conto è “parlare di sè” e un conto è parlare e scrivere di fatti veri, di altri e altro. ecco su questo punto io mi ci incaglio sempre, perchè secondo me sono due modi di essere presenti in rete diversi e, a seconda di quanto seriamente prendi te stesso e quello che fai, riesci a parlarne oppure no.

  8. 8 pessimesempio Dicembre 11, 2007 alle 7:40 pm

    Intanto, per me non è un “doverne” ma un “volerne” parlare, perchè ad un certo punto ne sento il bisogno. E’ un po’ diverso dal doverne parlare, anche se in qualche modo c’entra la volontà di farlo, ma è una volontà diversa dal dovere. Forse è anche, come dici tu, un fatto generazionale, ma mi sembra che tu dica bene quando parli di difficoltà nel sentire le cose e nell’emozionarsi di fronte ad esse, anche se mi sembra un’affermazione di per sè grave, nel senso pesante, su cui riflettere un po’ (ed è quello a cui invitavo, questa riflessione). Quanto allo scrivere sul blog, anche io, come molti dei bloggers, faccio altro nella vita e non ho aspirazioni da scrittrice (le ho avute,confesso, in gioventù) nè tantomeno da giornalista. Mi piace scrivere, questo sì, come forma di espressione e di comunicazione in generale, forma che mi viene certo meglio di quella parlata. E ti dirò che mi piace proprio perchè mi mette in comunicazione con altre persone, sia che io parli (un po’ narcisisticamente forse) di me, sia che io parli di cose che mi riguardano e che mi interessano: in fondo sono sempre io. Ecco, l’importante è che sia sempre io.

  9. 9 ferrugnonudo Dicembre 11, 2007 alle 9:06 pm

    ecco le emozioni appunto: ci sono casi in cui non sento niente e più sono sbigottita e più non sento.
    la cosa terrorizza anche me, davvero. perchè non credo di essere così bestiolina, ma è più quello che non sento (non credo che sia menefreghismo) a spaventarmi di quello che sento quando ascolto e vedo cosa succede al mondo. non so, mi ammutolisco.
    p.s. scusa la lungaggine, ci tenevo a dirlo.

  10. 10 parergon Dicembre 11, 2007 alle 9:16 pm

    “Quello che intendevo dire era proprio la difficoltà di stare zitta e di usare sempre le solite parole in situazioni come queste, quando le parole non bastano più ed è necessario incazzarsi, se mi si passa una parola che si usa sempre meno al giorno d’oggi, perchè va poco di moda incazzarsi o perchè gli spazi per farlo sono sempre più ridotti, senza che nessuno lo sottolinei abbastanza. Un’azione, quindi, ma trovo che anche scriverlo su un blog sia un’azione, un segnale che c’è vita su marte. Non certo quella solamente, ma questa almeno. La cosa che dovremmo domandarci INSIEME è perchè non riusciamo più a parlare e a questa afasia trovare rimedio.”

    scusami, ma continuo a trovare tali affermazioni retoriche e prive di senso, dal momento in cui sei seduta comodamente davanti a un monitor a casa tua, o comunque nella tua vita di sempre / se davvero si deve parlare di INSIEME, perchè non sei andata a torino, a manifestare con gli operai?
    perchè insieme adesso significa CON LORO / non su un blog, non sottovoce, non tergiversando in cerca di chissà quale strategia, ma CON COLORO CHE IL PROBLEMA CE L’HANNO DAVVERO /

    ed è emblematicamente borghese quell’”essere sempre se stessi”, e dare così tanta importanza all’identità personale mentre si disquisisce [perchè questo stiamo facendo, futile disquisizione] di cose del genere / perchè invece chi certe cose terribili le attraversa davvero, ci cambia e spesso per forza di tali cose si snatura /

    per via di questo dire che non dice e per una volontà di partecipazione che in realtà non possiedo nè possiedi, preferisco non esibire la mia indignazione ridicola e tiepida / indignazione manifestata senza esporsi, senza voce, senza forza / troppo comodo e inutile per non avvertirne il profondo disagio /
    un saluto

  11. 11 ferrugnonudo Dicembre 11, 2007 alle 9:57 pm

    poi pessimesempio ci tengo a dirlo anche se forse te ne sarai già accorta sono io e cioè Sara (che scrive a volte su d.i.r.e.) Questo ha a che fare poco con le presentazioni e molto con me. è solo che a volte sento la necessità di chiarire, per correttezza.

  12. 12 pessimesempio Dicembre 11, 2007 alle 11:04 pm

    Per ferrognudo/ Sara: non me ne ero accorta.
    Per Parergon/stranamente/ sostenuta:non capisco perchè questo dare della borghese per ben due volte, come se stare davanti ad un computer a scrivere fosse una pratica altamente borghese. Intanto credo che le categorie sociologiche siano un po’ cambiate da qualche tempo e quindi mi pare francamente fuori luogo parlare in generale di borghesia.Tanto più se adoperi questo termine come una clava e tanto più ancora se non conosci la persona a cui lo dici e non sai niente dei suoi retroterra sociali o economici. Certo non sono figlia di operai e non sono operaia, ma per questo devo stare zitta? per questo motivo non mi è concessa nessun tipo di riflessione su condizioni che non mi appartengono? Nel senso che veramente sei convinta che non si possa parlare di altro se non di quello che si conosce tramite la propria esperienza diretta e non c’è invece un tipo di esperienza che si può cominciare a praticare indipendentemente dalla propria condizione di vita? Mi è lecito parlare di mafia non essendo siciliana o no? è lecito che faccia l’rsu anche per il personale ata di una scuola o devo farlo solo per i docenti? allora ognuno davvero coltivi il proprio orto e non guardi neanche cosa cresce nell’orto del suo vicino. Questo per rispondere alla veemenza con cui stai attaccando questo post, francamente inusuale in te per come ti conosco, con toni che ritengo offensivi e per me non molto giustificati.

  13. 13 pessimesempio Dicembre 11, 2007 alle 11:09 pm

    Anche perchè non mi sembra di aver detto parole molto lontane da quelle che tu hai usato qui. O forse parole sì, ma il concetto è quello. Quindi mi sento ancora di più colpita ingiustamente dai tuoi attacchi.

  14. 14 parergon Dicembre 12, 2007 alle 8:16 am

    pessimesempio /
    scrivo purtroppo velocemente perchè tra qualche minuto devo smontare il computer e spostare i mobili /
    mi dispiace davvero, ma non mi stupisce, che tu faccia delle mie affermazioni una questione personale / ho semplicemente detto le cose che pensavo, in sincerità, e se questo lo ritieni un affronto non so proprio che dire, se non che questo nostro non essere più abituati al confornto autentico [non intendendo con questo un atto ostile ma l’impatto inevitabile e spesso violento che si genera quando i contenuti sono caldi e importanti] genera un dialogo in certi casi troppo tiepido e trattenuto, che non sempre si addice alla natura umana e che a volte non conduce in nessun dove /
    tutto deve essere compito, qui /
    scambio tra creature affini e solidali, privo di spigoli, conciliante /
    bene, a me questa cosa non mi riesce sempre / a volte ho bisogno di oppormi con sincerità a ciò che leggo, e non perché contesto la persona, ma perché i contenuti mi esasperano o aprono delle voragini / e quando ho usato la parola borghese, l’ho usata in primis contro me stessa, e la ribadisco, senza alcun problema /
    se vai a leggere il mio ultimo post sul blog, stringato e teso, potrai forse capire un po’ di più quanto questo modo di porsi non riguardi te in prima persona, ma un atteggiamento mio e tuo come di quasi tutti i blogger / mai come in questi giorni il parlare di una cosa mi è sembrato sterile e retorico / avrei potuto scriverlo altrove, ma l’ho scritto qui, perché di qui passo più spesso, probabilmente, e perché le tue parole in quel momento hanno liberato un pensiero / e forse il tuo sentirti così aggredita ed accusata dovrebbe farti riflettere sulla fragilità di quanto hai espresso /
    è innegabile che certe nostre parole sono solo parole /
    pensa a quanti di noi si son presi per andare a torino: quanti blogger hanno saputo alzare il loro fondoschiena per spostarsi a manifestare dove ce n’era davvero bisogno? ma quanti di noi invece si organizzano con meticolosa determinazione per una domenica di shoppping o una gita alla biennale, facendo anche centinaia di chilometri per la cosiddetta cultura o per questioni che definirei spesso di natura decorativa o ludica?
    questo mi dà da pensare, e ho voluto scriverne / perché è facile scrivere “basta” ma non lo è altrettanto esporsi perché sia basta davvero / e certi strumenti in simili contesti non sono sufficenti a mio parere e diventano quasi ridicoli nella loro borghese sterilità / per questo ho affermato che trovavo più coerente riavvolgermi su me stessa ed affrontare il disagio tutto interno di non avere la forza di agire / perché senza superare e capire quel disagio non potrò mai trovare risposte che vivano anche al di fuori di me e insieme agli altri /
    questo dialogo [politico e di lotta] con l’esterno per quanto mi riguarda non passa attraverso il blog / sul blog non ci si sporca le mani, il blog è comodo, il blog arriva direttamente in casa, e quando scrivi non ti vede nessuno, sei protetto, non ti possono sparare, non rischi nulla /
    quanto a ciò che ho scritto nel commento da caracaterina la chiosa mi pareva abbastanza esplicita nel suo senso: “è uno scambio di parole già scritte / forse con l’inchiostro simpatico…”
    parole che si annullano su se stesse, dunque, che non servono più, che non aggiungono niente alla realtà / parole stanche, ecco /

    nota / non potrò leggere un’eventuale risposta fino a domani, prbabilmente, per ragioni di natura tecnica [sino a gennaio non sarò dotata di connessione e dovrò collegarmi da scuola] / non voglio con questo messaggio ritrattare niente di ciò che ho scritto, solo spiegare / se poi vorrai farne una questione personale non posso certo impedirtelo / vorrà dire che ho sbagliato, e che avrei dovuto lasciare lo scambio autentico e sincero fuori di qui /
    in tal caso mi scuso / un saluto

  15. 15 untitled io Dicembre 12, 2007 alle 12:14 pm

    ma è straordinario.
    posso sintetizzare?
    succede un fatto grave, a torino.
    caracaterina comincia a dire: com’è che chi è di torino non ne parla? com’è che qui c’è un sacco di gente, ma nessuno che sia toccato da questa cosa? eppure il fatto è grave!
    comincia tutta una discussione sul perché non parliamo dei fatti gravi.
    io tengo il punto: com’è che uno che sta a torino non parla di una cosa grave successa a torino.
    ma intanto la questione è diventata: perché non parliamo mai degli operai? della sicurezza nel lavoro? delle cose orribili che succedono in italia? etc.
    a me quello che è successo importa, ma non tanto quanto “m’importerebbe” se fossi di torino, se lavorassi per un sindacato e dovessi scrivere il comunicato, se fossi figlia di un’operaio, se vivessi in un polo industriale. Io parlo delle cose dalle quali sono coinvolta, e non perché sono “i miei interessi”, non perché si tratta “del mio condominio”, e neppure perché sono la massima esperta in questa o quella cosa, ma semplicemente perché sono le cose che VEDO.
    Per me adesso, l’unica questione che m’interessa e che non voglio lasciar cadere è questa: ti muore uno in casa e tu parli dell’inizio della primavera, perché?
    ovvio che il dolore può farti ammutolire – ma allora appunto: ammutolisci.
    ora, sinceramente, non è che m’interessi molto leggere tutti e tutto sull’argomento thyssen-krupp . voglio dire bene, se ne ragiona, ma è la classica situazione in cui se a uno di quelli che ne parlano gli sparano la moglie, è capace che sul blog quello continua a parlare della thyssen-krupp perché “ormai ci siamo mobilitati”, perché la causa è maggiore, perché..
    io, per esempio, non ho niente da dire su questa faccenda, perché quello che è accaduto non sta nel mio orizzonte (non “nel mio ombelico”: nel mio orizzonte, è diverso), se non attraverso i media.

    insomma avete capito: perché uno non parla di quello che gli preme? perché si parla sempre di quello che qualcun altro dice che ti dovrebbe premere? oppure anche: perché per farlo parlare, a uno, bisogna dargli una botta nella schiena, come alle bambole malfunzionanti?

    per sintetizzare ulteriormente: a me pare che quello che è successo sia particolarmente pressante:
    - per tutti quelli che abitano in un polo industriale
    - per tutti quelli che abitano a torino
    - per tutti quelli che hanno a che fare (per motivi familiari, sociali, storici) con l’ambiente operaio, del lavoro, sindacale
    - per tutti quelli che hanno una memoria storica in grado di connettere quello che succede oggi con cose analoghe successe in passato

    non che gli altri non possano e non debbano parlare eh.
    sto solo dicendo che sarebbe importante, dal punto di vista sociale, politico, e anche etico, che parlassero QUELLE persone che ho elencato, SE sono effettivamente coinvolte dalla faccenda, SE possono dirci qualcosa da un punto di vista diverso e inedito rispetto a quello dei media.

  16. 16 walloons Dicembre 12, 2007 alle 12:38 pm

    Piccolo contributo alla querelle
    Meglio parlare (bene) che non fare nulla. E meglio non fare nulla che fare male. Parlare è molto più importante di quanto possa sembrare di primo acchito; meglio, è ovvio, se fatto nel posto giusto e al momento giusto. Il modo è ancora più importante, ma può variare secondo il luogo e il momento. Quello che non va assolutamente bene è che si parli di condizione operaia solo quando succede qualcosa, per poi ritornare a tacere.
    Manifestare in piazza è il più delle volte inutile, perché l’aggregazione della piazza è emotiva e fittizia, quella costruita con le parole è solida.
    Piazza slogan e striscioni possono essere l’ultima spiaggia (in questo caso sono giustificati come legittimo segno di protesta), ma se alle spalle non hanno nulla di costruito con le parole non vanno da nessuna parte. Costruire con le parole è importante per costruire il dialogo tra le parti sociali perché le azioni senza dialogo non fanno che gererare incomprensioni e tensioni sociali poco costruttive (non credo nella violenza)
    Chi è abituato a non pensare davanti alle parole e a dire nulla quando parla, può benissimo ritenere le parole poca cosa. Ma ogni parola ha il suo peso. Quando non ha peso, pesa comunque sulla credibilità di chi la pronuncia.
    Le parole per essere efficaci devono essere martellanti e in parte questo è un bene. Perché se si realizzasse immediatamente tutto quello che la gente dice sarebbe la fine! Un blog può dare una martellata ben assestata, la sua forza dipende tutta dalle sue credibilità e visibilità. Non è nemmeno vero che scrivere su un blog non espone a pericoli (soprattutto se firmati). Voi non avete mai ricevuto minacce? Evidentemente non avete scritto nulla di importante! ;) A manifestare nascosti in mezzo alla folla ci si può sentire molto più sicuri e altrettanto protetti dall’anonimato……

    http://walloons.wordpress.com/2007/10/22/la-condizione-operaia/

  17. 17 ferrugnonudo Dicembre 12, 2007 alle 12:51 pm

    e infatti io mi ammutolisco. mi sembrava che fosse importante però dire che lo stavo facendo perchè non faccio parte di nessuna delle categorie che hai elencato tu, untitled, perchè la mia presa di coscienza su problemi così seri, deve ancora svilupparsi in modo adeguato e non me ne vergogno. tanti sono come me. il mio è pudore, non parlo e non scrivo per pudore, ma ascolto e mi faccio un’opinione, su chi, diversamente da me, non tace.
    era un modo, l’ammutolimento, per dire che ci sono e ne sono consapevole.

  18. 18 ferrugnonudo Dicembre 12, 2007 alle 12:53 pm

    …volevo dire che la mia opinione me la faccio su quello che succede e non su chi parla (anche se un po’ me la faccio anche su chi parla).

  19. 19 ferrugnonudo Dicembre 12, 2007 alle 1:42 pm

    mi scuso se compaio a pezzetti, ma le cose mi vengono in mente sempre dopo. “scrivere e parlare di quello che VEDI”, secondo me lo fanno già tutti, almeno in rete. sbaglio o recentemente qualcuno parlava di gazebi, cagatinedimosca etc? la sostanza è piuttosto cosa vedi e senti e se le tue parole riescano ad essere fedeli a quello che sei, hai dentro e hai voglia di esprimere. questo è difficile e fa la differenza secondo me. cioè la densità di cui parlava qualcuno altrove. io faccio un discorso in generale perchè non riesco a rimanere ferma sul punto come voi e un po’ vi invidio per la capacità di concentrazione che avete, ma anch’io sono precaria e abituata ad essere nomade e forse superficiale. però trovo che a volte sfiorare i problemi, sfiorarli con la mia scrittura, dico, sia una salvezza per evitare tristezza e noia e per esercitarmi. a cosa poi non so. forse a una forma di conoscenza che non credo mi porterà mai da nessuna parte. e allora continuo a tornare qui e anche a casa di untitled e mi chiedo perchè, ma senza risultato. ma credo di essere andata fuori tema come al solito.

  20. 20 untitled io Dicembre 12, 2007 alle 5:44 pm

    è vero: ’scrivere e parlare delle cose che VEDO’ è forse un po’ riduttivo. Volevo dire: delle cose di cui sono partecipe. E riflettendo, credo che la questione grossa (sollevata da caracaterina per prima) non stia nel fatto che non si parla di ciò di cui si è partecipi, ma che non si è partecipi più di nulla. E’ il discorso delle fogliame vivo e del fogliame di marmo che cercavo di fare di là (da cc).

  21. 21 pessimesempio Dicembre 12, 2007 alle 5:55 pm

    E va bene, torniamo al punto, là dove ci richiama untit. Confesso che tutto è partito, per quel che mi riguarda, dal post di caracaterina, perchè, anche se la discussione- forse,non ho un archivio dati- era partita di là, sul commentario e si riferiva in origine a demetrio. Ma caracat ha chiamato in casa la rete, i bloggers e quindi anche me. E ho pensato che aveva ragione, che a nessuno, neanche a me, era venuto in mente di parlare, di dire qualcosa su quello che era successo. Nonostante l’attenzione e lo sgomento ( borghese, come sentimento? qui bisogna stare attenti). E di questo essere colta quasi in fallo mi ero sentita in colpa, disattenta, poco vigile, appunto, come in tante altre situazioni: presa dal mio quotidiano e incapace, anche per questo, di una reazione. Ma non necessariamente rispetto a questo fatto di Torino, come un atteggiamento generale verso il mondo che mi circonda. Forse perchè ero-nel momento della botta- in un periodo di chiusura e ripiego ombelicale e quindi l’ho sentita come un richiamo più forte di quanto forse volesse essere: come se fosse indirizzato a me. Capita, no? Ma da qui è nata in me una riflessione parallela: perchè non ne ho scritto niente? per quale motivo sono incapace di parlare di questo? cosa c’è che trattiene dal fatto di arrabbiarsi per cose del genere e non solo sul borghesissimo blog, ma ormai anche nella vita di fuori? perchè non siamo capaci di arrabbiarci e perchè la rabbia è vista come un sentimento negativo? perchè non siamo più capaci di fare politica, e questa parola è ridotta ormai a spettacolo televisivo?
    Ecco, io credo che le mie riflessioni nascondessero queste domande e per questo continuo a pensare che parergon si sbagli quando definisce l’attività di dire sul blog una attività borghesissima solo perchè si parla e non si agisce, si parla più o meno comodamente seduti. Perchè quello che manca, e mi pare che sia venuto fuori anche da alcuni commenti di là, è proprio la possibilità di riflettere collettivamente di questo nodo, di questo che per me almeno è un nodo. E riflettere collettivamente oggi qui è possibile: perchè qui non è fuori dal mondo, ma è mondo, perchè qui è uno spazio in cui tutti possiamo intervenire. Ciò non toglie che dobbiamo anche agire e credo che ognuno di noi per quanto gli è possibile lo faccia. Il che non vuol dire però che occorre essere per forza rivoluzionari duri e puri e non andare alle mostre o al cinema ma andare alle manifestazioni e basta, perchè se non si fa così non si può parlare di classe operaia.
    Io credo che il paese in cui viviamo sia venuto il tempo di capirlo davvero.

  22. 22 pessimesempio Dicembre 12, 2007 alle 5:58 pm

    La precisazione di sara e il commento che segue di untit mi sembrano più che opportuni. Me li ero persi.

  23. 23 enpi Dicembre 12, 2007 alle 7:35 pm

    scusa, pessimoesempio.
    tu dici ‘a nessuno era venuto in mente di parlarne’.
    ma questo *è* guardarsi l’ombelico; *è* essere parte di una piccola sfera senza guardarne fuori (come palle con la neve, che le giri e guardi la neve; le giri e guardi la neve; le giri e guardi la neve ecc.).

    non ce l’ho con te, bada ben.
    intendo quello che intendo nei post “e se stessimo sprecando internet”, ai quali avevo invitato *questa sfera* (tu, caracaterina ecc.) della rete, giorni fa nel commentario di DIRE.

    so che avete tanti discorsi in ballo, qui, e non voglio rovinare il lavoro di Unt_io che cerca di fare il punto; ma la domanda può essere davvero quella adatta, qui e ora:

    e se stessimo sprecando internet?

    se vivessimo tutti (e certo che mi ci metto anch’io) e per mille motivi – l’enormità della rete, l’enormità di ca**ate, l’enormità di argomenti e argomentazioni – in piccole sfere, sprecando l’illusione di una rete che ti mette in contatto con il Mondo, di dentro e di fuori?

    e.

  24. 24 Filosoffessa Dicembre 13, 2007 alle 11:39 am

    parergon: “quanti blogger hanno saputo alzare il loro fondoschiena per spostarsi a manifestare dove ce n’era davvero bisogno?”

    pessimesempio: “Ciò non toglie che dobbiamo anche agire e credo che ognuno di noi per quanto gli è possibile lo faccia. Il che non vuol dire però che occorre essere per forza rivoluzionari duri e puri e (…) andare alle manifestazioni e basta, perchè se non si fa così non si può parlare di classe operaia.”

    Temo che termini come “borghese”, “rivoluzionario”, “classe operaia”, ecc. abbiano fatto il loro tempo.

    E che l’equazione “azione = manifestazione” lasci poco spazio all’immaginazione.

    Siamo oltre questo.
    Dobbiamo inventare altro.

    Forse riflettere collettivamente è un buon modo per arrivarci. (Forse.)

  25. 25 parergon Dicembre 13, 2007 alle 11:56 am

    innanzitutto vorrei puntualizzare che quanto ho scritto non era rivolto al parlare di una data cosa [non ci penso nemmeno, per me non avrebbe senso negare l'importanza della parola], ma guardavo con perplessità e scetticismo alla retorica insita in un certo modo di parlarne o di scriverne /

    poi, per rispondere a filosofessa, vorrei dire che l’essere oltre una data condizione va dimostrato / perchè a me, personalmente, da certi punti di vista pare che l’atteggiamento borghese non si sia dissolto diventando altro, ma anzi, osservo piuttosto come si sia incancrenito un certo modo di assestarsi nei propri privilegi / la condizione attuale della “sinistra-democristiana” che nega se stessa ne è una chiara dimostrazione

    inoltre non mi pare proprio di aver messo in corrispondenza necessaria azione e manifestazione / osservavo solo come a molte parole dall’apparenza accorata non corrisponda una reale determinazione a scardinarci da ritmi e privilegi acquisiti, per partecipare davvero là dove ce n’è bisogno ed esporci di più all’esterno /
    sono anni che sui blog o altrove si continua a riflettere collettivamente, ma tali disquisizioni e le tante belle parole alla fin fine non escono dai salotti / e non credo che questo abbia cambiato poi tanto la vita di chi corre seri rischi sul lavoro, e che tra l’altro, tempo di leggerci non ne ha davvero /

    tutto qui / torno a lezione

  26. 26 pessimesempio Dicembre 13, 2007 alle 12:39 pm

    Al volo sull’ultimo commento ( poi con calma sul resto): mai pensato di scrivere PER gli operai.

  27. 27 pessimesempio Dicembre 13, 2007 alle 9:55 pm

    a me, personalmente, da certi punti di vista pare che l’atteggiamento borghese non si sia dissolto diventando altro, ma anzi, osservo piuttosto come si sia incancrenito un certo modo di assestarsi nei propri privilegi

    inoltre non mi pare proprio di aver messo in corrispondenza necessaria azione e manifestazione / osservavo solo come a molte parole dall’apparenza accorata non corrisponda una reale determinazione a scardinarci da ritmi e privilegi acquisiti, per partecipare davvero là dove ce n’è bisogno ed esporci di più all’esterno /

    quindi è questo, parergon, che mi dici quando definisci borghese il mio modo di pensare? Io proprio continuo a non capire: cosa ne sai tu della mia vita? da cosa deduci- perchè di deduzione si tratta- che io sono una che non si espone? dalla foto di Marilyn? ma adesso mi fermo qui con questa storia. Mi piacerebbe una risposta bella e articolata, ma ho poco tempo- purtroppo- in questi giorni e non ce la faccio proprio.

  28. 28 walloons Dicembre 13, 2007 alle 10:24 pm

    2 Se dicessi che le parole servono a costruire il dialogo direi una banalità. E se dicessi che la distruzione sociale è il risultato dell’assenza di dialogo sarebbe un’altra banalità. Io sto parlando dell’essenza della violenza. Io parlo di tensioni distruttive. Tutte le relazioni sociali che si sostituiscono al dialogo diventano distruttive (anche quando si limitano a produrre caos). Il dialogo per me è un ideale assoluto che riducendosi ad una tensione, ad un compromesso, ad una de-cisione, ad un parteggiamento, e diciamo pure ad un partito, diventa distruttivo per la società. L’essenza della violenza, di ciò che è distruttivo, non sono le tensioni sociali. Non tutte le relazioni sociali che si sostituiscono al dialogo sono distruttive. Sono distruzioni, a volte inevitabili. La radice della violenza è già prima, nell’assenza della parola che non costruisce valore, la vedo come assenza del dialogo all’interno di un dialogo che è una vuota immagine di sé stesso, una finzione la cui essenza è violenza (disattenzione, per la Cristina Campo) Il valore della parola, ciò che costruisce e a cui tende la parola, dialogicamente, o dialetticamente, è la vera tigre assenza. La natura aborre il vuoto. Il limitarsi a non fare nulla di male, lascia spazio al male, perché vive di quello spazio Il riempirsi la bocca di parole vuote lascia spazio alla violenza e alla distruzione
    In una formula, costruire (il valore) attraverso le parole sta al dialogo tra le Parti sociali come l’assenza di dialogo (le decisioni, il parteggiamento e infine il partitismo) stanno alla distruzione della società. Se viene meno la consapevolezza che le parti sociali sono tutte presenti all’interno della parola, che si riflette nella consapevolezza che qualunque parola detta o pensata avviene all’interno di un dialogo, allora anche dialogando affermiamo la distruzione della società. La distruzione della dimensione dialogica è la realtà concreta che contiene già per intero la distruzione della società che ne è l’immagine come morto, astratto riflesso materiale, così come, all’opposto, la costruzione della dimensione dialogica contiene già per intero, come un’immagine o un vivo riflesso, ciò che non esiste ancora pienamente ma che viene costruito o partorito (socraticamente)
    Costruire l’idea con le parole (anche in solitudine, meditando sulle cose) è un’opera di ricomposizione della visione ed è un’immagine vivente e interiorizzata del dialogo tra le Parti sociali concrete (cioè le persone) come la distruzione della società è l’immagine smorta, il precipitato materiale, dell’assenza di parole vere nel dialogo. Queste due immagini rispettivamente sono la non violenza delle idee concrete, che, comprendono le Parti sociali come Persone e sono attente alle parole, anche quelle non dette, anche alle espressioni silenziose e appena sillabate, e la violenza delle vuote astrazioni che rinunciano al confronto con le persone reali.
    Questo discorso però non va interpretato unilateralmente solo come attenzione verso i più deboli, intesi come quelli che non hanno voce, che non hanno tv, giornali o internet, ma che parlano con la sola forza della loro esistenza, o intesi come i più deboli riflessi del valore insito nella parola, presente anche nelle manifestazioni più deboli o anche malate della vita personale – ma anche come attenzione verso quelli più forti, come i filosofi, i libri, l’arte, la bellezza Pensieri deboli e pensieri forti che vanno fatti dialogare
    Perciò da una parte ha ragione chi critica in astratto un modo finto di parlare che non si cala nella realtà, che perciò non potrà mai diventare dialogo tra persone concrete o Parti sociali concrete, dall’altra forse la stessa persona non ha ragione (non sono io a dirlo perché vi leggo per la prima volta) a giudicare come un errore il non calarsi nella realtà, come se calarsi nella realtà dovesse voler dire smettere di costruire con le parole e, automaticamente, (anche senza saper costruire o ricostruire con le parole una visione, che poi significa avere delle idee) saper costruire una società più umana. Io consiglio di non perdere il punto della costruzione anche solitaria per un’astratta idea di solidarietà e di impegno sociale (ne gli Imperdonabili mi sembra lo scrive anche la C.C.), che nega il valore a una parte sociale, solo perché materialmente privilegiata, a favore di un’altra meno privilegiata che ha certo bisogno di attenzione ma forse ha pure qualcosa da ricevere (o da imparare) da questa “vita conteplativa” (qui nella sua versione web-logica) Anzi che certamente ha qualcosa da ricevere, di quello che si costruisce concretamente avendo la volontà e i mezzi. Non ha da imparare dai privilegi, ma di ricevere/imparare la possibilità e la capacità di beneficiarne I privilegi in sé stessi sono semplicemente il risultato di idee che si realizzano. Il problema da porsi è che si realizzino senza che qualcuno debba pagarne o rischiare di pagarne tutto il costo, se non altro perché il non dare la propria parte atrofizza l’anima (e usura il cervello) esattamente come usura il corpo (e atrofizza il cervello) Usare i privilegi per un fine più alto che è l’armonia (polemos!) su cui si regge tutto

    http://walloons.wordpress.com/2007/10/22/la-condizione-operaia/

  29. 29 ferrugnonudo Dicembre 13, 2007 alle 10:29 pm

    Il mio cervello è usurato senz’altro ma, chiedo, perche’ nell’ultimo commento del signor walloons compare il ink sotto che fa riferimento, se non sbaglio, a se stesso?
    la mia è una domanda senza polemica.
    p.s. vorrei leggere tutto ma mi si chiudono gli occhi e questo, di chiedere, è una curiosità.

  30. 30 Filosoffessa Dicembre 14, 2007 alle 12:13 pm

    Per chiarire ulteriormente il mio pensiero, citando De Biase: http://filosoffessa.tumblr.com/post/21566808

    Mi pare che con la pars destruens ci siamo, parergon.
    Si passa a quella construens?

    Un caro saluto a tutti,
    Laura

  31. 31 ferrugnonudo Dicembre 14, 2007 alle 12:38 pm

    ah ma allora l’”autolinkaggio” è pratica diffusa, vedo…

  32. 32 walloons Dicembre 14, 2007 alle 4:46 pm

    ferrugnonudo:Il mio cervello è usurato senz’altro ma, chiedo, perche’ nell’ultimo commento del signor walloons compare il ink sotto che fa riferimento, se non sbaglio, a se stesso?
    la mia è una domanda senza polemica.
    p.s. vorrei leggere tutto ma mi si chiudono gli occhi e questo, di chiedere, è una curiosità.

    Semplice, perché l’articolo è nel mio blog! Comunque non l’ho scritto io. Alla fine c’è il link al testo originale.

    Faccio una sintesi.

    L”essere persona (è importante per) sta al dialogo (dialogo tra Parti sociali) come l’assenza di dialogo (tra parti sociali) sta alla (segna la) fine della persona (decostruzione della persona in individuo)

    Oppure:

    Costruire la persona costruisce la società (in un circolo virtuoso) come la distruzione della società distrugge la persona (in uno vizioso). L’identità è tra “distrugge la persona” e “non costruire con le parole”, ovvero tra “le tensioni sociali distruggono la persona” e “il non costruire (l’idea) rende impossibile il dialogo per questa persona”

    Oppure:

    L’essere persona, il costruire con le parole, sta al dialogo tra le parti sociali come l’assenza di dialogo costruito da persona a persona sta alla distruzione della società come dimensione umana del vivere

    Oppure:

    La spiegazione dell’importanza della costruzione di un’idea da comunicare (che è molto simile a una scultura) sta nel fatto che senza il dialogo (vero, costruito con lo scopo di comunicare un’idea comprensibile), socialmente, si perde proprio ciò che solo con le parole può essere costruito, si perde il potere di costruire con le parole E NON ALTRO (anche se *tutto* quello che ci circonda è costruito con le parole)

    Chi attacca l’individuo che sta seduto contro un muro a leggere Isaia attacca l’essenza stessa della salvazione della società, attacca l’unica vittima reale della distruzione della società, la persona in quanto persona

    Io parlo dell’identità tra chi costruisce le parole e chi viene distrutto (socialmente, non solo fisicamente) nelle relazioni sociali. Se uno non costruisce con le parole è già distrutto dalla “società”, dato che già la “società” lo considera inesistente (tranne forse sulla carta della Costituzione). Quando un lavoratore muore sul lavoro, socialmente, come ente sociale, il lavoratore continua ad esistere, perché è funzionale alla “società”. La persona come lavoratore non esiste (qualcuno ha detto che esiste però come consumatore!) La società non perde nulla. Ma come persona quel lavoratore era già perso per la società ben prima che morisse. Chi scrive (in senso lato chi costruisce le idee) non ha fatto abbastanza per salvare dalla morte quel lavoratore? Vero, ma non è perché ha scritto, invece di andare a protestare! è perché non ha scritto (potuto, saputo, capire e comunicare la verità). E se fosse andato a protestare avrebbe detto solo parole…. Poi ogni tanto arriva qualcuno a riunire le folle sotto una comune bandiera e uno slogan e le manda a combattere per sua la verità a cui piace credere

  33. 33 walloons Dicembre 14, 2007 alle 5:10 pm

    Filosoffessa :

    Per chiarire ulteriormente il mio pensiero, citando De Biase: http://filosoffessa.tumblr.com/post/21566808

    La sinistra (come la destra) non ha nessuna idea di che cosa sia la persona. Dato che la sua preoccupazione maggiore sono la governabilità e “la maggioranza delle persone” L’ultima sua preoccupazione è il rispetto delle minoranze. La parte sociale più importante e l’unica ad essere un intero: il singolo.
    Come moderno, per come si è sviluppata la società, sono radicale ed epicureo. I radicali sono stati tenuti fuori dal partito democratico. Chissà perché…

    Come antico, sarei indeciso tra stoici ed epicurei. Chi ha ragione? Insegnare la filosofia a tutti o governare con la religione? Forse vanno bene entrambe le vie, ma non insieme. Separate. E ciò comporterebbe un ritorno alle caste.
    http://walloons.wordpress.com/2007/10/14/atarassia-e-liberta-secondo-epicuro/

  34. 34 giulia Dicembre 16, 2007 alle 4:01 pm

    Arrivo tardi alla discussione, ma penso che parlarne e manifestare non siano in contraddizione… Certo anch’io penso che dovremmo agire di più, ma l’indignazione trova diverse strade e forse oggi dovremme trovare altri modi per rispondere ad una politica vecchia sia quando governa sia quando manifesta il suo sdegno. Giulia

  35. 35 parergon Dicembre 18, 2007 alle 11:10 am

    veloce / solo per dire che l’equazione azione-manifestazione non era mia, ma di filosofessa, che forse ha frainteso il senso del mio messaggio. personalmente avevo parlato delle manifestazioni come una delle possibilità di partecipazione, di certo non l’unica. saluti

  36. 36 pessimesempio Dicembre 19, 2007 alle 10:46 am

    Non è da questo che mi sono sentita colpita, ma da un giudizio di tipo morale – avvertito come morale. Dirai che sono problemi miei. Infatti sono problemi miei.

  37. 37 Filosoffessa Dicembre 19, 2007 alle 6:03 pm

    Uffa.

    parergon:

    “credo siano parole / questa volta solo parole /
    se scrivi questo devi avevre il coraggio di metterti in piedi in mezzo a piazza repubblica e urlare a voce alta / anche da sola / urlare come una pazza in mezzo alla gente che passeggia o copera cartoline / per capire la differenza tra urlare e tacere / per te, prima che per il mondo

    urlare significa esporsi, non scrivere su un blog /
    scusami, ma continuo a trovare tali affermazioni retoriche e prive di senso, dal momento in cui sei seduta comodamente davanti a un monitor a casa tua, o comunque nella tua vita di sempre / se davvero si deve parlare di INSIEME, perchè non sei andata a torino, a manifestare con gli operai?
    perchè insieme adesso significa CON LORO / non su un blog, non sottovoce, non tergiversando in cerca di chissà quale strategia, ma CON COLORO CHE IL PROBLEMA CE L’HANNO DAVVERO /

    pensa a quanti di noi si son presi per andare a torino: quanti blogger hanno saputo alzare il loro fondoschiena per spostarsi a manifestare dove ce n’era davvero bisogno? ma quanti di noi invece si organizzano con meticolosa determinazione per una domenica di shoppping o una gita alla biennale, facendo anche centinaia di chilometri per la cosiddetta cultura o per questioni che definirei spesso di natura decorativa o ludica?”

    L’equazione era mia?
    Sicura?

    E qui smetto una volta per tutte, che non si sta aggiungendo nulla di nuovo, né di costruttivo, al dibattito.

    Un caro saluto,
    Laura

  38. 38 parergon Dicembre 20, 2007 alle 12:07 pm

    laura /
    con il mio ultimo breve commento intendevo sottolineare che io in quel momento, infervorata, avevo fornito UNA possibilità di agire / che era solo UNA delle TANTE possibili ipotesi di partecipazione o di collaborazione o di azione /
    quello che a me spaventa sono le parole che ci lasciano uguali a noi stessi, o che ancor peggio coprono l’inattività con buoni propositi che non servono a nessuno se non a noi stessi / questo non ha mai significato per me mettere al bando in toto le parole, ma ha senz’altro messo in evidenza un processo [spesso inconsapevole?] per cui la “lamentazione” o la discussione vengono prese per una forma di impegno, mentre quasi mai lo sono /
    non ho trovato inutile questa discussione / dolorosa, invece, e capace di farmi guardare al web forse per la prima volta con occhio diverso – e disincantato /
    mi scuso per questo mio inutile esubero, ma avevo bisogno di spiegare – bisogno per me, che leggo i vari commenti a distanza di giorni e ne subisco il peso forse in modo diverso da chi può collegarsi con maggior frequenza /
    un saluto /

  39. 39 Filosoffessa Dicembre 20, 2007 alle 1:01 pm

    parergon, condivido tutto questo:
    “quello che a me spaventa sono le parole che ci lasciano uguali a noi stessi, o che ancor peggio coprono l’inattività con buoni propositi che non servono a nessuno se non a noi stessi / questo non ha mai significato per me mettere al bando in toto le parole, ma ha senz’altro messo in evidenza un processo [spesso inconsapevole?] per cui la “lamentazione” o la discussione vengono prese per una forma di impegno, mentre quasi mai lo sono /”

    E nemmeno io ho trovato inutile la discussione nel suo complesso.
    La discussione non è mai inutile. A volte può diventare sterile.
    Sono lieta che abbiamo recuperato.

  40. 41 pessimesempio Dicembre 30, 2007 alle 6:48 pm

    Ma le palle- o testicoli che dir si voglia- nel disegno che graziosamente alleghi, caro Pieni di voi stessi (non arrivo a immaginare a una donna dietro a un tal genio creativo) sono davvero bruttine. Dispiace…


  1. 1 post / illa « parergon Trackback su Gennaio 7, 2008 alle 11:36 am

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