riaprire le imposte
Dicembre 17, 2007Ho qualche difficoltà a ricominciare a scrivere, dopo quello che è passato. Sia sul piano generale, sia su quello- più piccolo, certo- personale. Mi interrogo, come spesso è accaduto in altre occasioni, ma questa volta con più difficoltà nel trovare una qualche risposta, sul senso che può avere- in situazioni come questa- lo scrivere in questa pagina. E la letteratura in genere. Ma qui rispondere in maniera accettabile è più facile: la letteratura è spesso capace di dare voce quando a noi manca. Non si tratta di consolazioni facili, si tratta proprio di voce e parole quando non sappiamo dire niente, quando non sappiamo altro che affidarci ad esse.
Per questo per riaprire le imposte dopo un silenzio che non riuscivo a oltrepassare, ho scelto due poesie. Ho visto in giro che è stata la scelta di molti, come se la poesia, nella sua capacità di essere a volte essenziale, riuscisse ad fare quello che noi non sappiamo:
assorbe, senza cancellarle, riassume, senza sintetizzarle, le voci .
Mi pare che le poesie che ho deciso di riportare qui potrebbero sembrare molto lontano l’una dall’altra. In realtà le ho scelte- e si tratta sempre di una scelta d’istinto, ma non frettolosa; di una scelta che ascolta la risonanza che le parole hanno con quello che sento dentro nel momento della lettura- perchè parlano di due sentimenti: rabbia e dolore. Dirli attraverso parole di altri può in qualche modo allontanarli.
Buttiamo via tutto il miele
mettiamo un sasso dentro la voce
e andiamo di là.
Anche questo va detto, anche
lo sfacelo dei timpani, anche la casa
rotta, anche la faccia stanca
anche la mano vecchia, anche
tutto il buio del parco quando
i giocatori ritornano a casa.
(Mariangela Gualtieri, da Voci tempestate, in Senza polvere senza peso, Einaudi 2006)
Ognuno vuole avere il suo dolore
e dargli un corpo, una sembianza, un letto,
e maledirlo nel buio delle notti,
portarlo su di sé tenacemente
perché si veda come una bandiera,
come la spada che regala forze.
Ma c’è persa nell’aria della vita
un’altra fede, un dovere diverso
che non sopporta d’esser nominato
e tocca solamente a chi lo prova.
E’ questo. E’ rimanere
qui a sentire come adesso
l’onda che sale nelle nostre menti,
le stringe insieme in un respiro solo
come fosse per sempre,
e le abbandona.
Ma nemmeno la pupilla d’un cieco
dimentica l’azzurro che non vede.
( Silvia Bre, da La figura, in Marmo, Einaudi 2007)
E al fondo c’è ancora tristezza.