silenzi e stupidità

31 01 2008

E’ la seconda volta che mi succede. La prima volta è stata dopo la Thyssen Krupp, adesso dopo questo post sulla memoria della shoah. Non riesco più a scrivere sul blog per un po’, quasi che non riuscissi più a trovare cose che valga la pena dire. O come se di fronte a certe cose tutto il resto- i libri, te, le cose che fai quotidianamente- avessero davvero poca importanza. Poi ricomincio, perchè non si può stare sempre in silenzio, ma è sempre diverso da prima.

Dicono anche che in questi giorni sono austera e mi rendo conto che a volte questo aspetto del mio carattere emerge con forza e si impone sugli altri. Come se la mia austerità, il mio essere seria volesse fare da argine alla stupidità dilagante intorno a me, o a quei comportamenti che io definisco stupidi. Che poi il mio concetto di stupidità è forse un po’ particolare, dal momento che per me sono stupide le persone che non vogliono ragionare, che si rifiutano di attivare il loro cervello per pensare qualcosa di diverso, di personale; le persone che non si ribellano mai a nessuno; le persone che non vedono mai oltre il proprio naso, che pensano solo al proprio interesse personale, per altro assai limitato; le persone che non si accorgono di quello che hanno intorno e che anzi non se ne curano proprio. Quelle nei cui occhi non brilla mai una luce di scoperta e che sono pronti ad andare dietro a chiunque dimostri di avere una qualsiasi idea. Quelle che seguono come pecore, che ridono sempre, che la vita è tutta no martini no party, ombelichi scoperti, grosse cinture e mutande di dolce e gabbana e capelli attaccati alla fronte con chili di gel, e suv sopra il marciapiede che chi se ne frega se devi passare e strombazzate con la macchina e lampade abbronzanti, eia eia alalà. E poi mi dà noia anche la superficialità, l’arroganza degli stupidi.

Mi sono un po’ allargata, lo so.




Nell’occhio del carnefice

27 01 2008

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A colpire in queste fotografie è la loro doppia qualità di documento esplicito e implicito, testimonianze di una scena che, mostrando la vittima, presuppone il voyerismo del perpetratore. Noi guardiamo (siamo costretti a guardare) queste immagini con l’occhio nazista che scruta, enumera, ordina, separa, annienta; e siamo riguardati dagli occhi delle vittime. Non sono occhi del tutto inconsapevoli:paiono lasciar trasparire, malgrado le false rassicurazioni dei soldati, qualcosa più di un semplice fastidio per l’intrusione della macchina fotografica. L’ Album Auschwitz ci pone in questo stato di tensione tra gli sguardi e ci dimostra, una volta di più, l’impossibilità di comprendere immediatamente il dramma dell’Olocausto e della storia.

(Antonello Frongia, Sguardi dal genocidio nell’occhio nell’occhio del carnefice, Il Manifesto, 27 gennaio 200 8)




Copertine

26 01 2008

Senza dubbio le copertine sono un elemento importante dell’oggetto libro, perchè se non lo fossero (diventate) non ci sarebbero neanche o sarebbero tutte uguali come una volta. L’immagine di copertina è quella che per prima deve in genere attirare chi entra in libreria e gira tra gli scaffali, anche se si tratta di lettori forti, di quelli che sono più interessati al contenuto che alla forma o che sanno già cosa andranno a comprare. Ma anche un lettore di questo tipo ha dei momenti di debolezza, momenti in cui si aggira pensoso tra i banchi e le pareti e osserva quello che ha intorno, offrendosi come preda al miglior offerente.

Non sono la prima a fare un discorso del genere. Anni fa su Alias (supplemento al Manifesto) c’era addirittura una rubrica (di Belpoliti? non ricordo) dedicata alle copertine dei libri e ricordo disquisizioni molto piacevoli sull’argomento. Sul Manifesto di oggi, invece, nella rubrica Ex Press (in realtà a proposito di crossover, cioè di scritti di cui è difficile definire il genere o che si trovano in bilico tra un genere e l’altro o che rappresentano- questa è la mia idea- un nuovo genere di scritture) si parla di un libro di recensioni pubblicate in Russia da un critico letterario, Roman Kats, dal titolo Rassegna della moderna letteratura russa. L’autore sostiene di non aver letto neanche uno dei libri recensiti, ma di essersi basato solo sulla copertina: titolo, immagini, quarta. Il libro in questione fa il paio con quello, ormai famoso e discusso di Pierre Bayard, Come parlare di un libro senza averlo mai letto, citato anche nell’articolo, anche se pare che in questo caso- quello russo- l’autore conosca i libri di cui parla molto più di quanto voglia ammettere.

Tutto questo discorso per dire che l’altro giorno ho visto una copertina che mi ha davvero colpito.

La copertina è questa:

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del nuovo libro di Valeria Parrella, che a dire il vero non conosco, perchè l’altro suo libro, quello della mosca e della balena, non mi ha attirato per niente, ci ho girato più volte intorno, l’ho aperto, sfogliato, leggiucchiato e rimesso al suo posto per non guardarlo mai più.
Con questo mi sa che le cose andranno diversamente: non c’è niente da fare, quando un libro ti ha conquistata, sei sua per sempre, fosse anche la più grande boiata di questo mondo. Va così. Devono essere quelle ciglia lunghe abbassate che dicono timidezza, pudore. E io a certi occhi non so resistere, è una debolezza, lo ammetto.

L’ho aperto di già, appena l’occhio stregato è caduto sulla colonna di libri l’altro giorno: anche la scrittura non sembra male. Qui trovate l’incipit e la trama.




relazioni

25 01 2008

Anche la recente scoperta dei neuroni specchio da parte della scienza italiana a mio avviso dimostra che la legge fondamentale della natura-physis è la relazione: ” Le scoperte sul sistema specchio ci dicono in sostanza che siamo altruisti…Esiste un meccanismo di base fisiologico in cui la felicità altrui è anche la propria”, ha dichiarato Giacomo Rizzolatti, il principale protagonista dell’importante scoperta neurologica. Ancora Rizzolatti: ” Se guardiamo dentro il nostro cervello vediamo che prevalgono le ragioni della comunanza: sono queste a essere state premiate dall’evoluzione”. L’evoluzionismo nella sua accezione classica non è in grado di nominare questa logica positiva relazionale della natura perché non la conosce, conosce solo la logica negativa……. Il piano di sviluppo della natura invece esiste e si chiama relazione, web, come dice Capra che ha scritto appunto The Web of Life, o anche logos, il modo classico con cui la mente umana ha da sempre visto e nominato il fenomeno che oggi chiamiamo web. La logica che muove la vita è la relazione ordinata. ( Vito Mancuso, L’anima e il suo destino, Raffaello Cortina 2007)

Alla fine me lo sono comprato anche io, con una certa titubanza, quasi che comprare un libro sull’anima, scritto per di più da un docente di teologia, fosse una sorta di abdicazione della coscienza laica.

Il libro è invece coinvolgente e induce a più di una riflessione. Come le parole che ho trascritto, che mi rimandano proprio a quello che sto facendo in questo momento. Resto nel dubbio se questo richiamo al web sia una captatio benevolentiae, un modo per coinvolgere e accattivarsi le simpatie di chi pratica la rete oppure se sia la conferma che quello che stiamo facendo, il modo di entrare in relazione che stiamo praticando, è “un’evoluzione della specie”. Lo capirò andando avanti. Che sia un modo diverso di entrare in relazione, che sia comunque un entrare in relazione d’altra parte è innegabile. E che questo relazionarsi, in questo modo qui intendo, sia qualcosa che prima non esisteva, anche questo è innegabile.

Mi vengono in mente riflessioni del genere leggendo anche l’ultimo commento di unts al post che precede questo, quando lei scrive Non ho sogni ricorrenti, ma da molto tempo mi succede questo: quando mi sveglio la mattina, proprio nel passaggio dal sogno alla veglia, mi trovo in uno spazio che è un miscuglio fra lo spazio fisico e quello del web. E’ uno spazio unico e complesso, dove m’immagino che il proseguire naturale di certe conversazioni provochi poi “fatti”, trasformazioni reali, non solo ulteriori parole scritte.

Anche a me capitano cose del genere, non quando mi sveglio, quando mi sto addormentando, mi capita di rivedere le persone con cui dialogo durante il giorno e di continuare con loro dialoghi, conversazioni e fatti che magari ancora non ci sono neanche stati. E’ che il mondo, adesso, il mio mondo, il mondo con cui mi relaziono, è diventato più complesso e prevede anche una realtà immateriale. La cosa non mi spaventa, così come dice Unts, per niente, anzi mi attrae molto e la trovo a volte fonte di una strana e straordinaria energia.

Forse dovrei dire anche qualcosa su tutto quello che sta succedendo intorno, su quello che si è visto e sentito ieri sera in senato, sulla sorte di questo povero (?) paese. Ma oggi proprio non mi va di dire niente. Meglio stare zitti, troppa vergogna - purtroppo.




Mettersi in gioco

23 01 2008

 Questa cosa qui l’ho scritta tanto tempo fa, prima di Natale, mentre stavo leggendo delle pagine scaricate dalla rete. Forse non è granché, ma rileggendola stamani, dopo averla scoperta abbandonata in una cartella del computer, mi è sembrato che avesse una certa qual atmosfera e allora ve la sciroppate. Aurevoir.   

Mettersi in gioco. Mi è venuto in mente subito, quando ho cominciato a leggere questa cosa qua*. Non so, per il tono, per certe parole che sono qua dentro, perché tra due persone senti che c’è un legame forte e ti piace avvertire nei gesti dell’una o dell’altro, nei sorrisi al telefono che l’altro non vede ma di cui si accorge, l’emozione. A volte mi pare che siamo diventati avari di emozioni ed è strana questa cosa qui, perché ci ricordiamo di un tempo in cui non ci sembrava di vivere senza emozioni. Adesso invece le teniamo fuori dalla porta, se suonano il campanello facciamo finta di non essere in casa e da dietro le tende le spiamo che se ne vadano via, guardando la faccia che fanno. Abbiamo paura che ci entrino dentro e combinino chissà quali sfracelli, noi che siamo riusciti a dare un po’ di ordine alle cose e in questo ordine ci pare di riuscire finalmente a non essere sempre sballottati di qua e di là come nave sanza nocchiero in gran tempesta.

Ma loro invece fanno finta di girare l’angolo e poi si fermano lì e si mettono in fila. Una fila un po’ caotica, spintonano, cercano di fare silenzio, ma dopo un po’ ricominciano ad alzare la voce e a spingere.

E poi sono qui seduta alla macchina e guardo fuori e penso a cosa voglia dire questa cosa qua che sto scrivendo e che cosa ha a che fare con me che la scrivo. Cosa ha a che fare con questa donna e quali sono queste emozioni da cui cerca di nascondersi e scappare. E poi mi domando anche se è giusto, proprio così, se è giusto a cinquant’anni buttare di nuovo all’aria tutti gli armadi e cercare la roba da buttare e quella da rimettere di nuovo dentro oppure per capire se devi farti un guardaroba tutto nuovo. E davanti all’armadio mi fermo, è proprio qui che non riesco ad andare più avanti di un passo e torno a guardare fuori per prendere tempo, in fondo, e pensare al cielo che vedo o agli alberi.

Ma poi di quali emozioni si parla? Quali emozioni dovrei mettere in gioco e mostrare a me e al mondo? Perché di questo si tratta, oltre che del fatto che non sono poi così sicura che al mondo le mie emozioni interessino. Scrivo questa frase e subito mi viene in mente untitled che mi risponde perché le tue emozioni non dovrebbero interessare al mondo? Sì, mi viene in mente proprio lei, forse perché è di lei che sto leggendo, è da lei e dalle emozioni che prende avvio tutto questo mio pensare. E mi sono già data la risposta: se le emozioni di un’altra servono a smuovere le mie, a farmi pensare, a farmi riflettere su alcuni nodi della mia vita e del mio fare, anche le mie avranno questo effetto, anche le mie forse serviranno a questo. A mettere in moto altre emozioni.

Che poi questa diffidenza nei confronti delle emozioni non so bene da dove nasca. Che c’è paura da una parte ma diffidenza dall’altra ed entrambi questi sentimenti fanno sì che le emozioni restino chiuse fuor dall’uscio. Della paura ho già detto, la casa in disordine, gli armadi sottosopra, i piatti da lavare, ma la diffidenza è una storia diversa, è una storia che viene fuori dalla testa e lì bisogna cercare per rintracciarne le origini. Così cerco dentro la testa e comincia a venir fuori qualcosa, un’immagine per ora molto confusa che ha bisogno di tempo per delinearsi con chiarezza e farsi vedere nella luce migliore per essere fotografata.

Per tanti anni ho sognato che perdevo i treni. Non ce la facevo, arrivavo alla stazione troppo tardi: erano già partiti o li vedevo che mi scappavano davanti al naso e non riuscivo mai ad aggrapparmi alla maniglia – erano treni vecchi quelli che prendevo, i treni di una volta con i sedili in legno e la predella esterna e la maniglia che potevi aprire anche da fuori e andavano lenti alla partenza-. Oppure erano treni che non riuscivano a partire, si fermavano nelle stazioni per ore ed ore e non ce la facevo mai ad arrivare a destinazione e tornavo indietro. Oppure sognavo autobus che arrancavano su per colline coltivate a vigna e poi mi lasciavano lassù in cima e allora appariva un uomo anziano, mio padre, che mi diceva che avevo sbagliato strada e mi dava una qualche indicazione per tornare in giù.

* Per vedere cosa è bisogna cercare carne al fuoco. Ma l’ho già detto tante volte.




Un film, anzi due

21 01 2008

Ho voglia di parlare di un film che ho visto la scorsa settimana. Si intitola Riparo, è di un (giovane?) regista italiano che si chiamana Marco Simon Puccioni e racconta la storia di due donne. Le due donne hanno una storia tra loro, una storia seria, tanto che abitano insieme nella casa di Anna, la più grande delle due, si suppone, o almeno la più ricca: è proprietaria con la madre e il fratello di una fabbrica di scarpe in cui Anna, l’altra donna (molto bella, l’attrice, devo dire) lavora come operaia.

Di ritorno da un viaggio in Marocco, Anna scopre alla frontiera un ragazzo nascosto nel bagagliaio della sua auto e decide di portarlo in Italia, aiutarlo e poi addirittura accoglierlo nella sua casa e dargli un lavoro nel magazzino della fabbrica. Al fratello che le dice che non può accollarsi tutti i problemi del mondo, Anna risponde così: Tutti no, ma uno solo sì.

La presenza di Anis, il giovane marocchino, che non capisce il modo di vivere delle due donne e le difficoltà tra Mara e Anna che si creano a seguito della decisione di spostare una parte della produzione in Romania e del fatto che Mara viene tutelata rispetto agli altri operai dalla presenza della sua compagna, provocano una rottura, non si sa se definitiva tra le due donne.

Dopo che ho visto il film, ho scritto qualcosa. Risale a diversi giorni e già mi sembra passata, ma l’avevo scritta per riportarla qui e allora lo faccio.

Qualche appunto dopo il film Riparo

Ma perchè due donne che stanno insieme, nell’immaginario dei registi uomini, sono sempre una nera e una bionda? Bisogno di ricreare un dualismo, la coppia degli opposti che si unisce, come normalmente nella coppia donna-uomo? Penso al film di Linch Mulhollnad drive .

Immedesimarsi (o schierarsi che è uguale) con un personaggio del film non è di nessuna utilità per la sua comprensione. Anzi la ostacola. Per capire un film occorre piuttosto guardarlo se possibile con lo stesso occhio della macchina da presa, essere neutrali (sempre che la macchina, ovvero sia il regista che c’è dietro lo sia) In questo film è difficile la neutralità per una donna che lo guada, visto che i principali personaggi sono due donne e il terzo è un giovane marocchino. Il quale personaggio si identificherà nella coppia di donne una donna che le guarda? e in quale personaggio si potrà identificare uno spettatore maschio? Se il cinema è un gioco di specchi. Si tratta allora di una scelta del regista che ci aiuta semplicemente a guardare quello che accade, non ad immedesimarci. Ma la neutralità alla fine è impossibile, perchè c’è un’altra antitesi narrativa, quella di classe tra le due donne.

Certo è che Mara si ribella ad un amore che è gestito dall’altra, vuole essere soggetto e non solo oggetto e non in quanto al genere (sono due donne), quanto piuttosto perché operaia della fabbrica.

Comunque sia, un altro film che parla di operai, come Signorinaeffe, dopo tanto parlare di invisibilità della classe operaia, e di Friuli, vale a dire di Italia del Nord-est. Certo che fa una certa impressione vedere il corteo dei 40.0000 di Torino, con i fischi tutti intorno e quelli con gli striscioni tutti incravattati o le manifestazioni degli scioperanti nei filmati d’epoca. Ma la cosa che ho pensato mentre guardavo è che non avevo più paura di quello che sarebbe venuto dopo, come invece qualche anno fa. Ho pensato che protestare per i propri diritti e il proprio lavoro è legittimo e che non dobbiamo avere più paura di farlo.