Questa cosa qui l’ho scritta tanto tempo fa, prima di Natale, mentre stavo leggendo delle pagine scaricate dalla rete. Forse non è granché, ma rileggendola stamani, dopo averla scoperta abbandonata in una cartella del computer, mi è sembrato che avesse una certa qual atmosfera e allora ve la sciroppate. Aurevoir.
Mettersi in gioco. Mi è venuto in mente subito, quando ho cominciato a leggere questa cosa qua*. Non so, per il tono, per certe parole che sono qua dentro, perché tra due persone senti che c’è un legame forte e ti piace avvertire nei gesti dell’una o dell’altro, nei sorrisi al telefono che l’altro non vede ma di cui si accorge, l’emozione. A volte mi pare che siamo diventati avari di emozioni ed è strana questa cosa qui, perché ci ricordiamo di un tempo in cui non ci sembrava di vivere senza emozioni. Adesso invece le teniamo fuori dalla porta, se suonano il campanello facciamo finta di non essere in casa e da dietro le tende le spiamo che se ne vadano via, guardando la faccia che fanno. Abbiamo paura che ci entrino dentro e combinino chissà quali sfracelli, noi che siamo riusciti a dare un po’ di ordine alle cose e in questo ordine ci pare di riuscire finalmente a non essere sempre sballottati di qua e di là come nave sanza nocchiero in gran tempesta.
Ma loro invece fanno finta di girare l’angolo e poi si fermano lì e si mettono in fila. Una fila un po’ caotica, spintonano, cercano di fare silenzio, ma dopo un po’ ricominciano ad alzare la voce e a spingere.
E poi sono qui seduta alla macchina e guardo fuori e penso a cosa voglia dire questa cosa qua che sto scrivendo e che cosa ha a che fare con me che la scrivo. Cosa ha a che fare con questa donna e quali sono queste emozioni da cui cerca di nascondersi e scappare. E poi mi domando anche se è giusto, proprio così, se è giusto a cinquant’anni buttare di nuovo all’aria tutti gli armadi e cercare la roba da buttare e quella da rimettere di nuovo dentro oppure per capire se devi farti un guardaroba tutto nuovo. E davanti all’armadio mi fermo, è proprio qui che non riesco ad andare più avanti di un passo e torno a guardare fuori per prendere tempo, in fondo, e pensare al cielo che vedo o agli alberi.
Ma poi di quali emozioni si parla? Quali emozioni dovrei mettere in gioco e mostrare a me e al mondo? Perché di questo si tratta, oltre che del fatto che non sono poi così sicura che al mondo le mie emozioni interessino. Scrivo questa frase e subito mi viene in mente untitled che mi risponde perché le tue emozioni non dovrebbero interessare al mondo? Sì, mi viene in mente proprio lei, forse perché è di lei che sto leggendo, è da lei e dalle emozioni che prende avvio tutto questo mio pensare. E mi sono già data la risposta: se le emozioni di un’altra servono a smuovere le mie, a farmi pensare, a farmi riflettere su alcuni nodi della mia vita e del mio fare, anche le mie avranno questo effetto, anche le mie forse serviranno a questo. A mettere in moto altre emozioni.
Che poi questa diffidenza nei confronti delle emozioni non so bene da dove nasca. Che c’è paura da una parte ma diffidenza dall’altra ed entrambi questi sentimenti fanno sì che le emozioni restino chiuse fuor dall’uscio. Della paura ho già detto, la casa in disordine, gli armadi sottosopra, i piatti da lavare, ma la diffidenza è una storia diversa, è una storia che viene fuori dalla testa e lì bisogna cercare per rintracciarne le origini. Così cerco dentro la testa e comincia a venir fuori qualcosa, un’immagine per ora molto confusa che ha bisogno di tempo per delinearsi con chiarezza e farsi vedere nella luce migliore per essere fotografata.
Per tanti anni ho sognato che perdevo i treni. Non ce la facevo, arrivavo alla stazione troppo tardi: erano già partiti o li vedevo che mi scappavano davanti al naso e non riuscivo mai ad aggrapparmi alla maniglia – erano treni vecchi quelli che prendevo, i treni di una volta con i sedili in legno e la predella esterna e la maniglia che potevi aprire anche da fuori e andavano lenti alla partenza-. Oppure erano treni che non riuscivano a partire, si fermavano nelle stazioni per ore ed ore e non ce la facevo mai ad arrivare a destinazione e tornavo indietro. Oppure sognavo autobus che arrancavano su per colline coltivate a vigna e poi mi lasciavano lassù in cima e allora appariva un uomo anziano, mio padre, che mi diceva che avevo sbagliato strada e mi dava una qualche indicazione per tornare in giù.
* Per vedere cosa è bisogna cercare carne al fuoco. Ma l’ho già detto tante volte.
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