Regole

Anche io me lo sono comprato e lo sto leggendo. In genere, lei dà dei buoni consigli di lettura e questo è un buon consiglio per chi, come me, si sta preparando al grande rientro. Che non è quello dalle vacanze in montagna, ci mancherebbe, ma è quello meno caotico certo ma non meno foriero di preoccupazioni e di stress di chi sta per ricominciare a lavorare nella scuola. Perché di lavoro si tratta, sia detto per chi ancora si ostina a pensare che tre mesi di vacanza estiva, più le vacanze sparse nel corso dell’anno, preservino da ogni genere di fatica e siano sinonimo di parassitismo e fannullismo ( Ichino docet).

Tornare a scuola fa pensare a tante cose: alla tua inadeguatezza, innanzitutto, anche dopo anni e anni di lavoro, che normalmente dovrebbero dare la misura di una capacità di fare il tuo mestiere e che invece in questo caso, nel mio, nel nostro caso, non lo sono assolutamente, anzi, visto che ti trovi davanti, ogni anno o quasi, a ragazzi diversi, che spesso e sempre più non riesci a capire, né riesci a capire cosa c’è dietro di loro, quali famiglie, quali situazioni.

Una volta non era così: se guardavi un ragazzo o una ragazza, i suoi vestiti, i suoi modi di fare, se li ascoltavi parlare soprattutto, riuscivi con una certa approssimazione a capire quale era il suo ambiente di provenienza e riuscivi anche a capire di cosa poteva avere bisogno sul piano didattico, quali potevano essere le sue modalità di apprendimento e quindi quali potevano essere le strategie di insegnamento. Sto semplificando, ma più o meno funzionava così.

Non che i ragazzi di oggi siano opachi a tal punto da non poter essere letti. No, non si tratta di questo. E’ che i modelli a cui si rifanno sembrano essere tutti uguali, da qualsiasi ambiente sociale provengano, o meglio l’ambiente familiare, che prima era un criterio di differenziazione, adesso non lo è più. Mi spiego meglio, per evitare letture equivoche di quello che sto dicendo.

Qualche anno fa, tre per la precisione, ho cambiato scuola dopo quindici anni che insegnavo nello stesso posto. Mi sono spostata da una piccola città di provincia ad un grande paese alla periferia di una grande città. Non riuscivo più a stare nel liceo dove pure avevo iniziato la mia carriera di insegnante e sapevo bene che avrei trovato altri tipi di persone, altre situazioni, ma non immaginavo lo spaesamento a cui sarei andata incontro e la sensazione di trovarmi di fronte ragazzi e ragazze che non riuscivo a decifrare, con i quali non riuscivo a trovare, dopo tanti anni, metodi e strategie che li convincessero a lavorare. Come se i valori che avevo proposto fino a quel momento e che erano stati alla base del mio modo di insegnare e di relazionarmi con gli alunni, non valessero improvvisamente più e soprattutto non venissero più riconosciuti da quegli adolescenti che mi trovavo di fronte. E non solo i valori, ma proprio la condivisione di contenuti, che avessero a che fare con le discipline che insegno o con il vivere civile. E questa mancanza di condivisione di valori riguardava tanto ragazzi di famiglie cosiddette “bene” quanto ragazzi che provenivano da famiglie di condizioni sociali più modeste (anche se questa parola non mi piace molto, ma non me ne vengono altre), accomunati tutti quanti da una straordinaria omologazione nel vestire, nel fare, nel parlare. Straordinaria perché per me mai vista prima in queste dimensioni.

In più, nella scuola dove attualmente insegno, c’è un lassismo nei confronti di questi ragazzi che fa a pugni con il mio modo di intendere la scuola e lo stare dentro la scuola: non che si tratti di una situazione allo sbando, ammetto che c’è di peggio, ma per i miei parametri si tratta pur sempre di un atteggiamento scarsamente compresnibile e da tentare di risolvere in qualche modo, se non altro sotto il profilo educativo.

Anche nel libro che sto leggendo si parla di questo e la parola che più si invoca è regole: bisogna educare al rispetto delle regole.

A me, quando si usa questa parola, mi viene sempre da pensare: attenzione.

Attenzione, perchè invocare delle regole può essere pericoloso e può farci tornare ad una scuola che bada più alla forma che al contenuto. Attenzione perché a volte le regole possono diventare un elemento che immobilizza, che imbalsama un ambiente che invece per svilupparsi in maniera sana ha bisogno di fluidità. Attenzione perché una volta stabilite le regole si corre il rischio di rimanerci chiusi dentro.

Per questo, più che pensare a regole da imporre a me vengono in mente regole che hanno a che fare con l’etica e che quindi vanno mostrate attraverso il proprio atteggiamento, piuttosto che chieste agli altri. Perché mi pare che solo attraverso la propria esposizione, il proprio proporsi come modelli di comportamento, attraverso la propria coerenza in una società che alla coerenza e all’etica bada così poco, sia possibile ottenere da una parte il rispetto degli alunni, dall’altra una considerazione di se stessi che a volte manca a noi stessi.

Ad esempio, mi pare che una delle regole da proporre per prima sia l’onestà, con se stessi prima di tutto. E mi fermerei qui. Mi sembra già tanto.

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5 Comments on “Regole”

  1. giulia Says:

    Sono molto d’accordo con te… Oggi i poblemi sono tanti e a volte difficili da decifrare. I ragazzi credo non riescano a deicfrare loro stessi, e sembrano che irifiutino un dialogo che credo non abbiano mai saputo cos’è. Del resto chi dialoga più? E sono d’accordo sul discorso che fai sull’attenzione e sull’etica: parole anche queste uscite dal nostro vocabolario. Ma aggiungerei due altre parole “rispetto”, e responsabilità… La capaictà di dare risposte, di motivare i loro cmportamenti e i nostri, di saper vedere l’altro… Un caro saluto, Giulia


  2. Sì, la parola rispetto è certo importante, ma non va vista a senso unico. troppo spesso, ancora oggi, ci sono insegnanti che non hanno rispetto per i loro alunni, nè quella che si chiama onestà intellettuale.

  3. liseuse Says:

    Un applauso. La parola onestà è così potente, bisogna trasmettere questa potenza.
    Ieri stavo leggendo in un libro di didattica una certa tecnica per la fase di “riscaldamento” della lezione, una Redekette (una catena di parole, boh, non so come si traduca, un allievo passa un certo impulso a un compagno e si va avanti a catena) e si diceva anche dei pericoli, tipo lo sfociare nella confusione o il voluto saltare alcuni compagni ecc. Soluzione: elaborare regole ben definite fin dall’inizio e insistere affinché vengano mantenute.
    E’ un esempiuccio banale, ma mi pare significativo. Definisci le regole e falle osservare con coerenza, così, dalla Redekette in avanti. Pensavo io. Poi, quando finirò seriamente in classe…(non nascondo il puro e semplice terrore all’idea, soprattutto perché saranno sempre supplenze, rapporti labili, narrazioni in medias res, toccate e fughe, come si fa a costruire qualcosa?).

    OT: Un post sulla Agus l’hai fatto? :-)


  4. Quando finirai in classe ci porterai te stessa, e non è male, mi pare. Anche con le supplenze si costruisce sempre qualcosa, soprattutto se parti dall’idea che un buon insegnante impara sempre qualcosa, ad ogni lezione o quasi (devo dire, però, con un po’ di rammarico che con il passare degli anni questa sensazione è un po’ più sporadica: sarà l’età, saranno i ragazzi e le ragazze di oggi, sarà che ormai le meraviglie si sono già quasi tutte provate. Insomma, ti stupisci sempre meno).
    Quanto all’Agus non ho fatto un post, ma se mi ci fai pensare, quasi quasi…

  5. Costanza Says:

    Sono d’accordo sulla necessità delle regole che però non devono favorire la rigidità ma la responsabilità . Costanza


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