ma che lavoro faccio io? [prima parte, credo]

Poi mi chiedo: maccheccazzo di lavoro faccio, io? oggi, checcazzo di lavoro faccio? Che senso ha il mio lavoro e che senso invece dovrebbe avere? perchè me ne sto qui a correggere compiti di latino e a pensare a quelli che dovrò dare e che nesso c’è tra il mondo che ho intorno e quello che sto facendo? Perchè una volta, invece, mi interrogavo sul senso e sul valore della cultura, andavo a cercarmi le cose sconosciute al canone e cercavo di insegnare che esiste la voce del palazzo e le voci non scritte o nascoste o quasi cancellate di chi sta in piazza e cercavo anche di far capire che le voci di piazza sono importanti e che è tanto più importante capire che la tua voce di piazza è importante. Ma oggi, cosa sto insegnando io?

Ieri ho visto un film, niente di che come film, ma due o tre cose mi hanno colpito. La storia è sempre quella, la guerra, il potere, la stampa, la propaganda, i giovani, ma nel mezzo, in mezzo a tutto un gran parlare, c’è anche un insegnante che dice ad un suo alunno che si deve impegnare, che non deve cercare la strada della comodità e della facilità, che per migliorare il suo paese deve impegnarsi, il che non significa partire per la guerra, ma fare qualcosa. Fare. Dare spazio alle sue capacità.

Mi chiedo da quanto tempo ho rinunciato a trovare negli occhi dei ragazzi che ho di fronte un guizzo, quel riflesso particolare che mi dica ci siamo ne hai trovato un altro. Perché è vero che sono diversi loro, ma quanto conta il mio non cercare più in questo non trovare più? Quanto contano le mie rinuncie, il mio accettare lo stato di cose, la mia disillusione?

E d’altra parte non so proprio dove trovare le risorse necessarie per un po’ di entusiasmo in più. Sono brava, lo so, come insegnante, so lavorare con intelligenza, ma tutto il resto, dove è finito e perchè non risalta fuori?

Una volta non seguivo mai il programma, andavo per conto mio, facevo cose che loro non avrebbero mai letto e che forse non hanno mai più letto. Facevo cose che mi piacevano, che mi dicevano qualcosa e le buttavo lì, convinta che il seme avrebbe in qualche modo germinato. Poi, ad un certo punto qualcosa è cambiato ed ho cominciato a mettermi a sedere, a smettere di offrire i frutti delle mie ricerche, delle mie letture. Basta, facciamo quello che dobbiamo fare, non buttiamoli in mare senza ciambella. Loro intanto non fiatano, ti guardano con gli stessi occhi annoiati, anzi, se parli e parli e parli ( io che facevo parlare sempre quelli che avevo davanti a me) stanno lì chinati sui banchi e prendono pagine e pagine di appunti e poi se li imparano, ma non sanno ancora parlare da soli. Qualcuno ti guarda, se tu non lo guardi, ma appena lo incroci e cerchi un appiglio abbassa la faccia smarrito e confuso. E non dice.

E allora va bene, andiamo avanti, col Tasso. Un anno ricordo che ho fatto la Gerusalemme liberata attraverso Helene Cixous, una scrittrice di lingua francese. Così, senza tante mediazioni, presentazioni. Perché oggi penso che non la capirebbero?

Leggevo in quegli anni,( ne ho parlato anche qui) Cases, una lezione bellissima, intitolata Il poeta, il logotecnocrate e la figlia del macellaio, che ad un certo punto scriveva, in una sezione dal titolo Consigli ad un giovane docente: Parti sempre dal testo. Se gli studenti strillano come bambini buttati in acqua senza saper nuotare, lasciali strillare. Limitati ad un inquadramento telegrafico, affinchè abbiano un’idea di che si tratta. Anche i bambini hanno diritto di sapere che il liquido in cui vengono buttati è acqua, e se è dolce o salata. …Se si tratta di liriche o di passi in prosa, che fai leggere per intero, lascia che gli studenti arrivino da soli a interpretare il più possibile e intervieni là dove non hanno mezzi…… e via di seguito.

Me lo dovrei attaccare davanti, un bel cartello in classe e tornare a queste pratiche una buona volta. Perché ho pensato ad un certo momento che non servissero più, che non funzionassero più?

5 Risposte a “ma che lavoro faccio io? [prima parte, credo]”


  1. 1 Fubar Gennaio 14, 2008 alle 3:35 am

    Mi lasci un po’ allibito con tutte quelle parolacce.
    Io, se non avessi avuto una insegnate di italiano chiaramente fuori dalle regole non avrei mai scoperto il piacere della letteratura; e conseguentemente nemmeno delle implicazioni della nostra lingua con il latino ed il greco; e, ancòra, ho avuto l’occasione unica di approfondire e giocare con la lingua, anche se poi l’università ha preso altro indirizzo da quello letterario. Tale ”quid” mi accompagna ancòra ma il seme gettato in quegli anni è sbocciato in tanti miei amici (allora), persone (ora) -in alcuni prima, in altri dopo-.
    Rgrds/Fubar/080114

  2. 2 pessimesempio Gennaio 14, 2008 alle 11:06 am

    Non ci posso credere: sei riapparso sulla faccia della terra! Ma per venire a fagiolo e rispondere alle tue esternazioni: sono un’insegnante generica e poi le persone cambiano col passare degli anni, mio caro, e sono sempre diverse da come ci si aspetta che siano. Ma tu da dove rispunti? E dove ti sei nascosto tutto questo tempo? Ti ho pensato a volte, sai.

  3. 3 giulia Gennaio 14, 2008 alle 11:47 am

    Posso dirti una cosa in tutta sincerità: ritrovati, perchè se a volte come insegnanti ci perdiamo, è perchè tuto fuori ci scoraggia. Non resta che trovare dentro di noi quello che è così bene descrivi tu. Sei una brava insegnante e lo si capisce sei una bella persona. Forse oggi i ragazzi sono più complicati, più difficili da capire, ma è questa la sfida… A me è successa la stessa cosa, ma quando horitrovato la voglia di insegnare scavalcando le regole rigide dell’insegnamento, ho ritrovato anche un po’ me stessa. Scusa l’intrusione… Giulia

  4. 4 pessimesempio Gennaio 16, 2008 alle 10:23 am

    Certo, prima o poi mi ritrovo. Il brutto è perdersi, ma ogni tanto capita, purtroppo, o forse ti devi perdere per ritrovarti. Che filosofia spicciola, stamani.


  1. 1 Utilità/identità « Trackback su Gennaio 18, 2008 alle 9:10 am

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