congedo per malattia

29 02 2008

Sono a casa, senza voce. L’umido, mi sa. Di questo lago che non c’è più da tempo sotto questa città che ci è costruita sopra. Ci pensavo stanotte, nel dormiveglia. Pensavo a questa buca paludosa che piano piano si asciugava e si cominciava a costruirci sopra le case. E pensavo però ai vapori umidi del lago che ogni tanto tornano a galla. E anche alle zanzare che hanno già cominciato a svolazzare felici nelle stanze. Chissà quelli di Fiesole che guardano giù e se la godono, dell’umido che c’è qui.

Mi sono presa due giorni di malattia. Un tempo non avrei mai potuto fare una cosa del genere. Sarei andata a scuola anche in barella, quando si dice l’attaccamento al lavoro. Da qualche anno, invece, ho un senso della misura un tantino più alto e quando sento che ci va lo faccio e basta, senza tante remore. Che poi si tratta di tre o quattro, massimo cinque giorni l’anno e forse Ichino ce la fa a reggerli.

Ascolto la radio e sento le notizie dal Lussemburgo e dalle banche estere e penso che in fondo non andare a lavorare e poter stare a casa, così, senza far niente per un po’, non sarebbe per niente male. Per niente. Un po’ mi dispiace, pensare queste cose, perchè penso a quello che faccio tutti i giorni e che se lo faccio con questo spirito di fondo certo non può essere buona cosa, soprattutto perchè, bene o male, il mio lavoro ha a che fare con il futuro, con le generazioni che verranno. Mi chiedo se devo sentirmi responsabile di questo e in che misura. Mi chiedo se anche nel semplice pormi queste domande non ci sia molto di quello spirito italiano (la devo aver letta da qualche parte questa cosa) che evita di prendersi le proprie responsabilità perchè pensa che la colpa sia sempre di altri. Ah, sì, l’ho letta a proposito di una multa presa in Olanda perchè uno non aveva potuto fare un biglietto su un autobus non avendo soldi spiccioli in tasca: doveva pensarci prima, lo sapeva che servivano degli spiccioli, è stato risposto all’indignato viaggiatore italiano.

E io allora? E’ colpa mia se non ho più l’entusiasmo di prima? Ma questa è comunque una domanda ciclica. A cui farei bene a dare una risposta, invece di aspettare domani.




Il Sessantotto e la globalizzazione

27 02 2008

Dunque, cosa è stato il Sessantotto? Sulla base di questa sommaria mappa geografica e cronologica, un primo punto possiamo stabilirlo con relativa certezza. Il Sessantotto è stato il primo, esplicito anticipo della globalizzazione. Se vogliamo, il punto storico d’inizio di quel processo che solo negli anni Novanta apparirà alla superficie nella sua dimensione conclamata e che segna il passaggio- storicamente decisivo e periodicizzante- a una spazialità inedita e per l’appunto “globale”. Lo rivela la successione degli eventi, la loro straordinaria sincronicità, e l’impressionante tendenza a “divorare lo spazio” da parte di quel movimento magmatico, senza centri di direzione e strutture organizzative visibili: la circolazione su scala mondiale delle esplosioni di rivolta (il loro rimbalzare da un continente all’altro, indifferenti alle distanze e ai confini, persino ai differenti contesti politici e ideologici). La relativa omogeneità delle forme di espressione di essa, dei linguaggi utilizzati, delle figure stesse dei protagonisti (i giovani, gli studenti). Da questo punto di vista, il Sessantotto sembrerebbe richiamare un altro “anno dei miracoli” e un’altra “rottura rivoluzionaria” di dimensione trans-nazionale, di più di un secolo prima, anch’essa terminante per otto: il Quarantotto. E infatti l’analogia è stata sottolineata da più parti, autorevolmente. Ci sono state solo due rivoluzioni mondiali. Una nel 1848. La seconda nel 1968. Entrambe hanno fallito. Entrambe hanno trasformato il mondo. hanno scritto ad esempio Giovanni Arrighi, Terence Hopkins e Immanuel Wallerstein, nel libro Antisystemic movements (manifesto libri). E ciò è senz’altro vero sul versante del bilancio: davvero quelle rivoluzioni “fallite” hanno lavorato nel profondo dei rispettivi secoli e delle rispettive società ( nel costume, nell’antropologia, nel contesto culturale e comportamentale) più di tante altre rivoluzioni “riuscite”. Ma richiede una precisazione sul versante del contesto. Della rispettiva natura “spaziale”

(da Quel movimento che aprì la via alla globalizzazione, di Marco Revelli, dalla lezione tenuta all’Auditorium di Roma per il ciclo Lezioni di Storia. Il Novecento italiano. Le lezioni precedenti possono essere ascoltate e scaricate da questo indirizzo)

Io non c’ero, allora, anzi c’ero ma ancora dormivo. Facevo, se non sbaglio i conti, la seconda media e di quegli anni ricordo solo la morte di Robert Kennedy con i ragazzi del liceo che vennero davanti alla scuola con i giornali appena usciti che riportavano la notizia e le manifestazioni degli operai del paese, manifattura calzaturiera. Ma ricordo, se mi ci metto, qualche anno dopo, facevo già il ginnasio, anche un concerto di Francesco Guccini, alla Casa del Bersagliere (sic), detta I’ BBersa, l’unico posto dove si poteva andare a ballare (io non c’andavo, dormivo), seduti per terra ad ascoltare Dio è morto e La locomotiva. E mi ricordo una compagna di classe che andò in Francia, in una fabbrica della Renault, occupata. E poi forse, mi ricordo altre cose. [Insomma, non ho resistito: ho dovuto dare un contributo alle celebrazioni]

E poi, qualche anno dopo, amatissima :




Non è vero

24 02 2008

C’ho pensato, sai. Da qualche parte si dice che il blog è espressione del privato di chi scrive, è come un diario in rete, attraverso il quale la scrittura privata diventa pubblica. Come un bel libro di Giulio (Mozzi) di diversi anni, Parole private dette in pubblico .

Pare che l’abbia ripubblicato, adesso, io ho la vecchia edizione, Theoria, copertina marrone con su una testa di non so chi, pare un etrusco, dal naso o forse un greco, occhio e bocca sono due fori spalancati sul nero e le pagine me le ricordavo di carta un po’ lucida e scivolosa al tatto e invece sono andata a cercare e sono di carta ruvida.  E’ un libro che mi piace sempre molto e mi sa che allora lo faccio anche più bello di quello che è. Anche lì si parlava dello scrivere come atto di esporsi, di mostrasi agli altri, di dire ad altri. Ne ho sottolineate diverse pagine di quel libro. Mi sembrava di averle riportate sul blog, sai, ma non le trovo.

Guarda, le riscrivo:

….. la mia frase giusta è semplicemente una frase che io sento (estetica) come parte del mio corpo e che giudico (etica) razionalmente valida. E’ in somma una frase nella quale io mi do corpo e anima. E’ una frase abbastanza pericolosa per me, perché mi espongo molto. E’ una frase che ha tutte le caratteristiche della parola privata. A questo punto, devo decidere se me la sento di pronunciarla in pubblico.

Ma in realtà per questa frase un pubblico c’è già. Perché io non mi metterei a fare tutto questo lavoro se non avessi qualcuno a cui rivolgere la frase con tanta fatica trovata. La verità è questa: sono gli altri che ci danno la parola……

Ecco, a me, per me sembra tutto molto semplice a questo punto. Quello che a volte scrivo qui dentro, quello che sto scrivendo in questo momento, lo scrivo per gli altri, o meglio lo scrivo perchè so che altri lo leggono. E perchè penso che altri o altre leggendole possano in qualche modo rivedersi dentro le mie parole, perchè penso che le cose che dico non parlino solo per me.

Ma perchè queste parole siano davvero parole private dette il pubblico , forse ci vuole qualcos’altro. Perché, vedi, mi accorgo che non sempre, anzi quasi mai riesco davvero a dire di me le cose più intime, non perchè mi manchino le parole per dirlo (accidenti, un’altra citazione, un altro titolo di un libro). E’ che proprio non ce la faccio davvero a mettere qui sopra tutto quello che mi succede e che penso allora. A metterlo giù in chiaro, però, perchè magari qualcosa traspare, si capisce, si avverte. Magari succede per il modo che ho di mettere le parole una a fianco dell’altra, per le virgole che ci metto.

O per i punti.

Magari per le pause che faccio.

Non lo so, dimmi tu.

Magari succede per sottili richiami che neanche ci si accorge che ci sono, una specie di messaggi subliminali o come quei fischi per cani.

L’altro giorno, in realtà diverso tempo fa, ho trovato un blog che è scritto da una donna malata di cancro. Non credo che sia il solo blog di questo tipo, ce ne devono essere diversi.

E’ un esempio estremo.

Lo so.

Ma ho pensato che forse non sarei capace di un’esposizione del genere, anche se ora, mentre te lo dico, mi viene in mente lo spettacolo di Delbono di cui ho parlato qualche giorno fa e quello che ha scritto l’autore del libro da cui è tratto.

L’ho ordinato, chissà se arriverà, in libreria mi hanno detto che è esaurito. La cosa buffa è che mentre guardavano nel catalogo on line, in libreria, sbirciando ho visto che è catalogato come saggio. Un saggio sulla propria morte, forse.

Lui scrive così: “Non vedo l’utilità della riservatezza, o meglio non vedo l’utilità di affidare una testimonianza alle mani e alla bocca degli altri”. E allora forse, capisco, anche chi scrive un blog ed è malato, se è questo che spinge a farlo.

Non lo so, è un discorso difficile.

Tu fai sempre discorsi un po’ difficili. E poi non vai mai fino in fondo. E non si capisce neanche tanto questa tua attrazione per i discorsi così, un poco difficili. Che non si capisce neanche cosa vuoi sapere, alla fine, di cosa stai parlando.

Sto parlando. Sto esprimendo attraverso parole i miei stati d’animo: è questo parole private dette in pubblico?

Le percezioni si possono disperdere, vanno curate e coltivate. Come un collezionista di oggetti preziosi che li raccolga per goderne e non per farne commercio, ho cominciato a tesaurizzare le mie percezioni. Ho scoperto a cosa serve scrivere: a conservare. Probabilmente anche questa non è una scoperta definitiva. (Mozzi)




una poesia

22 02 2008

Chiedo la forza del tirarsi indietro

la forza d’ogni rinunciante, la forza

d’ogni digiunante e vegliante

la forza somma del non fare

del non dire del non avere del non sapere.

La forza del non, è quella che chiedo.

Non non non: che parola splendida

questo non.

(Mariangela Gualtieri, Senza polvere senza peso, Einaudi)




Questo buio feroce

21 02 2008

Questo buio feroce è il titolo di un libro che ho trovato per caso in un villaggio, in una terra lontana: la Birmania. Una terra di povertà, di dittaura, di gente che vive nelle capanne. Una terra che ti accoglie con una grande dolcezza. In questo libro il poeta americano Harold Brodkley racconta il suo viaggio verso la morte. Colpito dall’AIDS.

“Non potrei mai fare uno spettacolo che non si contamini con la mia vita, non ne sarei capace” scriveva Antonin Artaud, il poeta recluso per molti anni in un ospedale psichiatrico.

“Non vedo l’utilità della riservatezza o meglio non vedo l’utilità di affidare una testimonianza alle mani e alla bocca degli altri”.

Così dice l’introduzione al libro autobiografico di Harold Brodkey che ho incontrato in uno scaffale di una piccola libreria in un paese senza libri, scritto in italiano, un incontro straordinariamente misterioso. E in quel libro, in quel viaggio, ho ritrovato il mio viaggio, la mia storia. Soprattutto nei paesi occidentali è stato bandito il pensiero della morte. La morte rimane come paura, come perdita, come dolore,raramente come coscienza lucida, profonda, del vivere.

Pippo Delbono, Questo buio feroce (con video)
con Dolly Albertin, Gianluca Ballarè, Raffaella Banchelli, Bobò, Margherità Clemente, Pippo Delbono, Lucia Della Ferrera, Ilaria Distante, Gustavo Giacosa, Simone Goggiano, MarioIntruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Pepe Robledo.

Una meraviglia.




La soppressione del dolore

18 02 2008

Torno ancora sull’argomento di alcuni miei ultimi post per riportare una citazione dal libro che più di altri si è occupato negli anni ‘70 del tema del dolore, della malattia e della medicalizzazione della società. Tema molto complesso, secondo me, che richiederebbe una riflessione a tutto campo, che spesso io non ho il “coraggio” di fare, perché verrebbe a confliggere- credo- con alcuni aspetti della nostra società ( e della nostra vita, di conseguenza) che è meglio lasciar stare (o che comunque non riesco ad affrontare a viso aperto, senza entrare in contraddizione. Lo so, misteriosa: ma preferisco così).

Ah, il libro è Nemesi medica. L’espropriazione della salute, di Ivan Illich. Del 1976.

Quando il danno medico alla salute individuale è prodotto da un modo di trasmissione sociopolitico, parlerò di “iatrogenesi sociale”, intendendo con questo termine tutte le menomazioni della salute dovute… a quei cambiamenti socioeconomici che sono stati resi desiderabili, possibili o necessari dalla forma istituzionale assunta dalla cura della salute. la iatrogenesi sociale designa una categoria eziologica che abbraccia molteplici manifestazioni. Insorge allorché la burocrazia medica crea cattiva salute aumentando lo stress, moltiplicando i rapporti di dipendenza che rendono inabili, generando nuovi bisogni dolorosi, abbassando i livelli di sopportazione del disagio e del dolore, riducendo il margine di tolleranza che si usa concedere all’individuo che soffre, e addirittura abolendo il diritto di autosalvaguardarsi. La iatrogenesi sociale agisce quando la cura della salute si tramuta in un articolo standardizzato, un prodotto industriale; quando ogni sofferenza viene “ospitalizzata” e le case diventano inospitali per le nascite, le malattie e le morti: quando la lingua in cui la gente potrebbe fare esperienza del proprio corpo diventa gergo burocratico; o quando il soffrire, il piangere e il guarire al di fuori del ruolo di paziente sono classificati come una forma di devianza. 


Quando una cultura si medicalizza, le determinanti sociali della sofferenza agiscono in maniera distorta. Mentre per la cultura il dolore è un “disvalore” intrinseco, intimo, incomunicabile, per la civiltà medica è soprattutto una reazione organica, sistemica, che si può verificare, misurare e regolare. ……..Il dolore diventa oggetto di controlli da parte del medico anziché l’occasione per chi lo soffre di vivere responsabilmente la propria esperienza. E’ la professione a decidere quali sono i dolori autentici, quali hanno una base somatica e quali una psichica, quali sono immaginari e quali simulati. La società riconosce questa valutazione e vi si attiene. La compassione diventa una virtù obsoleta. La persona che soffre trova intorno a sé un contesto sociale sempre meno capace di dare senso all’esperienza che spesso la schiaccia.