maestri manca(n)ti

Ecco, a volte penso alla sproporzione che c’è tra i sogni che mi sembrava il mondo intero esprimesse durante la mia gioventù, tra quest’immaginario collettivo che pure mi sembrava esistente, e la realtà delle cose che ho intorno oggi.

Quando parlo di questi sogni, mi riferisco a tutte le idee che allora giravano nelle teste (e nei cuori, mi verrebbe da aggiungere, perchè passioni sono state): non so, all’idea che l’autorità non fosse attendibile necessariamente per definizione, che la famiglia non fosse un luogo così bello e piacevole, che i matti fossero da slegare e la scuola da rivoltare come un calzino, che la pace fosse meglio della guerra e nei cannoni si dovessero mettere fiori. Che farsi una canna non fosse reato, che fare l’amore fosse bello sempre e comunque, che esistessero padroni e operai, che  in queste due classi sociali non ci fossero gli stessi obiettivi e stili di vita. Che l’importante fosse realizzare se stessi e le proprie aspirazioni, che l’aborto non fosse un reato, che il divorzio non fosse un reato, che la libertà individuale fosse uno strumento attraverso il quale tutti potevano diventare liberi. ( Che Giuliano Ferrara fosse comunista…..)

Quello che non arrivo a capire è in che punto della nostra storia, personale o individuale, abbiamo smesso di credere a questi sogni.  E perchè è stato così necessario smettere per continuare a sopravvivere. Tant’è che mi viene l’idea che in realtà non ci credevamo così tanto, se non siamo stati capaci di trasmettere questi sogni – almeno i sogni- alle generazioni che ci seguono. Non ci credevamo, forse, semplicemente eravamo la generazione che veniva dietro a persone come questa o questa  o quest’altra   o ancora questa . Lo so che ho fatto un bel guazzabuglio e che i puristi si indigneranno, ma mi sono venute in mente queste persone qui, anche se ce ne sono, almeno per me, altre mille e un giorno ne farò un elenco.

Insomma, penso, in questi momenti -di pessimismo o di realismo, ancora non so scegliere- che tutto quello che abbiamo sognato, pensato e in parte anche fatto, dipende dalla presenza di persone che ci hanno indicato la strada, che ci hanno “insegnato”, per l’appunto. E che allora se oggi tutto è fermo, se oggi tutto e così, se oggi dobbiamo ascoltare e vedere il ciccione di turno che sproloquia sulla legge 194, con quel suo sguardo da marmotta, è perchè noi, noi della nostra generazione, di quella che ha strisciato il ‘68 e vissuto in mezzo a tutto il resto, di quelli e quelle che oggi hanno più o meno cinquant’anni, insomma noi non siamo stati in grado di insegnare i sogni a quelli che venivano dietro. E senza insegnarli a nessuno ce li siamo dimenticati nel cassetto, da dove ogni tanto li tiriamo fuori per metterli sul tavolo e guardarli con nostalgia. Come se bastasse fargli prendere aria.

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19 Comments on “maestri manca(n)ti”

  1. parergon Says:

    come sono belli certi tuoi scritti, così carichi di passione e capaci di mettere in moto tutta una serie di domande, molte delle quali purtroppo senza risposte chiare [e ciò sgomenta, certo, che non siamo - qui - nel mondo dell'arte, ma in quello di carne e ossa, il mondo politico e soprattutto, quello dell'economia di mercato]
    così, dopo averti letta, sono andata a riprendere un libro tra i miei prediletti – la crisi della modernità di david harvey [the condition of postmodernity - 1990], dove lo studioso scandaglia il passaggio al cosiddetto tempo postmoderno, prendendo in esame i settori significativi, dall’arte all’economia /
    l’immagine di una complessità parcellizzata descrive secondo me piuttosto chiaramente quello che a un certo punto le nuove generazioni si son trovate ad affrontare: un mondo sempre più assoggettato alla logica del frammento e della rifrazione, un mondo sempre più sottilmente pragmatico e dove i privilegi materiali di contorno, alla fin fine erano alla portata di quasi tutti / non ricordo dove e quando l’ho scritto sul blog, ma la televisione è senz’altro responsabile di una buona parte di questi cambiamenti, per il suo sodalizio con il mercato in primis, ma anche per come ci ha resi tutti uguali facendo in modo allo stesso tempo che non esistessero più riferimenti portanti, monolitici, ma una serie di stimoli trasversali, equipollenti, indifferenti /

    chiudo con una breve frase piuttosto emblematica tratta dal testo che ho citato / un saluto / P

    la modernità, non solo comporta una drammatica rottura con le condizioni storiche precedenti, ma è caratterizzata da un infinito processo interno di rotture e frammentazioni

  2. mauro Says:

    Ma se eravamo tutte le sere fuori, ma chi la guardava la televisione?
    No, no. E non è neanche vero che i sogni li abbiamo chiusi in un cassetto, per tirarli fuori ogni tanto. Chi ci conosce e ci frequenta (anche dai banchi, ogni giorno) sa chi siamo e quel che pensiamo.
    Fu una guerra: ci paralizzarono con le bombe e i peggiori di noi replicarono stupidamente. Non fu poi così difficile, per evitare la camera della morte della tonnara, scegliere di entrare in un cinema per La febbre del sabato sera.
    Fu così che diventammo professori, senza essere mai stati maestri.

  3. parergon Says:

    mauro /
    eravamo fuori tutte le sere, certo / poi le cose sono cambiate e abbiamo cominciato a guardarla, la televisione / tutti – chi più chi meno / purtroppo /

    le bombe c’erano anche prima, ma il perno reale del cambiamento a mio parere si colloca dopo / il punto del non ritorno, della narcosi pressochè definitiva – verso la fine dei settanta o inizio degli ottanta /
    e come succede per le guerre più pericolose, nessun rumore assordante, ma un modificarsi silenzioso delle abitudini che giunse a maturazione, unitamente a un progressivo sgretolarsi delle certezze e con esse della volontà e della qualità delle cose /

    [la fine del bricolage / l'esordio del pret-a-porter]


  4. Eravamo fuori tutte le sere, anche fino al mattino. Ma adesso stiamo in casa, eccome, e davanti alla televisione e parliamo di quello che succede in televisione, mica nel mondo o per strada. E sì, è vero, che dai banchi e fuori sanno chi siamo stati, e come la pensiamo e l’abbiamo pensata. Ma mi pare anche che non siamo…facciamo che parlo per me: non sono più capace di insegnare a sognare. Molto pragmatica, precisa, quasi tecnica e scientifica: e il sogno?

  5. ferrugnonudo Says:

    sai cosa cara pessima, è che per noi, che siamo venuti dopo di voi, certe cose, l’amore, l’aborto, il divorzio, le canne etc etc, sono sempre state certezze. noi con questi “diritti acquisiti” (no, scusate le canne no) ci siamo cresciuti, abbiamo vissuto. anche se poi,è solo un’episodio questo che sto per raccontare, certi diritti poi tanto acquisiti non sono mai stati. a 15 anni una mia amica, anzi la mia amica, è rimasta incinta.pensa allo sconcerto generale e alla paura, di noi tutti amici, che cercavamo di darle consigli utili e invece facevamo solo casini. comunque prima di decidere di non abortire e di tenerselo (la creatura oggi ha quasi 20 anni), ha visto molti medici e assistenti sociali che non riporto cosa le avevano suggerito/intimato di fare e con quale pesantezza. eravamo agli inizi degli anni ‘90, in tempi di assoluta legalità dell’aborto eppure…
    credo che anche in questo caso sia inutile generalizzare. noi,io, faccio fatica a pensare di dovere lottare per un mio diritto perchè per me,appunto, sono tali e non sogni. sono sicura però che combatterei se davvero ci fosse la necessità. non mi tirerei di certo indietro e penso che molti della mia generazione siano d’accordo con me.


  6. E comunque quello che un po’/molto mi sconcerta è la sensazione che ad un certo punto sia stato necessario ripiegare, come un esercito che accetta la sconfitta e che per salvare la pelle è costretto a ritirarsi. Ieri pensavo a questa cosa, riflettendo sui tanti che sono morti (Langer, per esempio), che non hanno retto e hanno scelto strade autodistruttive come l’eroina, ad esempio, o gli psicofarmaci e la depressione (se di scelta si può parlare) e poi pensavo a uno come Paolo Mieli, per esempio, e alla sua brillante carriera e lo confrontavo ad esempio con Rostagno e la sua brillante morte. E mi chiedevo: chi i sommersi e chi i salvati, esagerazione per esagerazione? e chi invece l’immensa zona grigia, se non noi?

  7. sara Says:

    e poi, esempio, io i miei sogni non li abbandono mai anche se a volte mi rendo conto di avere un problema di metodo. sogni e desideri, non mi mancano, anzi, piuttosto a mancarmi è il metodo. non so “come” desiderare/sognare. e questo è un bell’impiccio.


  8. Capisco, Sara (che poi sei anche ferrognunudo, no? mi fai su un rigirio che a volte non so più se sto parlando con la stessa persona o no), ma il fatto stesso che tu dica che non hai metodo per i sogni mi dà la misura di quanto poco siamo stati capaci. Non c’è un metodo per i sogni, nè per quelli ad occhi chiusi nè per quelli ad occhi aperti. Si sogna perchè c’è una psiche che è capace di trasformare quello che vede in immagini oniriche, così come si sogna (ad occhi ben aperti) perchè si va dietro ad un desiderio,più o meno collettivo. E’ una cosa che si trasmette, più che insegnarla. E poi una cosa sono diritti e una cosa sono i sogni. Anche questo poi mi conferma quello che sto cercando di dire, e cioè che è stata trasmessa la certezza che ci si poteva anche fermare, smettere di desiderare, perchè tutto era stato raggiunto. E tutto che, poi?
    Due domande a seguire.
    1. non ho capito la storia della tua amica e cosa le consigliavano assistenti e medici.
    2. perchè le canne no?

  9. mauro Says:

    La febbre de sabato sera è del ’77, nello stesso anno scoppia l’ira di dio, è l’anno in cui maturano tutte le delusioni derivanti dal mancato (sperato, sognato?) sorpasso elettorale dell’anno prima. Si spacca (e la cito qui, non perchè sia l’unico fatto, ma perchè ho l’idea che pessimoesempio venga da quel tipo di esperienza) la più grossa organizzazione politica che aveva fatto riferimento ai sogni, all’assalto al cielo. E non si spaccò soltanto sull’opzione: critica delle armi/armi della critica, si spaccò sulle differenze di genere. Iniziò a circolare nel lessico dei media il termine “riflusso”, che descrive, appunto, la ritirata di un esercito sconfitto.
    Però uno potrebbe anche leggersi le prime pagine dei Ventitrè giorni della città di Alba e confrontare la descrizione che Fenoglio fa dell’arrivo dei partigiani in città, con l’uscita successiva. Ed allora chiedersi: va bene, ma di quante unità era davvero composto, nel ’77, quell’esercito sconfitto e in ritirata? Non è che sempre abbiam pensato che fosse un’intera generazione, mentre eravamo soltanto noi (pochi)? In grado, certo, di cancellare dalle piazze la zona grigia, qualche volta, ma non sufficienti a tener accesa la luce a lungo, nel tempo.
    Lo so, tutto questo non risponde all’obiezione che non sapemmo (sappiamo) essere maestri. Ma nel mondo dei vincenti che venne poi, chi avrebbe azzardato ad imparare qualcosa dagli sconfitti?

  10. sara Says:

    già, al solito troppo veloce. la storia della mia amica era un esempio a dire che nonostante nell’87 ci fosse una legge a favore dell’aborto, non c’erano molti medici e assistenti sociali, almeno per quello che ho visto io, capaci di consigliare una 15 enne spaventata senza farle sentire il peso della loro disapprovazione/giudizio/pensiero. della serie se tu volessi abortire, noi non siamo d’accordo. una tortura, per come l’ho vista vivere, io.
    le canne no perchè non mi sembra possibile parlare di un “diritto acquisito” come per il divorzio e l’aborto. sono un po’ stringata per il poco tempo che ho a disposizione. comunque sono intervenuta perchè, al solito, avverto questo spartiacque generazionale come se tra noi e voi ci fosse un muro di incomprensione e distanza. mi sembra che abbiamo avuto tempi diversi a disposizione e tempi diversi anche di maturazione. forse io, sento di essere meno combattiva per la causa comune, ma mi dispiace sempre un po’ quando sento dire che per “noi”, di un’altra generazione, non siano importanti e fondamentali, le stesse cose che sono state importanti per “voi”.

  11. sara Says:

    sul nome, non so che dire. la procedura è la stessa, ma a volte viene fuori ferrugno, a volte io.

  12. sara Says:

    errata corrige: un episodio.

  13. ange Says:

    Ma perchè dovremmo essere maestri per forza e di cosa? Spesso mi sono attaccata a maestri di vita, per scoprire dopo che non ce n’era bisogno, che spesso (con maggiore consapevolezza) tali non erano.
    Non credo che la nostra passione si misuri da quanto seguito abbiamo, ma da quello che facciamo per noi.
    A leggere blog pare che tutte/i ci siamo stufati di stare in casa, questo mi pare più propositivo. Abbiamo da costruire “il nostro futuro” e non abbiamo modelli di riferimento, perchè e giustamente li abbiamo contestati. Ci toccherà inventarli come abbiamo fatto per la giovinezza.
    La passione, il sogno cosa ci suggeriscono? Il rischio è il rimpianto, quello sì che è mortale.
    Infine, ma chi dice che questi ragazzi non hanno sogni e passione?

  14. Nadia Says:

    Sono di una generazione di mezzo, una generazione non riconosciuta, non appartengo, ero troppo giovane per essere sessantottina, troppo vecchia per essere postmoderna. Ho guardato quei due esempi e non mi sono fatta trascinare da loro. Penso che, pur avendo intenzioni opposte, si sono fatti entrambi travolgere dall’omologazione di gruppo, sono entrambe generazioni schiave di modelli di massa, siano essi politicamente impegnati o irresponsabilmente edonisti. Hanno guardato i presunti maestri per imitarli, non per formarsi delle opinioni proprie che mediassero tra necessità personali e dialogo collettivo.
    Io penso che l’unica forma di resistenza a questa omologazione (che ha ridotto i sessantottini a borghesi e gli edonisti a conservatori, entrambi insoddisfatti) sia una responsabile autonomia, sufficientemente libera dai modelli da poterli guardare dall’esterno ma anche sufficientemente impegnata per cercare di stabilire un dialogo critico con gli altri nel mondo che viviamo (nel sistema del lavoro, per esempio) in modo da migliorare la partecipazione di tutti. La cosa più dura è convincere se stessi e i compagni di strada a pensare con la propria testa senza essere né individualisti né omologati. Gli insegnamenti dei maestri vanno, secondo me, mediati nella propria esperienza, siamo noi stessi testimoni del nostro impegno sociale nei confronti degli altri, non dobbiamo assumerlo sempre dalle grandi narrazioni (o presunte tali). Il guardare il passato non può essere solo nostalgia perché allora vuol dire che non operiamo nel presente. E’ il presente, per quanto cattivo possa sembrare, che mette in prospettiva il passato, e quest’ultimo deve essere sempre arma critica e mai senso di perdita. Se è perduto lo è perché il mondo è cambiato e non possiamo fossilizzarci sugli ideali di gioventù perché ora che abbiamo una responsabilità sulle spalle, quegli ideali li verifichiamo nella realtà, anche con la loro sconfitta.
    Nadia


  15. E se invece quegli hanni (il 68 e il 77) avessero svolto il loro compito verso la storia?
    E se ora rotte le catene opprimenti di 40 anni fa, il popolo italiano preferisce un’altra strada, sempre senza tornare indietro ?
    Il progresso non sta nei sogni…

  16. giulia Says:

    Sono un po’ più vecchia di te… Io penso che abbiamo provato a far passare delle idee, degli ideali. Credo comunque che ogni generazione ha la sua storia, non possiamo travasare ciò in cui abbiamo creduto… Certo dobbiamo continuare ad avere speranza. Tutta la storia è fatta di alti e bassi ed è proprio nei “bassi” che dobbiamo cercare di esserci e di non ritrarci. Coem? Di preciso non lo so, ma guardandosi intorno e facendo tutto quello che si può… Un abbraccio. I tuoi post sono davvero tanto belli e pieni di umanità, grazie, Giulia


  17. Come al solito, quando si scrive un post sul blog, si parla alla fine più per se stessi che per gli altri. E mi accorgo anche , rileggendo e riflettendo sui vari commenti e costruendo su tutto questo un pensiero che va avanti rispetto a quello di partenza, che la passione che metto dentro a questi post dovrebbe funzionare come stimolo per me, per non ripiegarmi su me stessa.
    Oggi però mi è venuta in mente una cosa, mentre a scuola parlavo con i ragazzi di quarta di argomenti vari leggendo i quotidiani (tra l’altro uno dei loro- uno che a scuola non va per niente bene- alla fine ha chiesto di parlare dei morti sul lavoro [udite, udite!] ed è di quello che abbiamo parlato: di sicurezza, di lavoro nero, delle responsabilità civili).
    Mi è venuto in mente che il nostro essere maestri ( è per questo che ci tengo molto a questa cosa, perchè insegno. Non parlo quindi di essere maestri in senso lato) forse dovrebbe consistere anche nel ricordare quello che è stato, nel dare una profondità storica a quello che abbiamo intorno. Quindi ha ragione anche mauro, quando dice dei ricordi e che è bene coltivarli. Perchè c’è poco da fare, la memoria degli anni passati, la memoria viva di quegli anni siamo noi. In questo, forse, sta il nostro essere maestri. E dalla memoria, dal confronto tra passato e presente, forse, possono anche nascere i sogni.

  18. mauro Says:

    Non ho mai pensto che tu fossi depressa, avevo semplicemente alluso al fatto che qui e altrove di depressione si parlava. ;)
    Ma se anche avessi avuto un menomo dubbio, è una frase come: “costruendo su tutto questo un pensiero che va avanti rispetto a quello di partenza” che leva ogni sospetto.
    Avercene di prof così, ciao ;)

  19. franca Says:

    A proposito di maestri, sono stata a sentire “A cosa servono i maestri”, incontro sull’omonimo libro di Filippo La Porta, e ‘relaziono’ qui, come suggerisce Mauro. Non l’ho seguito tutto: non mi aspettavo delle Lectiones Magistrales, anche poco attinenti, visto che Cini ha parlato a lungo della questione Papa alla Sapienza. La Porta parlava per ultimo, così non l’ho sentito, ma mi è parso che anche lui abbia faticato a non addormentarsi.
    Ficara, citando Petrarca che citava Cicerone, ha proposto che i maestri siano come l’acqua che irriga i prati. Senza l’acqua, né erba né fiori. O ancora, coloro che chiamano a sé, ma sono dovuta uscire mentre approfondiva.
    Personalmente considero maestro chi sa (far) mantenere una disciplina interiore, e riesce a proporre chiavi di lettura interessanti dei problemi che ci circondano utilizzando ciò che ha coltivato con passione.
    Un maestro atipico e involontario a cui pensavo oggi è Nuto de La luna e i falò di Pavese.


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