Torno ancora sull’argomento di alcuni miei ultimi post per riportare una citazione dal libro che più di altri si è occupato negli anni ‘70 del tema del dolore, della malattia e della medicalizzazione della società. Tema molto complesso, secondo me, che richiederebbe una riflessione a tutto campo, che spesso io non ho il “coraggio” di fare, perché verrebbe a confliggere- credo- con alcuni aspetti della nostra società ( e della nostra vita, di conseguenza) che è meglio lasciar stare (o che comunque non riesco ad affrontare a viso aperto, senza entrare in contraddizione. Lo so, misteriosa: ma preferisco così).
Ah, il libro è Nemesi medica. L’espropriazione della salute, di Ivan Illich. Del 1976.
Quando il danno medico alla salute individuale è prodotto da un modo di trasmissione sociopolitico, parlerò di “iatrogenesi sociale”, intendendo con questo termine tutte le menomazioni della salute dovute… a quei cambiamenti socioeconomici che sono stati resi desiderabili, possibili o necessari dalla forma istituzionale assunta dalla cura della salute. la iatrogenesi sociale designa una categoria eziologica che abbraccia molteplici manifestazioni. Insorge allorché la burocrazia medica crea cattiva salute aumentando lo stress, moltiplicando i rapporti di dipendenza che rendono inabili, generando nuovi bisogni dolorosi, abbassando i livelli di sopportazione del disagio e del dolore, riducendo il margine di tolleranza che si usa concedere all’individuo che soffre, e addirittura abolendo il diritto di autosalvaguardarsi. La iatrogenesi sociale agisce quando la cura della salute si tramuta in un articolo standardizzato, un prodotto industriale; quando ogni sofferenza viene “ospitalizzata” e le case diventano inospitali per le nascite, le malattie e le morti: quando la lingua in cui la gente potrebbe fare esperienza del proprio corpo diventa gergo burocratico; o quando il soffrire, il piangere e il guarire al di fuori del ruolo di paziente sono classificati come una forma di devianza.
Quando una cultura si medicalizza, le determinanti sociali della sofferenza agiscono in maniera distorta. Mentre per la cultura il dolore è un “disvalore” intrinseco, intimo, incomunicabile, per la civiltà medica è soprattutto una reazione organica, sistemica, che si può verificare, misurare e regolare. ……..Il dolore diventa oggetto di controlli da parte del medico anziché l’occasione per chi lo soffre di vivere responsabilmente la propria esperienza. E’ la professione a decidere quali sono i dolori autentici, quali hanno una base somatica e quali una psichica, quali sono immaginari e quali simulati. La società riconosce questa valutazione e vi si attiene. La compassione diventa una virtù obsoleta. La persona che soffre trova intorno a sé un contesto sociale sempre meno capace di dare senso all’esperienza che spesso la schiaccia.

“Partorirari con dolore” fu la minaccia ad Eva scacciata dal Paradiso. E così è stato, sino a quando non è arrivata l’epidurale. (E’ la provocazione per una discussione)
Più che soppresso mi pare manipolato, il dolore. Viviamo in una società che parla di dolore, lo rappresenta, lo espone.
[Consiglierei anche la lettura di Foucault, al riguardo.]
Sì, ma nessuno ha detto che questo dolore lo puoi anche sopportare e che non sempre l’epidurale è necessaria. Così come nessuno ha detto che ad assisterti al parto può essere anche un’ostetrica e non un medico.
Ho due figli: il primo l’ho partorito in ospedale, mi hanno fatto l’epidurale, non sentivo le contrazioni, l’hanno fatto uscire dalla pancia con una manovra di spinta col il braccio sulla pancia medesima, gli hanno rotto una clavicola tirandolo fuori, me l’hanno fatto vedere un attimo, poi l’hanno portato nella stanza neonati e l’ho rivisto la mattina dopo per l’allattamento, senza che nessuno mi spiegasse come dovevo attaccarlo al seno, poi lo riportavano via subito e lo mettevano sotto la lampada per l’ittero. Il secondo l’ho partorito in casa, per scelta, con due ostetriche che mi hanno seguita quando le ho chiamate io, verso l’una di notte. Mio figlio è nato alle tre di notte, tranquillamente, mio marito ha tagliato il cordone ombelicale, hanno aspettato che mi uscisse la placenta, me lo hanno messo accanto nel letto, mi hanno detto che dovevo esporlo alla luce per l’ittero, me lo hanno attaccato al seno, abbiamo aperto lo spumante e festeggiato la sua nascita, alle sei di mattina le ostetriche se ne sono andate, mentre l’altro figlio dormiva nella stanza accanto.
E’ questa la medicalizzazione forzata e inutile di cui parlo. Ma mi rendo conto che il dibattito è complesso.
Il testo di Illich che riporti mi ha suscitato emozioni alternate. E’ molto ricco di spunti ma anche datato e, in alcune parti, idealista. E’ vero che esistono due piani di reazione alla malattia, uno personale/comunitario e uno burocratico/oggettivo ma non è detto che il secondo debba cancellare il primo. Nel 2008 non si può idealmente pensare che la solidarietà personale (basata su scelte private o su usi dettati da una tradizione comunitaria) riesca a fare fronte ai problemi della gestione della salute di massa a scala industriale. Non è altresì detto che un organizzazione della salute burocratica a grande scala riesca a rispondere a tutti i problemi dei singoli. I problemi secondo me sono due:
1. Come integrare questi due contributi nella gestione delle malattie. In altre parole come accogliere un livello personalizzato della cura all’interno delle maglie della burocrazia. E’ ovvio che questo è il punto dolens oggi in Italia, dove la sanità pubblica viene gradualmente dismessa e ha un cronico problema di inefficienza.
2 Come considerare la ricezione della malattia in un momento storico in cui, grazie alla comunicazione di massa, il piano pubblico e quello privato sono rimescolati. Oggi un singolo caso che fa notizia entra subito a fare parte della discussione pubblica e si trasforma in precedente che influenza procedure proposte a tutti. Allo stesso tempo, legislazioni generalizzate (e generiche) vengono introiettate a livello privato come se potessero rispondere a singoli casi (e, in questo, do ragione a Illich quando dice che l’istituzionalizzazione della malattia – ma io direi la medializzazione della malattia-crea aspettative distorte).
Che dire? il caso è politico e coinvolge noi tutti. Il livello di interazione tra pubblico e privato è aumentato tantissimo a livello di informazione ma si è ridotto il potere decisionale della gente e le sue possibilità di partecipazione alla democrazia reale. Questo è il vero problema e non è ristretto solo alla medicina.
Nadia
Ho due figli, senza epidurale e il dolore non è stato così terribile, perchè ero concentrata sul pensiero dei figli che dovevano nascere e che affrontavano un dolore più grande del mio.
La fortuna è stata avere, ancora una volta, tante donne intorno a spiegarmi come si attacca al senoun figlio, e a portarmelo via, quando ero disperata, preoccupata di non farcela. “Vai a farti un giro, – diceva mia madre – ci penso io”.
[e quella dell’epidurale era una provocazione, sull’educazione cattolica e l’estetica del dolore, da eva a cristo in croce e il martirio, alla tv del dolore)
Sono stata allenata da mia nonna al dolore fisico, per scoprire che quello mentale fa molto, tanto, più male.
A proposito di medicalizzazioni e delle tematiche del precedente post, ricordo i corpi di quelli, pochi, che tornarono in paese, quando il manicomio di Bisceglie fu chiuso.
E’ complesso, ma non abbiamo altra possibilità che le parole, per capirci. Proviamo
io professore ce l’ha colla Mastrocola…
Per lo studente: ?
Per angela, velocemente: la complessità, per me, nasce nel momento in cui vedo che rispetto alla medicina e al suo uso ci sono due strade. La prima è quella in cui la medicina allevia dolori e sofferenze altrimenti insopportabili (sto pensando, ad esempio alle cure ai malati terminali perchè sopportino meglio il dolore), l’altra è quella in cui la medicalizzazione è invasiva e si ha l’impressione che sia inutile. Il problema è legato al fatto che in entrambi i casi il controllo sulle pratiche mediche ce l’ha una “casta” (come va di moda dire adesso, ma mi pare appropriata la parola in questo caso) che usa il suo potere (fatto di conoscenza e anche di linguaggio) senza volerlo minimamente condividere con gli altri, con quelli che sono i pazienti (di nome e di fatto, due volte tali).
“il”
Per lo studente: ?, ancora.
Il dolore, soprattutto credo quello psichico-emozionale, è vietato in questa società che ci espone modelli, attraverso la pubblicità o altro, sempre in forma felici e sorridenti. Nella società del “va tutto bene” efficientismo ed ottimismo (se non vera e propria euforia) vanno a braccetto, accompagnati dalla fretta. Non c’è spazio per momenti di riflessione: spazi personali vissuti quasi con vergogna dedicati al pianto o semplicemente all’ascolto di tutte le nostre parti, di tutte le emozioni, così come in natura ci sono tutte le stagioni. Una persona può ridere in pubblico
ma non può esprimersi col pianto, è ritenuta una debolezza, una malattia. Il tutto poi sfocia in malattia reale: nelle nevrosi che ci impediscono una vita interiore e affettiva piena e soddisfacente; perchè se non possiamo esistere appieno con tutte le nostre componenti umane nemmeno possiamo rapportarci in modo profondo agli altri.
Così la depressione non può essere vista come un momento dell’individuo
anche proficua nella quale si può elaborare la propria vita produrre una trasformazione, così come d’autunno le foglie ingialliscono e cadono, e gli alberi si fanno spogli, le loro attività si riducono, pronti per il rinnovamento primaverile, le foglie a terra si fanno humus.
La “crisi” è segno di rottura di un equilibrio, ma forse è tempo che quel preciso equilibrio si dissolva per cercare nel caos, nella scomposizione del puzzle: altro. quindi soffermarsi ad osservare ogni singolo pezzo, ammirarlo anche, provare varie combinazioni e infine scegliere un’altro quadro da fare, per un po’: la vita è un divenire
invece, per quel che mi riguarda (partecipanti e galline del mio pollaio), non faccio altro che vedere gente che soffre e che manifesta anche, con un certo candore, le proprie sofferenze. sul modo che ho io di relazionarmi con la mia sofferenza e quella degli altri, ho ancora le idee piuttosto confuse. da una parte mi sembra giusto, sano e quasi normale che in certi periodi più o meno fortunati della vita, ci si possa lasciare andare e fare “travolgere” dalla propria inquietudine e sofferenza. questo perchè secondo me, la sofferenza fa parte della vita e negarla spesso può trasformarsi in un dolore ancora più ampio perchè frenato. d’altro canto però, ho anche una specie di pudore, io, che spesso mi frena e trattiene rispetto alle mie sofferenze. spesso mi capita di pensare che il dolore sia talmente intrecciato e aggrovigliato alla natura umana, da rendere quasi superflua la sua manifestazione, di qualsiasi tipo essa sia e quando sono io a soffrire, mi lascio prendere da una specie di pudore un po’ esasperato che esclude gli altri e impedisce a me di godere dell’appoggio altrui attraverso il confronto. sono ambiavalente anche in questo anche se il pensiero in me più dominante è che ciascuno di noi fondamentalmente dovrebbe imparare a “smazzare” i propri dolori e le proprie angosce senza diventare un peso per se stessi e gli altri. e proprio in questo mi sento parte di quella società, un po’ meschina, un po’ ottusa, di cui parlava alessandra nel commento precedente al mio.
grazie a pessimesempio per l’ulteriore interessante spunto alle mie contorsioni quotidiane.
vi ho letto e mi riconosco sia nella capacità di manifestare la sofferenza, sia nel nascondermi a leccarmi le ferite, in quel modo contraddittorio e confuso di cui parla anche Sara.
Ma soprattutto noto, assieme a voi , come questi temi, nel mondo in cui viviamo, siano “lateralizzati,” messi da parte. Bisogna nascondere la morte e la malattia nella vita di tutti i giorni, in questo delirio di efficienza che ci pervade, altrimenti tu “diventi” la malattia, per gli altri, e da questo “sentire” collettivo non c’è più scampo.
Che poi spesso sono gli altri, i malati, e tu sei l’unico che sente in modo sano, umano. Chissà…