C’ho pensato, sai. Da qualche parte si dice che il blog è espressione del privato di chi scrive, è come un diario in rete, attraverso il quale la scrittura privata diventa pubblica. Come un bel libro di Giulio (Mozzi) di diversi anni, Parole private dette in pubblico .
Pare che l’abbia ripubblicato, adesso, io ho la vecchia edizione, Theoria, copertina marrone con su una testa di non so chi, pare un etrusco, dal naso o forse un greco, occhio e bocca sono due fori spalancati sul nero e le pagine me le ricordavo di carta un po’ lucida e scivolosa al tatto e invece sono andata a cercare e sono di carta ruvida. E’ un libro che mi piace sempre molto e mi sa che allora lo faccio anche più bello di quello che è. Anche lì si parlava dello scrivere come atto di esporsi, di mostrasi agli altri, di dire ad altri. Ne ho sottolineate diverse pagine di quel libro. Mi sembrava di averle riportate sul blog, sai, ma non le trovo.
Guarda, le riscrivo:
….. la mia frase giusta è semplicemente una frase che io sento (estetica) come parte del mio corpo e che giudico (etica) razionalmente valida. E’ in somma una frase nella quale io mi do corpo e anima. E’ una frase abbastanza pericolosa per me, perché mi espongo molto. E’ una frase che ha tutte le caratteristiche della parola privata. A questo punto, devo decidere se me la sento di pronunciarla in pubblico.
Ma in realtà per questa frase un pubblico c’è già. Perché io non mi metterei a fare tutto questo lavoro se non avessi qualcuno a cui rivolgere la frase con tanta fatica trovata. La verità è questa: sono gli altri che ci danno la parola……
Ecco, a me, per me sembra tutto molto semplice a questo punto. Quello che a volte scrivo qui dentro, quello che sto scrivendo in questo momento, lo scrivo per gli altri, o meglio lo scrivo perchè so che altri lo leggono. E perchè penso che altri o altre leggendole possano in qualche modo rivedersi dentro le mie parole, perchè penso che le cose che dico non parlino solo per me.
Ma perchè queste parole siano davvero parole private dette il pubblico , forse ci vuole qualcos’altro. Perché, vedi, mi accorgo che non sempre, anzi quasi mai riesco davvero a dire di me le cose più intime, non perchè mi manchino le parole per dirlo (accidenti, un’altra citazione, un altro titolo di un libro). E’ che proprio non ce la faccio davvero a mettere qui sopra tutto quello che mi succede e che penso allora. A metterlo giù in chiaro, però, perchè magari qualcosa traspare, si capisce, si avverte. Magari succede per il modo che ho di mettere le parole una a fianco dell’altra, per le virgole che ci metto.
O per i punti.
Magari per le pause che faccio.
Non lo so, dimmi tu.
Magari succede per sottili richiami che neanche ci si accorge che ci sono, una specie di messaggi subliminali o come quei fischi per cani.
L’altro giorno, in realtà diverso tempo fa, ho trovato un blog che è scritto da una donna malata di cancro. Non credo che sia il solo blog di questo tipo, ce ne devono essere diversi.
E’ un esempio estremo.
Lo so.
Ma ho pensato che forse non sarei capace di un’esposizione del genere, anche se ora, mentre te lo dico, mi viene in mente lo spettacolo di Delbono di cui ho parlato qualche giorno fa e quello che ha scritto l’autore del libro da cui è tratto.
L’ho ordinato, chissà se arriverà, in libreria mi hanno detto che è esaurito. La cosa buffa è che mentre guardavano nel catalogo on line, in libreria, sbirciando ho visto che è catalogato come saggio. Un saggio sulla propria morte, forse.
Lui scrive così: “Non vedo l’utilità della riservatezza, o meglio non vedo l’utilità di affidare una testimonianza alle mani e alla bocca degli altri”. E allora forse, capisco, anche chi scrive un blog ed è malato, se è questo che spinge a farlo.
Non lo so, è un discorso difficile.
Tu fai sempre discorsi un po’ difficili. E poi non vai mai fino in fondo. E non si capisce neanche tanto questa tua attrazione per i discorsi così, un poco difficili. Che non si capisce neanche cosa vuoi sapere, alla fine, di cosa stai parlando.
Sto parlando. Sto esprimendo attraverso parole i miei stati d’animo: è questo parole private dette in pubblico?
Le percezioni si possono disperdere, vanno curate e coltivate. Come un collezionista di oggetti preziosi che li raccolga per goderne e non per farne commercio, ho cominciato a tesaurizzare le mie percezioni. Ho scoperto a cosa serve scrivere: a conservare. Probabilmente anche questa non è una scoperta definitiva. (Mozzi)

Forse fissando …le parole come parole, potremmo avvicinarci a capire come e in che misura il mondo triturato ed eroso possa ancora trovarvi fondamento e modello. [Calvino, Collezione di sabbia]
ange
Attrazione e fastidio. In questa mattina di sole questo è quello che penso sui blog. Ho anche fatto una verifica: benino, direi. Ma, come direbbe il mio ex studente, bisogna sentire la controparte.
Veniamo dai libri, sottolineati ed evidenziati, annotati sui margini stretti e con tracce di tazzine di caffé malamente appoggiate. Siamo entrati nei blog con quel bagaglio lì, perciò mi è ancora difficile credere che una videata valga di più della carta scritta o della parola detta.
C’è anche un sacco di spazzatura qui dentro [attenzione: non QUI dove sto scrivendo] e il naso non ti serve, tocca scartare, guardare, soppesare, tornarci sopra altre volte per smascherare (o no) la buona fede, la sincerità. Il fastidio non è per le poesiette, per i tanti sfondi gotici o dark, per gli amori non corrisposti, per gli insulti o la supponenza… è per il tempo perso. [il tempo andato non ritorna più. Se il concetto lo metabolizzi a 20 anni...figurati poi, intanto vuol dire che già alle elementari t’avevan dato troppo Leopardi da masticare]
Sì, infatti, sono gli altri che ci danno la parola e a noi piace lasciare tracce, allusioni… virgole, parole, pause. Perchè c’è più feeling se l’allusione è colta (raccolta), se la parola è rilanciata, la pausa rispettata o, eventualmente, colmata.
Io sono quello che scrivo, sempre. Esposto [“Esposto ai comandi della signora”, dice Ciampa. Da non perdere quella versione dove Satta Flores fa la parte del fratello, per via di Satta Flores, s’intende. Migliore, però, quella dove la parte di Ciampa è affidata a Paolo Stoppa].
Prima han chiuso i bar (crisi petrolifera e poi anni di piombo), poi han chiuso le sezioni (anni di merda), poi ci siamo sposati (insomma, quasi), poi abbiamo allevato figli portandoli al 1° maggio, loro han già fatto quasi tutto quel che abbiam fatto noi (convivenza e separazione compresi)…. Il resto è routine, non c’è invenzione: famiglia/e, amici, spettacoli, lavoro. Sorrisi veri e abbracci calorosi. Condivisione dei lutti.
Quand’è che mi son distratto? Com’è che inseguo con l’acribia di un filatelico miope ogni coriandolino passato curandone l’integrità della dentellatura? Il blog è un posto per malati? Di una di quelle malattie lunghe e inguaribili [tipo Montagna incantata, insomma]
Una stanza tutta per sé. Chissà se a Virginia – non quella gozzaniana – sarebbe bastato un blog.
Sicuramente sì.
Mauro
L’aspettativa, è il problema! Forse… e tanto pregiudizio.
E’ da tanto che lavoro con internet (eppure, pensa, scrivo un blog da 1 mese) Ho rafforzato – nel tempo e con la frequentazione – l’idea che il blog venga sovravalutato proprio da chi ne critica la virtualità, il tempo perso, la patologia e che ne fa contrapposizione con il reale.
Spesso, mi è capitato di scrivere nei commenti (perchè mi è sembrato, nè necessario nè doveroso, spiegare perchè scrivo) che quello che viene scritto e commentato merita rispetto. E’ tempo dedicato da chi scrive e da chi legge. Il resto è presunzione (in senso etimologico)
a.
Io credo che tutti, o tramite manifesti di corrente o con dichiarazioni qua e là, implicitamente o meno, abbiano detto: io scrivo per.., io scrivo perchè…
I blog non fanno eccezione, sempre di scrittura (pubblica e privata) si tratta, come per Ariosto, come per Manzoni, come per … chi vuoi tu.
Ed è proprio perchè hai ragione: “E’ tempo dedicato da chi scrive e da chi legge.” (al di là delle aspettative e della presunzione. Io aggiungerei: del narcisismo) che questo tempo (un presente che non esiste, stretto fra il passato e il futuro) io vorrei fosse il più “importante” possibile. Utile, insomma.
Comunque, poi ho parlato di francobolli. Sono questi che m’interessano più d’ogni altra cosa, adesso.
Che poi, sapete, ripensando a quello che ho scritto ho detto fra me e me che uno/una scrive perchè gli sembra di avere qualcosa da dire. Il che apre la strada ad un’altra serie di considerazioni. Su questo e sul resto che avete scritto spero di poterci tornare domani, con un po’ di calma.