Dunque, cosa è stato il Sessantotto? Sulla base di questa sommaria mappa geografica e cronologica, un primo punto possiamo stabilirlo con relativa certezza. Il Sessantotto è stato il primo, esplicito anticipo della globalizzazione. Se vogliamo, il punto storico d’inizio di quel processo che solo negli anni Novanta apparirà alla superficie nella sua dimensione conclamata e che segna il passaggio- storicamente decisivo e periodicizzante- a una spazialità inedita e per l’appunto “globale”. Lo rivela la successione degli eventi, la loro straordinaria sincronicità, e l’impressionante tendenza a “divorare lo spazio” da parte di quel movimento magmatico, senza centri di direzione e strutture organizzative visibili: la circolazione su scala mondiale delle esplosioni di rivolta (il loro rimbalzare da un continente all’altro, indifferenti alle distanze e ai confini, persino ai differenti contesti politici e ideologici). La relativa omogeneità delle forme di espressione di essa, dei linguaggi utilizzati, delle figure stesse dei protagonisti (i giovani, gli studenti). Da questo punto di vista, il Sessantotto sembrerebbe richiamare un altro “anno dei miracoli” e un’altra “rottura rivoluzionaria” di dimensione trans-nazionale, di più di un secolo prima, anch’essa terminante per otto: il Quarantotto. E infatti l’analogia è stata sottolineata da più parti, autorevolmente. Ci sono state solo due rivoluzioni mondiali. Una nel 1848. La seconda nel 1968. Entrambe hanno fallito. Entrambe hanno trasformato il mondo. hanno scritto ad esempio Giovanni Arrighi, Terence Hopkins e Immanuel Wallerstein, nel libro Antisystemic movements (manifesto libri). E ciò è senz’altro vero sul versante del bilancio: davvero quelle rivoluzioni “fallite” hanno lavorato nel profondo dei rispettivi secoli e delle rispettive società ( nel costume, nell’antropologia, nel contesto culturale e comportamentale) più di tante altre rivoluzioni “riuscite”. Ma richiede una precisazione sul versante del contesto. Della rispettiva natura “spaziale”
(da Quel movimento che aprì la via alla globalizzazione, di Marco Revelli, dalla lezione tenuta all’Auditorium di Roma per il ciclo Lezioni di Storia. Il Novecento italiano. Le lezioni precedenti possono essere ascoltate e scaricate da questo indirizzo)
Io non c’ero, allora, anzi c’ero ma ancora dormivo. Facevo, se non sbaglio i conti, la seconda media e di quegli anni ricordo solo la morte di Robert Kennedy con i ragazzi del liceo che vennero davanti alla scuola con i giornali appena usciti che riportavano la notizia e le manifestazioni degli operai del paese, manifattura calzaturiera. Ma ricordo, se mi ci metto, qualche anno dopo, facevo già il ginnasio, anche un concerto di Francesco Guccini, alla Casa del Bersagliere (sic), detta I’ BBersa, l’unico posto dove si poteva andare a ballare (io non c’andavo, dormivo), seduti per terra ad ascoltare Dio è morto e La locomotiva. E mi ricordo una compagna di classe che andò in Francia, in una fabbrica della Renault, occupata. E poi forse, mi ricordo altre cose. [Insomma, non ho resistito: ho dovuto dare un contributo alle celebrazioni]
E poi, qualche anno dopo, amatissima :
Tag: Anna Identici, Guccini, Revelli
Febbraio 27, 2008 alle 4:19 pm |
Stiamo ascoltando la stessa trasmissione?
Un po’ di cose sull’anno le ho già scritte, potrei ricominciare, o almeno concludere quelle iniziate.
Invece, qui, dico una cosina sulle musiche, precisando che anche sul mio blog l’Identici è presente più volte perchè mi piace e che Guccini… va bè, è Guccini.
La locomotiva è una canzone senza tempo. Guccini la compose forse all’apice del successo de suoi concerti, memore di storie alle quali è affezionato e di canti anarchici risuonanti fra le gole dell’Appennino. Ma non è una canzone sul ’68, come sono Eskimo, Farewell Angelina e qualche altra.
Anna Identici, grande voce padana, non mi pare abbia (vado a memoria) canzoni “sul ‘68”. Nella prima metà dei ’70 aprì, invece, un filone interessante di “nuova” canzone popolare (grazie, appunto, al suo tipo di voce e alle melodie ariose utilizzate) applicata ai temi di attualità: femminismo, morti sul lavoro, consumismo, fabbrica… Scivolando – ma lì c’erano forti ragioni di marketing, anche – talvolta sulla reinterpretazione della tradizione (canti delle mondine etc).
Le due che preferisco di quel periodo lì sono E quando sarò ricca e Adesso sembra solo una speranza.
Febbraio 27, 2008 alle 7:13 pm |
concordo con l’idea inaugurale che il post pone all’inizio
Febbraio 28, 2008 alle 7:13 pm |
Non le ho citate come canzoni che parlavano del ‘68. E’ che di quel periodo mi ricordavo ’ste cose qui. Quanto a concordare con l’idea di Revelli, anche io concordo, anzi mi piace proprio molto perchè mi sembra che serva a inserire quel momento storico in una logica un po’ diversa da quelle che si conoscono (o che io conosco).