lo slittamento della lingua

By pessima

Per due sere di fila ho visto in televisione Bertinotti e Colaninno, il vecchio e il giovane che avanza. La prima sera all’Infedele di Lerner, la seconda giovedì sera da Santoro. Non ho seguito tutta la trasmissione in entrambi i casi, solo la prima ora o giù di lì. A differenza del pessimo spettacolo di martedì sera, offertoci da Calearo, figura assolutamente opaca per non dire di peggio, al limite del grezzo (purtroppo per noi se ce lo ritroveremo ministro; non si sa mai ci tocchi sperare di perdere in questo caso) devo dire che ho trovato ben impostata la discussione ed interessanti le argomentazioni che mi pare fossero articolate tutte e due prevalentemente intorno a temi di economia e dintorni.

Bertinotti ha sostanzialmente detto che, con la globalizzazione, non è stato cancellato il conflitto di classe, ma al contrario lo si è esteso su scala planetaria.

Colanninno ha difeso la proposta del PD, quella, in un certo senso, di un’industria compartecipata. Se l’Italia vuole inserirsi a pieno titolo nella globalizzazione, l’industria deve riprendere quello slancio che ha perduto (?) e può farlo solo se al suo interno viene eliminato il conflitto, che è un freno allo sviluppo, e lo si sostituisce con un’intesa tra operai e imprenditori finalizzata allo sviluppo e alla competitività della fabbrica nel mondo.

Il che, mi pare, non elimina certo la presenza dei due attori protagonisti del mondo del lavoro, vale a dire del nucleo del sistema capitalistico: da una parte l’imprenditore (bello lo scivolamento linguistico da padrone ad imprenditore, quasi che il primo termine sia ormai semanticamente portatore di una marca conflittuale) e dall’altra l’operaio ( e qui? niente slittamento?), di chi mette il capitale finanziario e di chi mette il capitale forza-lavoro e ultimamente e sempre più spesso il capitale-vita.

Come se il tentativo di ridurre fino alla sua scomparsa il conflitto mettesse poi alla fine sullo stesso piano, sia in termini economici che di immagine o di potere in senso lato- le due figure.

Bertinotti ha detto che per diversi anni ci hanno raccontato che l’operaio era una figura in via di estinzione, e noi ci abbiamo creduto.

E’ vero, ma mi pare di poter dire che non esiste più la classe operaia come classe sociale, appunto, e come gruppo politico, alemno come eravamo (stati) abituati a immaginarla: tute blu, sirena a mezzogiorno-panino-gavetta-cappello di carta, case popolari, seicento, milleccento, valigia di cartone sul portabagagli, PCI, Togliatti, nebbia, nord, Rocco e i suoi tanti fratelli.

Sul perchè non esista più e su cosa esista al suo posto non mi addentro: c’è già chi ha tentato un’analisi con strumenti ben più adeguati dei miei, come a suo tempo ci ha detto Caracaterina (solo che non ritrovo il post, mannaggia).

Quello che voglio dire, però, è che se non esiste più come classe sociale, se in questo immaginario piatto dei nostri tempi non la ritroviamo più, esiste però sempre come figura del lavoro, quella dell’operaio, e di un lavoro che si svolge all’interno di un sistema capitalista globalizzato in mutamento.

Mutamento verso dove? e guidato da chi?

Verso dove, a stare a quanto ci dicono gli esperti dell’ambiente, è verso l’esaurimento delle risorse di questo pianeta, se continuerà questo tipo di industrializzazione, con questi ritmi e questo tipo e quantità di consumi.

Da chi, mi pare chiaro: dai grandi padroni, dalle multinazionali, da chi guida, più o meno alla luce del sole, l’economia mondializzata. E’ evidente che se gli imprenditori italiani sognano, se non di stare al passo, almeno di camminare sulle impronte dei grandi, è necessario che si pongano anch’essi come guida e che propongano/impongano la loro via all’industrializzazione dell’Italia.

Non sto qui a fare un bieco (?) discorso di moneta, non sto a dire che sarà sempre la parte di chi fornisce capitale- denaro a farlo aumentare in maniera esponenziale e maggiore rispetto a chi fornisce capitale- lavoro-vita (forse per lui aumenteranno appunto lavgoro e vita, se gli va bene e gli estintori funzionano e la chimica non fa strane reazioni). Lascio da parte questa parte del ragionamento, perchè quello che mi interessa è arrivare a dire che chi “guida” è il padrone e  se il suo interesse è di raggiungere chi sta davanti o almeno di non rimanere troppo indietro e continuare a mangiarne la polvere, cosa può improitargli se ci sono operai che non hanno posti a sedere?  cosa può importargli se gli operai stanno in tre su uno strapuntino o devono spostarsi di sedile? o non ci sono caschi per tutti in cantiere? o si lavora per 12 ore o per 14 perchè sennò i soldi sono pochi? che gliene improta dei costi dello sviluppo se il fine è quello di guagnare di più, di svilupparsi all’infinito? o se si lavora senza garanzie sindacali?

Voglio dire che è difficile pensare che un imprenditore pensi con la testa del suo operaio: padrone sei e padrone rimani, hai voglia a slittare con la lingua.

Veltroni invece pare proporci un sogno, quello del giovane imprenditore di sinistra che prtende per mano il suo operaio e lo porta sulla collina per fargli vedere al tramenoto la fabbrica e per dirgli figliolo tutto questo un po’ è anche tuo. Ci propone il sogno di un operaio che ha a cuore il luogo in cui lavoro e ci starebbe anche a dormire perchè un po’ lo sente anche suo. Uno che lavoro duro perchè sa che così guadagna di più e compra di più e perchè così tutto il paese, con la forza delle sue braccia, va avanti.

Basta crederci, se si ha voglia.

A me è venuto in mente, tanto per dirne una, la figura del padre della Signorina Effe di Wilma Labate, dell’operaio Fiat che si mette d’accordo con il dirigente e va a picchiare di notte gli operai in sciopero, perchè lui ai suoi tempi in Fiat ci stava bene e la Fiat era come la sua famiglia.

Basta crederci, se ci si ha voglia, a questo tipo di mondo.

4 Risposte a “lo slittamento della lingua”

  1. CalMa Dice:

    Rivaluto Bertinotti per l’uso reiterato del termine “apologeta”.
    Colaninno, carocchiato* da “so tutt’io” 3monti, gli ha rimembrato che fu la sua stessa compagine a sfiduciarlo (e allo’ che parl’a fa’?)

    carocchia. metti la mano a pugno lasciando però che il medio sporga quel tanto che, a mo’ di punzone, il colpo offerto (e ricevuto) sulla testa risulti più incisivo. usato illo tempore nei seminari e nei convitti per educare studentame particolarmente riottoso.

  2. mauro Dice:

    Gli operai (non tutti, naturalmente, non quel bastardo del padre/fratello della Signorina effe, che bastardo era anche in tuta, mica solo fuori) hanno sempre amato la loro fabbrica. Anche se non gli restava proprio il tempo di salire in cima alla collina a guardar giù con nostalgia, l’hanno sempre amata. Sia quando l’occuparono nel ‘20, sia quando la difesero dagli “espropri” nazisti nel ‘43, sia quando la Celere sparava loro addosso alle Reggiane, sia quando il padrone fondava il sindacato “giallo” per contrastare la Fiom e creava i reparti confino (che gli operai rinominavano Officina Stella Rossa). L’hanno sempre amata anche quando era pericolosa, velenosa, mortifera. Lottavano per cambiarla e non per condividerla col padrone [il padrone è morto, gridava Olmo/Depardieu], e sulla speranza della sua morte [Mio caro padrone domani ti sparo, Pietrangeli] sono andati avanti per 30 anni preparandosi per ereditare, anche se nel frattempo non erano più “sirena a mezzogiorno, baracchino, Togliatti, valige di cartone, Rocco di Visconti” o (bella questa) Emigrazione di Paolo Conte. Perchè – cazzo – in attesa dell’eredità piena, qualche anticipo ce lo dobbiamo pur prendere, no?
    Poi, a partire da un grigio mattino del 1980, salendo sulla solita collina, qualcuno s’accorse che non c’era quasi più niente da prendere e dall’altra parte (quella di Bertinotti, intendo) altri s’accorsero che taylorismo era parola obsoleta (mi ricordo un numero di Critica marxista del 1981).
    Per via del solito slittamento linguistico lavoro divenne sinonimo di terziarizzazione, trascurandone tutte le possibili varianti che invece proliferavano (spesso in nero) dal “mitico” nordest di quegli anni, giù giù per la penisola (in particolare sul lato adriatico, quello di Della Valle).
    Gli operai? Quelli rimasti a pagare con il solo sfruttamento, e non con la vita, si guardavano intorno cercando qualcuno che li rappresentasse (non soltanto in periodo elettorale) e desse loro un sogno anche piccolo, che non si limitasse all’aumento dell’offerta di prodotti fra i quali scegliere, ma almeno riducesse lo sfruttamento.
    Per questo Bertinotti è un po’ ridicolo e un operaio (in lista) non fa primavera.

  3. pessimesempio Dice:

    Sì, Bertinotti può anche essere ridicolo e io non sono certo un’operaia, non come forza -lavoro, almeno. Il fatto è, caro mauro, che anche io mi sto guardando intorno e sto cercando qualcuno che mi rappresenti. Qui c’è molta nebbia, di questi tempi.

  4. mauro Dice:

    Non sono dove sia il tuo “qui”, Alessandra, ma anche a Torino nebbia spessa, da tagliare con il coltello, come nella famosa scena di Amarcord. ;)

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