nelle tue mani

Ieri sera ho visto un film. Italiano. A me il cinema italiano piace, un certo cinema. Di solito è quel tipo di film che nelle sale durano due serate e poi non si vedono più. Il perchè di questo fenomeno l’ho letto su qualche blog, ieri, ma oggi non ritrovo il link. Peccato.

Il film di ieri sera si intitola nelle tue mani. Proprio così, con la minuscola. Una storia piccola, quindi. Due che si incontrano, si piacciono, si sposano, hanno una figlia, divorziano. Una famiglia ebrea. Una ragazza slava. Un padre incestuoso. Malattia mentale, disagio. Ordine contro caos e in mezzo l’astrofisica e le stelle. Può l’ordine contenere il caos? o l’ordine non può prevedere tutto e c’è sempre una variabile che impazzisce, la sonda che smette di trasmettere e non saprai mai perchè, cosa è successo lassù nell’infinito?

Ho guardato questo film, ieri sera e ho pensato che un film così è un film su una nostalgia, su come sognavamo di diventare una volta. Di essere capaci di accogliere la sofferenza dentro di noi, di sorreggerla, di non chiedere spiegazioni ma stare semplicemente a guardare e capire dai silenzi, dal non detto ciò che era importante capire.

Oggi non siamo più così: incapaci di contenere le sofferenze degli altri, facciamo spesso fatica a contenere le nostre, di sofferenze, e a continuare a vivere, nel frattempo, vale a dire lavorare, mangiare, occuparci dei figli che almeno non si facciano del male. Ma le sofferenze degli altri è sempre più difficile essere disposti a guardarle in faccia senza respingerle subito, è difficile sospendere il giudizio, non scartare di fianco per evitarle, perchè ci fanno paura.

Anche se li amiamo.

Ci vuole molto amore, ma non ne abbiamo abbastanza.

Non ne abbiamo più, noi che credevamo che non sarebbe mai finito e che sempre avremmo offerto lo sguardo limpido, la calma che contiene.

Mi sono detta, ieri sera, che un film così poteva essere il film dei nostri vent’anni. Un’utopia dei nostri vent’anni. E mi sono anche chiesta se un film così può dire qualcosa a chi oggi ha vent’anni.

E qui divento seria e faccio un discorso serio che ha un po’ a che fare con tutto quello che ho detto sull’arte e sulla consolazione e anche sull’italia di oggi.

Il cinema, e l’arte in genere, contribuiscono alla formazione di un immaginario, anche se è vero che negli ultimi decenni l’immaginario è stato prevalentemente formato attraverso altri mezzi. La televisione, in primis, e forse anche in ultimis. Sono sempre stata convinta che le figure dell’immaginario sono poi le figure del reale e chiedersi quale venga prima è come dire l’uovo o la gallina.

La povertà culturale e intellettuale di questi nostri tempi è legata  quindi anche ad una carenza di figure dell’immaginario, o meglio alla potenza pressochè esclusiva di figure che propongono e alimentano con la loro presenza comportamenti e strutture mentali basati sull’individualismo, sulla realizzazione economica, sull’avere piuttosto che sull’essere, per dirla in poche parole.

Vedere un film come quello di Del Monte, ma anche film di altri autori italiani, all’interno dei quali si mostrano figure centrate sull’essere, sia il proprio, di essere, sia l’essere altro, non è un’operazione consolatoria come si potrebbe forse pensare, perchè quando esci dalla sala sei tutt’altro che consolata. La definirei un’operazione di speranza.

So bene che molti non sopportano la speranza, non sopportano più questa parola. Sono così rassegnati e disillusi da rifiutare persino di sentirla nominare e la liquidano come pura illusione.

Ma io dico che invece oggi c’è bisogno di sperare. Di desiderare qualcosa di diverso. Di credere che un altro mondo è ancora possibile e di dare questa speranza a noi stessi e alle genti che verranno.

A volte mi prende un’angoscia incredibile, quando penso a queste cose. Ho paura di non arrivare a farcela, di mollare, di ripiegarmi in me stessa e arrendermi.

Pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontà, avevo scritto su un mio quaderno al liceo.

Non riesco a finirlo, questo post. Come se quello che ho scritto avesse bisogno di avere subito risposte e se ne stesse qui sospeso a mezz’aria, guardando negli occhi chi ascolta le mie parole.

E allora saluti.

11 Risposte a “nelle tue mani”


  1. 1 remo Marzo 14, 2008 alle 3:40 pm

    poi succede che un giorno ti accorgi che ti hanno ucciso la speranza, dentro.
    allora sbandi, e non sai che fare, che dire, che senso abbia avuto crederci, sempre, alla speranza, che tu comunque vorresti ri-vedere viva, e non calpestata.
    però c’è un bel sole, oggi, primaverile.
    buone cose
    remo

  2. 2 pessimesempio Marzo 14, 2008 alle 3:45 pm

    Sì, oggi c’è un bel sole, remo. Speriamo che duri per un po’. Buone cose anche a te.

  3. 3 gaetano barbella Marzo 15, 2008 alle 4:07 pm

    «Le mani» dell’algebra risolutrice.
    Non tanto tempo addietro, ad una docente di matematica che conduce un blog didattico, è piaciuto pubblicare, oltre ad altri miei contributi, questo scritto, L’algebra risolutrice… , che – secondo me – è introduttivo a ciò che dirò di seguito per far luce su quanto lei argomenta. Nel breve saggio anzidetto, attraverso l’algebra interpreto ostrusi passi dell’Apocalisse di Giovanni apostolo.
    In particolare riducendo al nocciolo la tesi algebrica a riguardo e legandola alla questione da lei posta a commento, in sede di rapporti e moltiplicazioni (che è un rapporto all’inverso), due “negatività” si convertono in “positività”. Di qui la traslazione alle analoghe del mondo della psiche dove presumibilmente s’impone la ragione matematica dell’algebra. Ecco un certo approccio al Cavaliere apocalittico con lo “scettro di ferro” con la ferrea ragione che solo con la matematica si può concepire e che riguarderà, come si capirà, l’argomento a commento.
    Dunque, con l’«essere capaci di accogliere la sofferenza dentro di noi, di sorreggerla, di non chiedere spiegazioni ma stare semplicemente a guardare e capire dai silenzi, dal non detto ciò che era importante capire», noi poniamo la nostra coscienza nelle mani del “matematico” in noi, che è poi la “bestia” citata nell’apocalisse. «Qui sta la sapienza» è detto infatti (Ap. 13,18).
    «Nelle tue mani», se vi si riflette, proprio questo vuole sottilmente dire. È lui il “giustiziere” del caos, colui che mette ordine, depura e rigenera la materia ridotta a rifiuto. Ma, se riflettiamo, è una cosa che materialmente oggi siamo costretti ad affrontare con le “immondizie” d’ogni genere. Viviamo nell’epoca dove l’ecologia cerca di farsi spazio, non senza grandi difficoltà.
    Efficace quindi la «piccola storia» del film in questione: «Due che si incontrano, si piacciono, si sposano, hanno una figlia, divorziano. Una famiglia ebrea. Una ragazza slava. Un padre incestuoso. Malattia mentale, disagio. Ordine contro caos e in mezzo l’astrofisica e le stelle.». Un tutto di “negatività” emblematica da rifiutare, ma compassionalmente, attraverso la coscienza di veglia dello “spettatore” che se prende cura, come lei appunto, per poi porlo con garbo «nelle “sue” mani», il matematico, il “sepolto” in lui, “l’ordine” per eccellenza, il solo che potrà «contenere il caos» e redimerlo. Ecco l’«agnello che si prende i peccati del mondo», il figlio del Padre, ma anche dell’Uomo (infatti viene detto che in materia di un «numero» speciale si risale ad «un nome d’uomo» – Ap 13,18)!
    Ma dove il suo “altro mondo” ove egli regna? È una domanda per mistici o, per i matematici, i soli che possono saperlo?
    A questa domanda sembra rispondere un “matematico” appunto, Richard P. Feynman, il premio Nobel per la fisica morto nel 1988, per capire dove si trova questo regno:
    « Se tutta la conoscenza scientifica (ovviamente anche l’altra conoscenza, quella umanistica) dovesse andare distrutta in qualche cataclisma, e soltanto una frase fosse trasmessa alle generazioni successive, quale affermazione conterrebbe la maggior quantità di informazione nel minor numero di parole? Io credo si tratti dell’ipotesi atomistica, la quale sostiene che tutte le cose sono fatte di piccole particelle che si muovono di moto proprio… ».
    Ma è lo stesso Feynman che ci parla a modo suo anche del Padre celeste, ovvero dell’amore che plasma “queste piccole particelle” zippate in modo armonico dal “matematico” interiore e della “forza” occorrente all’uomo per evolvere e progredire. Si capirà così quanto siano “vicini” lo scienziato e il “matematico” occulto in lui e quanto siano svincolati dalle passioni umane.
    Feynman, nel suo libro «Il senso delle cose», intravede la natura dello scienziato moderno con le seguenti parole:
    «Molti si stupiscono che nel mondo scientifico si dia così poca importanza al prestigio o alle motivazioni di chi illustra una certa idea. La si ascolta, e sembra qualcosa che valga la pena di verificare – nel senso che è un’idea diversa, e non banalmente in contrasto con qualche risultato precedente – allora si che diventa divertente. Che importa quanto ha studiato quel tizio, o perché vuole essere ascoltato. Il questo senso non ha nessuna differenza da dove vengano le idee. La loro origine vera è sconosciuta. La chiamano “immaginazione”, “creatività” (in realtà non sconosciuta, è solo un’ altra cosa come l’ “abbrivio”). Stranamente molti non credono che nella scienza ci sia posto per la fantasia. E’ una fantasia di un tipo speciale, diversa da quella dell’artista. Il difficile è cercare di immaginare qualcosa che a nessuno è mai venuto in mente, che sia in accordo in ogni dettaglio con quanto già si conosce, ma sia diverso; e sia inoltre ben definito, e non una vaga affermazione. Non è niente facile.».
    Ecco, è l’ “abbrivio” la forza che se trae dall’aver avuto compassione per i diseredati, gli stanchi, gli assetati e affamati, insomma per tutti i “beati della montagna” di evangelica memoria, un tutto della “negatività” umana. Si tratta di una “spinta” iniziale per vincere l’inerzia personale, una zavorra colma di tante cose d’oggi, buone e cattive, assai difficile da smuovere con i mezzi propri.
    Gaetano, Barbella

  4. 4 pessimesempio Marzo 16, 2008 alle 4:07 pm

    Nel suo commento ci sono cose che non sento di condividere, ad esempio una carta impostazione che definirei, per quella che è la mia esperienza, un po’ troppo religiosa e mistica, in particolare nei riferimenti all’Apocalisse, che non conosco e un po’ mi “spaventano”, ma credo che questo sia un particolare da poco. Devo dire che sono rimasta piuttosto colpita dal fatto che lei abbia scritto queste cose e per qualche giorno sono stata indecisa su cosa rispondere o se rispondere o se addirittura cancellare il suo commento, che è decisamente diverso da quelli che di solito si trovano su un blog, sul questo e su altri. Rileggendolo, però, ci sono anche affermazioni che condivido e sottoscrivo: l’idea che ci portiamo dietro una zavorra e che è piuttosto difficile abbandonarla, così come alcune delle frasi di Feynman, che ho trovato interessanti.
    Comunque sia, la ringrazio del passaggio. Buone cose.

  5. 5 gaetano barbella Marzo 16, 2008 alle 5:33 pm

    Mi dispiace di averla posta in imbarazzo per aver introdotto aspetti mistici che, in verità ero indeciso se eluderli, poiché, onestamente, non li ritenevo rilevanti per una ragionevole impostazione laica del tema da lei suggerito. Mi è scappato di farlo, pazienza. Ha ragione di non tenerne da conto perché occorrono argomentazioni solide e a Feynman gli si può dar credito, invece.
    Cordialità,
    Gaetano Barbella

  6. 6 Angela Marzo 16, 2008 alle 8:36 pm

    Tra la nostalgia e il misticismo, cerco di mettere un pò di pensieri, così come mi vengono.
    E’ vero, credevamo in un mondo più bello per tutti. Eravamo convinti di avere amore da moltiplicare. Infatti, abbiamo aperto la porta al dolore, alla comprensione e all’accoglienza, per le donne che erano costrette ad abortire, per quelli che tornavano dai manicomi. Forse non abbiamo capito che non c’era qualcosa che avevamo perso, ma qualcosa di difficile da costruire.
    a.

  7. 7 mauro Marzo 16, 2008 alle 9:32 pm

    Ma come ? !, proprio adesso che volevo rispondere sulla nuova foto…
    Ho visto il film. Anche a me piace il cinema itaiano, ma questo non mi pare un film riuscito.
    Non è un film sull’amore, credo, ma sulla compassione. Ma per possedere quel sentimento non mi pare necessario saper interpretare i segni che vengono dalle stelle, non è necessario provenire da una famiglia ebraica, non è decisivo – per chi soffre – avere alle spalle un padre incestuoso [in fondo non soffre di meno anche (Laura, Paola, non mi ricordo) che risponde "non ti voglio sposare, non me lo chiedere più"]. Insomma: troppa carne al fuoco, no?
    Credo che avessimo la speranza di eliminare le cause della sofferenza, caduta questa ci rimane la compassione (che non è poco!), contestualmente alla certezza che la sofferenza è ineliminabile.
    Però si può sempre trascorrere una domenica sotto un ombrellone parasole e un bel caffè caldo versato dal thermos.
    Lunedì si ricomincia. ;)

  8. 8 pessimesempio Marzo 17, 2008 alle 3:47 pm

    Non credo che il sentimento di aver perso qualcosa fosse di quei tempi. A quei tempi niente ci sembrava perso, tutto da guadagnare e da prendere. Che poi non l’abbiamo preso è un altro discorso.
    Sulla compassione, non so: per me è un sentimento molto più “lagnoso”, checchè ne dica Kundera, che la collega – come molti altri- alla capacità di “patire” insieme, come da etimologia. Questo forse è il valore laico della compassione, ma io continuo a vederla ( e quindi a non volerla vivere) come un sentimento fortemente religioso. Un po’ lo stesso effetto che mi fa la parola tolleranza, per intenderci, un guardare l’altro dall’alto verso il basso con la superiorità di chi non soffre o di chi ha in mano la verità, nell’uno e nell’altro caso. Per questo il film non mi è sembrato un elogio della compassione, quanto piuttosto di una (irreale, a posteriori e passato qualche giorno) capacità di accogliere e sotenere la sofferenza altrui.
    Ma ho anche pensato, come mi capita spesso in situazioni del genere, a Basaglia e a quello che la sua esperienza ha voluto dire, in termini di capacità di confrontarsi con la sofferenza degli altri, senza assumere atteggiamenti di compassione.
    Per la foto, mi dispiace. Se proprio vuoi la rimetto, così commenti.

  9. 9 mauro Marzo 17, 2008 alle 4:25 pm

    No, lascia stare Mi era venuto in mente Jules e Jim, ma a parte il berretto, lei aveva gli occhi troppo bistrati.
    Su tolleranza siamo d’accordo, ma la compassione è laica, altrimenti si chiama ideologia, falsa coscienza ( e sai quanti danni…).
    L’atteggiamento di compassione [La meglio gioventù] è quello di Luigi Lo Cascio, il sentimento d’amore è quello di Boni. Lei si salverà ma Boni apre la finestra l’ultma notte dell’anno.

  10. 10 fatuo Marzo 17, 2008 alle 11:11 pm

    Il film mi è piaciuto e a discapito della trama mi ha messo una certa allegria perchè non nasconde le difficoltà, ma propone possibili vie per comunicare.
    L’incesto è solo suggerito, non è esplicitato, non è fondamentale, è sufficente l’ambiguità del rapporto …
    Certe parti del film sono eccessive a mio avviso, … del resto non è un documentario.

  11. 11 marina Marzo 18, 2008 alle 6:33 pm

    Non ho visto il film, ma queste tre parole, “nostalgia, consolazione, speranza,” mi spingono ad intervenire.
    Io mi batto corpo a corpo con la nostalgia. Cerco di sorvolare, proprio volare sopra, tutte le cose che la mia generazione pensava di realizzare. No, il bilancio non è del tutto fallimentare, ma i sogni erano tanti e anche il senso della nostra forza era tanto. Troppo, evidentemente. Comunque io mi ostino a guardare avanti, perché ho una giovane figlia e un piccolo nipotino. Forse è paradossale ma mi sembra che nella società intorno a loro, nel loro presente, non ci siano sufficienti elementi di speranza (la tua terza parola) e che una come me, con le sue sconfitte e le sue delusioni, gliene possa dare di più. Li prendo nel passato, quelli che non si sono logorati né spenti. Ecco, lanche a me la speranza sembra un dovere. In questa fase della mia vita, malgrado le mie fragilità e le mie stanchezze, penso di avere il dovere verso le nuove generazioni di indicare le “possibilità”.
    Questa è la mia quarta parola. L’altra, consolazione, è proprio nella bellezza: un libro, un film, una musica, un essere umano, un panorama. La bellezza, non magniloquente, rende possibile continuare a pensare il mondo e la vita. Penso che dovrò leggermi il tuo post sull’arte, ma ora non ho il tempo
    mi ha fatto piacere conoscerti
    marina


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