in-segno
Lo so bene: solo chi è felice
è amato. La sua voce
la si ascolta volentieri. Il suo volto è bello.
L’albero tutto storto nel cortile
addita il suolo cattivo, ma
i passanti gli danno dello storpio
e hanno ragione.
I battelli verdi e le allegre vele del Sund
non vedo. Di tutto
vedo soltanto la rete sdrucita dei pescatori.
Perché parlo solo di questo:
della bracciante che a quarant’anni cammina tutta curva?
I seni delle ragazze
sono caldi come una volta.
Nel mio canto una rima
mi parrebbe quasi un atto protervo.
Dentro di me si affrontano
l’entusiasmo per il melo in fiore
e l’orrore per i discorsi dell’imbianchino.
Ma solo il secondo impulso
mi spinge alla scrivania.
Ecco, questo ho letto con loro stamani. Hanno parlato senza entusiasmi come se la cosa in fondo non li riguardasse molto o come se dentro di loro non sollevasse interrogativi, domande, pensieri. Mi hanno dato l’impressione, a tratti, che considerassero questa lezione come una di quella in cui la proffe non ha voglia di fare altro e allora alleggerisce. Mi guardano, a volte, in modo strano, come se non capissero quello che faccio fare.O forse sono io, mi dico, che cerco dentro di loro un entusiasmo che manca a me. Mi hanno detto che è cupa, come se avessero bisogno di qualcosa di più solare, di più allegro.
Ma non riesco, di questi tempi, a mettere una rima nel mio canto. La mia età, i miei tempi e quello che vedo non me lo permettono. Non voglio.
Mi chiedo spesso se sto peccando di rigore eccessivo, se la mia serietà è troppo per loro, se è troppa in genere. Me lo chiedo ma continuo a essere (troppo?) seria. E’ la mia natura, come disse lo scorpione alla rana.
D’altra parte so bene che quello che metto in mezzo in quelle aule non sempre darà frutti e che comunque saranno frutti che io non vedrò mai, almeno non direttamente. E’ strano, perché a questa cosa mica ci pensavo prima, prima quando ero più giovane. E allora forse ha ragione lei quando dice che ormai siamo nel momento in cui si pensa più a quello che lasceremo che a quello che ci hanno lasciato. E forse a volte si ha paura di non lasciare niente, o che non valga la pena lasciare qualcosa di questo mondo che mica ci piace poi così tanto. E che sia meglio allora tirarsi indietro e lasciare che le cose vadano come vanno. Stanche, stanchi, insomma. Proprio quando sarebbe il momento di non mollare. Stanche, stanchi anche della solitudine del teacher. Perché quello che manca molto è anche andare avanti insieme. Manca, è un’assenza che non si riesce più a colmare, mi pare.
Questo lavoro è strano, ci si caricano comunque sulle spalle delle belle fatiche. Insegnare, in fondo, vuol dire proprio tracciare una strada, fare un segno, una linea, che poi uno ci metta il seme e lo faccia fiorire, se vuole.
Che tutto vada bene.
Tags: insegnare
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Marzo 18, 2008 at 6:01 pm
Che si fidino a mostrare cosa vedono coi loro occhi è il frutto di un’operazione lunghissima e sbieca (mi raccomando la “s”
). Normalmente, per molto tempo, ti dicono quello che credono che per te sia giusto che vedano. Fra l’altro, più son grandi più finiscono per credere che quello che è giusto per gli adulti, per il mondo, è davvero quello che pensano di vedere anche loro. Fanno di tutto per compiacere. Al massimo polemizzano sterilmente. Oppure deragliano del tutto. Prendono posizione su schemi prefissati oppure non ne prendono affatto. Il risultato è il vuoto, comunque sia rivestito. Questo vuoto è l’eredità che non voglio lasciare. Questo vuoto è proprio l’eredità che la nostra generazione rischia di lasciare. Come se tutto fosse già stato detto e fatto e non restasse altro ai ragazzi che la possibilità di ripetere o, al massimo, di ricostruire.
Marzo 18, 2008 at 6:10 pm
Non basta tracciare la strada dentro il ginepraio, occorre arare, zappare, annaffiare, buttare il seme, proteggere dal vento e dalle intemperie, far vedere che cresce e insegnare a raccogliere.
Poi, forse, qualcuno prosegue.
Mestiere strano ma gratificante, perchè se anche uno solo sgrana gli occhi di fronte alla tua ennesima acrobazia (che per te è routine, ma per lui abitava il regno del Non So) sei a posto.
Col cuore.
Con la testa meno, sicuramente.
Allora apri il blog e te la prendi con l’imbianchino di turno (anche se nel post precedente è toccato a un pittore. Pittore? Madonnaro, va’. L’imbianchino, ovviamente, sta nell’altra navata ad affrescare).
D’altro canto, l’orrore per i discorsi dell’imbianchino, un tempo ci sospingeva in piazza, mica alla scrivania (tastiera). Oggi non possiamo far molto di più che coltivare bene il nostro giardino (a proposito di semi), ma con l’orecchio teso, potrebbe sempre sentirsi di lontano l’eco della Marsigliese.
Vado in classe.
Marzo 19, 2008 at 9:33 am
Concordo con caracaterina.
Forse siamo troppo invasivi, non solo pensiamo di essere stati i migliori (ma dove?) abbiamo la pretesa di essere il loro punto di partenza (e di arrivo). Almeno gli lasciassimo la possibilità di tracciarsi il cammino!
[Proprio noi che nutrivamo la nostra ribellione contro gli adulti che pretendevano le stesse cose da noi, giovani.]
Personalmente ho difficoltà a trovare il mio, in questa parte di vita. La cosa non mi dispiace, vado ripetendo che preferisco essere viandante e non viaggiatrice.
a.
Marzo 19, 2008 at 11:02 am
Insomma sempre noi, nel bene e nel male ? Ma noi chi, poi? Chi siamo noi?
Marzo 19, 2008 at 1:04 pm
Scusa, in effetti hai ragione, parlavi per te .
Dico, per me, da “personalmente” …
Così va meglio?
a.
Marzo 19, 2008 at 2:45 pm
a) non preoccuparti, ci siamo impaludati anche in matematica…
b) io non so quale sia, ministerialmente parlando, la differenza fra biennio e triennio, quindi non so se la differenza la fa il soggetto o meno; quel che non so, ancora – inizio a risultare ripetitivo… – è se esiste una mera differenza fra uno studente adolescente e uno verso la “data di scadenza”… Non so se si debba prepotentemente contestare o meno, e a qual età.
Posso fare una differenza fra i due professori: il primo ara, il secondo percorre. Il primo esamina (testa), il secondo verifica. Il primo sgrana, il secondo scorre… Potrei andare avanti così all’infinito… MI fermo? Mi fermo.
Marzo 19, 2008 at 8:51 pm
Non era un rimprovero, angela. Era un tentativo di definirmi. Anche io mi sento coinvolta nel tuo noi, ma in certi momenti non so quali cose mi differenziano da loro (a parte l’età). O meglio le so, ma mi faccio scudo del “come eravamo noi quando eravamo come voi” per respingere le differenze e non arricchirmi attraverso di esse. Non so se è chiaro, non è un concetto così semplice da esprimere.
Per lo studente: mi piacerebbe sapere:
a) quale studente sei?
b) quale insegnante sono? Perchè in entrambi vedo lati positivi e negativi, da come la metti tu (anche se il secondo a me sembra un po’ meglio, ma non si sa mai)
Vi saluto, se passate.Me ne vado via per due giorni, alle terme, a mollo nell’acqua calda. Un abbraccio a tutti voi.
Marzo 19, 2008 at 10:26 pm
L’acqua calda non fa bene alla pelle
)
Buona vacanza!
Marzo 20, 2008 at 8:48 am
Marzo 21, 2008 at 12:09 am
…allora… buon viaggio e buone terme!
Luglio 26, 2008 at 11:16 am
Come promesso qui, ti riporto un capitoletto tratto da ”Tutti i bambini tranne uno” de Philippe Forest.
Ieri, luglio 25 2008, nel leggerlo mi sei venuta alla mente.
Certo che il brano sotto riportato deve essere contestualizzato al fatto che il protagonista, professore parigino con cattedra presso una universita’ londinese, ha la figlia affetta da un tumore grave e cerca di schivare il più possibile il proprio pendolarismo.
Pero’ non so cosa mi ha ricordato te, soprattutto la ***pessimesempio*** del 2006. Forse i passaggi malinconici di alcune frasi.
Boh! (anzi, come scrivi tu: ”vabbuo’!”)
Hugs
Fubar/080726
Q U O T E
Riprendo dunque i miei corsi dopo qualche settimana. Mi sa che ero fatto per imparare più che per insegnare…”A learner rather than a teacher”, spiega Dedalus al direttore della scuola che lo assume. Ma non ci si guadagna la vita imparando: niente stipendio, niente inquadramento, niente assistenza sanitaria. Bisogna perciò monetizzare la propria ignoranza continuando a lavorare per ridurla. La migliore definizione di professore l’ha data Pound: “Uno che deve parlare per un’ora”. Di qui l’istrionismo obbligato delle persone del mestiere che, nel silenzio degli anfiteatri o nel chiasso delle aule, fanno il loro numero poveramente remunerato, ossessionate dall’immagine che di loro va prendendo forma nella coscienza di trenta, cinquanta o duecento paia di occhi che le fissano. Come parlare quando non si desidera altro che tacere, quando si ha l’animo pieno di una paura così vasta da assorbire tutte le parole? Che cosa dire? E a chi?
Consiglia Meister Eckhart: “Predica per l’albero, predica per la pietra, predica per l’uccello”. Faccio lezione alle nuvole, ai soffitti, alle venature del parquet, ai gessetti. Entro nel delirio appena controllato della mia parola, nel monologo un po’ folle di un sapere rosicchiato dall’angoscia. Ritengo che tutto ciò non si arrivi a percepirlo dall’esterno. Svolgo il ruolo di efficace funzionario di lettere. Ma non posso più accostarmi alla letteratura senza trovarci l’eco che risponde, solo per me, a quanto sto vivendo. Per parlare, e per trovare la forza di parlare, mi racconto storie. Mi faccio confidenze in codice. Poi la lezione finisce. L’anfiteatro si svuota. Chiudo la cartella e me ne vado.
U N Q U O T E
Luglio 26, 2008 at 2:59 pm
Fubar, Fubar, all’improvviso ricompari e mi fai venire nostalgia stile “come eravamo”. Come ero io, piuttosto. Non ho letto il libro di Forest, non riesco-in questo periodo- ad affrontare argomenti tristi. E quello lo è davvero. Come se il dolore della vita e soprattutto la consapevolezza del dolore fossero troppo difficili da reggere, come se avessi voglia di non pensare a tutto questo, dopo averci pensato per una vita. Oscillo nel giudicare questo atteggiamento una sana forma di vitalità, un’orribile caduta nell’egoismo o la rivelazione dalla mia vera natura superficiale.
Luglio 26, 2008 at 3:45 pm
Ale, delle tre ipotesi espresse nell’ultimo periodo credo sia piu’ realista il primo.
Io ti trovo molto cambiata; azzarderei ”evoluta” verso uno stato di maggiore serenita’ rispetto a quando ebbi a conoscerti.
Rimasto invece invariato -magari accentuato, si’,questo si’!- il tuo charme.
Bacio
-a./080726
Luglio 26, 2008 at 3:59 pm
Merci a vous, monsier Fubàr!