della colpa e del perdono (seconda parte)
7 04 2008Il libro di Demetrio Paolin di cui parlo qui sotto dice di come la letteratura italiana ha raccontato il terrorismo e gli anni di piombo.
Non in tutto quello che dice sono d’accordo. Ad esempio, all’inizio, a me pare che della foto di Ulas che viene usata come preambolo a tutto il libro, venga fatta una lettura di parte, che parte da un preconcetto, da un’interpretazione piegata (d)alla tesi. Che è quella che i ragazzi fuggano, che non abbiano parole da dire. Per me i ragazzi non fuggono da qualcosa, ma vanno verso qualcosa o qualcuno. E fa una bella differenza.
Anche se poi, leggendo quello che demetrio ha scritto qui sul suo incontro a Genova, mi rendo conto che forse nel libro non c’è nessuna tesi. Ma questo quando ho cominciato a scrivere queste cose non lo sapevo.
C’è una storia che mi ha colpito di questo libro. Si trova quasi alla fine e racconta di come sono andate le cose in Sudafrica dopo l’abolizione dell’apartheid. Demetrio parla della Truth And Reconciliation Commission : In questa occasione non ci sono pene da dare, ma tutto è molto più semplice: le vittime, che sono state ascoltate, non chiedevano alla Commissione una verità giudiziaria nè una verità morale o politica. Chiedevano la verità dei fatti: in che modo il loro familiare era stato ucciso, da chi, dove e come era stato torturato, in che luogo era stato sepolto e dove, eventualmente, restava traccia del suo corpo. Chiedevano cioè la ricostruzione dei fatti. [.....] Qual è il meccanismo che la Commissione ha messo in atto verso i colpevoli? Prima di tutto la richiesta di amnistia non è generale, ma è individuale: chi ne fa richiesta deve compilare un modulo, e quando sarà chiamato davanti alla Commissione dovrà attenersi al racconto dei propri misfatti. Ogni caso è singolo, la colpa è colpa personale.
Ho ripensato a questo episodio, che non conoscevo prima, nei giorni in cui sono stata a Berlino, per un seminario organizzato dalla Regione che ha portato circa 100 insegnanti in Germania a visitare i musei e i siti dedicati al tema della shoah e dello sterminio nazista e a confrontarsi con chi in quel paese si occupa del tema della memoria. Era inevitabile che ci pensassi, viste le polemiche che sono spesso venute fuori duranti quei giorni, sul modo in cui in Italia e in Germania, si è proceduto nei confronti di chi aveva colpe più o meno evidenti. Anzi, soprattutto per chi aveva colpe meno evidenti, sia perchè non occupava posti di rilievo, sia perchè il coinvolgimento è stato meno palese, anche se altrettanto grave. Sto pensando ad esempio alle industrie tedesche, che non solo hanno fornito materiale per la costruzione dei campi e poi per lo sterminio, ma hanno in larga parte favorito e incrementato la costruzione dei campi di lavoro nei quali venivano rinchiusi all’inizio i politici e gli asociali, costretti a lavorare gratuitamente per l’industria tedesca.
Il silenzio ha spesso sepolto queste notizie e queste persone, permettendo loro, in Italia come in Germania, di continuare la propria vita.
Mi sembra che questo abbia un po’ a che fare con quello che si dice nel libro, anche se lì si parla di altri tempi, altre situazioni e momenti storici e di altre persone, ed è ovvio che non sto pensando a paragoni che suonerebbero quasi blasfemi. Sto solo dicendo che anche in questo caso c’è stata una rimozione e in molti non si sono presi le loro responsabilità.
E forse da questa mancata assunzione di responsabilità di uomini che poi sono diventati in parte la nuova classe politica italiana, che discende la storia seguente del nostro paese e questa difficoltà che permane di fare i conti davvero con i proprio passato, qualunque esso sia. Come se da allora si continuasse a mettere teli neri sopra la storia e passare oltre.
Ho discusso in questi giorni su questa storia, la storia dell’Italia degli anni di piombo, tanto era forte in me il ricordo di quello che avevo appena letto e il legame che nella mia testa si veniva a creare con quello che stavo vedendo e ascoltando. E ho sentito gente che ne ha parlato, che ha citato il ‘68 e i giorni del terrorismo in Germania e in Italia.
In uno di questi discorsi Angelo Bolaffi, direttore dell’Istituto di cultura italiana di Berlino, si è chiesto e ci ha chiesto se quando finisce un periodo storico tormentato e difficile o quando finisce un regime è meglio rimuovere o tenere aperte le ferite. E ha risposto, per quel che lo riguardava, che in genere nei primi anni si tende a rimuovere ma arriva sempre una generazione che chiede spiegazioni su quello che è stato.
Credo quindi, e con questo mi fermo, che pacificazione non sia sinonimo di rimozione, come invece sembra che sia diventato nella lingua italiana. Anzi credo che il termine pacificazione sia un termine che non andrebbe usato perchè a me pare presupporre quasi un oblio di ciò che è stato.
Mi sembra invece che il discorso che demetrio ha fatto sull’assunzione di responsabilità sia un discorso importante, su cui continuare a riflettere.
Resta solo un’osservazione da fare: il ruolo dello stato italiano in queste vicende, un ruolo ancora troppo poco chiaro, o forse fin troppo chiaro, così chiaro da essere diventato abbagliante per i più. Non vorrei che anche in questo caso si finisse per dimenticare.
E allora forse quello che ci serve è davvero la memoria.

ciao.
sulla foto, capisco che può suonare come una forzatura, ma a me interessava chiarire il mio punto di vista.
Tu, come altri, credo ti sia resa conto che è un libro particolare perché il punto di vista da cui vengono letti quei libri è appunto quello dell’ “Io che scrive”.
La foto iniziale serve a dire: guarda lettore che io ’ste robe, ’sti fatti li leggo da questo punto di vista. Non voglio dirti, o lettore, che questo sia il punto di vista giusto, ma è il mio.
Credo che questo spiazzi un po’, come il fatto che io usi alcuni libri e non altri. E’ specificato nel sottotitolo, io volevo fare “il racconto” e non come “si racconta”.
E’ una ipotesi, la mia.
In realtà io ho una tesi che è quella del libro che si esprime nell’intero corpus del libro, dal primo all’ultimo capitolo. E’ una tesi complessa, che non può essere racchiusa, che ha alcuni temi centrali, uno di questi è la colpa.
e secondo me il binomio non è colpa/perdono, ma colpa/riconciliazione.
Io ho cercato di spiegarlo a Genova questo.
La riconciliazione è un atto politico, sociale e letterario. Il perdono è privato.
(non a caso mi viene da dire Priamo va da Achille a chiedere il corpo di Ettore di notte; non è un fatto pubblico, non è Priamo in qualità di re, ma è in qualità di padre che scende di notte verso l’accampamento).
Il mio riferimento alla Truth Commision è, se vuoi, un ragionamento su quali siano le basi sociali per scrivere una *tragedia* odierna. E le basi sociali sono legate al quell’atteggiamento che noi noi abbiamo.
sul perché non l’abbiamo è difficile rispondersi. Caracaterina diceva che solo chi vince - parità di talento e rigore morale - può scrivere anche la storia degli sconfitti.
nel caso del lager a scrivere non è chi ha vinto, ma chi è sopravvissuto. a poter scrivere. Ma in questo caso la cosa si complica, perché il sopravvissuto ha a che fare con la vergogna, la vergogna d’esserci ancora.
D’esserci nonostante, ma qui andiamo fuori.
d.
[questo commento è quello giusto l'altro, quello precedente era stato scritto solo con la mano sinistra, mi scuso]
ciao.
sulla foto, capisco che può suonare come una forzatura, ma a me interessava chiarire il mio punto di vista.
Tu, come altri, credo ti sia resa conto che è un libro particolare perché il punto di vista da cui vengono letti quei libri è appunto quello dell’ “Io che scrive”.
La foto iniziale serve a dire: guarda lettore che io ’ste robe, ’sti fatti li leggo da questo punto di vista. Non voglio dirti, o lettore, che questo sia il punto di vista giusto, ma è il mio.
Credo che questo spiazzi un po’, come il fatto che io usi alcuni libri e non altri. E’ specificato nel sottotitolo, io volevo fare “il racconto” e non come “si racconta”.
E’ una ipotesi, la mia.
In realtà io ho una tesi che si esprime nell’intero corpus del libro, dal primo all’ultimo capitolo. E’ una tesi complessa, che non può essere riassunta, ma che contiene alcuni temi centrali, uno di questi è la colpa.
e secondo me il nodo da cui partire non è colpa/perdono, ma colpa/riconciliazione.
Io ho cercato di spiegarlo a Genova questo.
La riconciliazione è un atto politico, sociale e letterario. Il perdono è privato.
(l’esempio può essere Priamo che va da Achille a chiedere il corpo di Ettore di notte; non è un fatto pubblico, non è Priamo in qualità di re, ma è in qualità di padre che scende di notte verso l’accampamento).
Il mio riferimento alla Truth Commision è, se vuoi, un ragionamento su quali siano le basi sociali per scrivere una *tragedia* odierna. E le basi sociali sono legate al quell’atteggiamento che noi noi abbiamo.
sul perché non l’abbiamo è difficile rispondersi. Caracaterina diceva che solo chi vince - a parità di talento e rigore morale - può scrivere la voce degli sconfitti.
nel caso del lager a scrivere non è chi ha vinto, ma chi è sopravvissuto. Solo chi è toranto può scrivere. Ma in questo caso la cosa si complica, perché il sopravvissuto ha a che fare con il sentimento della vergogna, la vergogna d’esserci ancora.
D’esserci nonostante, ma qui andiamo fuori.
d.
Sì, andiamo fuori. Il racconto dei sopravvissuti, infatti, non è “tragico”, tanto è vero che (penso a Se questo è un uomo) lo sguardo sul nemico non lo degna di nome. Se non c’è scelta (e una scelta fra due mali, fra due trasgressioni di un principio fondativo) non c’è tragedia. Inoltre, sopravvivere non è vincere, non è ottenere o conservare un potere. E’ solo quando ti trovi in una posizione di potere (un qualsivoglia potere, anche passivo, minimo, su te stesso e una piccola porzione di mondo, insomma: se sei libero) che hai la facoltà - appunto - di scegliere fra mostrare “di che lacrime grondi e di che sangue”, e poi assumertene le conseguenze tragiche, oppure occultare, nascondere.
Non è un caso che, in passato, la tragedia sia faccenda di sovrani, gli unici che potevano scegliere. Ad Amleto, principe, in fondo sarebbe convenuto stare zitto e mugugnare fra sè e sè. Forse, se fosse stato un borghese, l’avrebbe pure fatto e noi non avremmo avuto una tragedia ma un romanzo.
Non volevo sollevare il problema dei sopravvissuti, credo che su questo la possibilità di esprimersi sia permessa a pochi, spesso si tratta e si è trattato solo di ascoltare. [E poi anche altro ci sarebbe da dire ma sto zitta, perchè si va oltre davvero] Mi pare che il mio discorso, probabilmente frainteso, era sulla possibilità e scelta di rielaborare un passato e sul fatto che in Italia manca la volontà di farlo perchè, secondo me, forse sono troppi gli scheletri, le cose non dette e da non dire più [sto pensando a Moro, ovviamente, ma non solo a lui) - da una parte- e dall’altra ( non necessariamente la parte opposta, ma forse sì, a pensarci) alcuni- e magari proprio quelli che non hanno agito personalmente ma ci hanno creduto, e come- trovano difficoltà nell’accettare il tema della riconciliazione. Forse perchè lo si ricollega ad un’idea, appunto, del dimenticare, del mettere una pietra sopra, senza accorgersi che è invece proprio il contrario.
Sto sempre qui.
Più ci penso più mi risolvo che l’intreccio centrale della tragedia non è tanto il nodo vittima/carnefice quanto vittoria/sconfitta, soprattutto come modalità del “sentire”, che non sempre si tiene aderente alla realtà storica ma, in fondo, non se ne distacca poi moltissimo.
L’intreccio vittoria/sconfitta implica l’idea del Nemico, più ancora che semplice avversario.
Lasciamo perdere la Germania per cui la sconfitta è stata evidente, anche se complicata da tanti e tali ed enormi fattori storici che ci sarebbe da discutere anche lì ma andremmo fuori.
L’Italia, invece, ha vinto o ha perso la seconda guerra mondiale? Lo so che è una domanda provocatoria ma, se vogliamo uscire dalle fumisterie bisogna essere un po’ spregiudicati.
C’è un’Italia che ha vinto, certamente. Ma il nostro paese ha mai operato nel senso della Verità e Riconciliazione? E’ evidente che no. Ed è evidente che la persistenza del Nemico mai sconfitto alimenta risentimenti e revisionismi.
Quando sento gli ex terroristi (o anche certi intellettuali à la page) dire che avranno anche sbagliato ma in fondo avevano degli ideali mi vengono i brividi perchè vedo la somiglianza coi discorsi dei nostri orrendi revisionisti che vogliono salvaguardare la memoria dei “ragazzi di Salò” equiparandoli ai partigiani perchè, appunto, pure quelli “avevano degli ideali”. Espressioni che la Destra e i suoi accoliti non si vergognano certo di pronunciare. E che non sono più frasi censurabili. Il che è drammatico per il nostro paese.
Il passato che non passa non è mica “semplicemente” quello del terrorismo anni ‘70, ha radici molto più indietro e, se non si fa un lavoro storico-politico che vada oltre la dialettica personalistica (o anche associazionistica) vittima/carnefice non se ne potrà mai uscire.
Quale ruolo può avere la letteratura in tutto questo?
Quanto poi al discorso colpa/ perdono, anche qui non sono riuscita a spiegare il mio pensiero. Volevo dire che qui, in Italia, l’idea del riconoscimento della colpa è legata al tema del pentitismo e quindi del perdono. E non c’è altro: chi non si è dissociato, chi non si è pentito è stato in galera per il tempo stabilito, senza sconti.
Però così, con il discorso degli ideali, si rischia di fare un gran calderone. Qual è, allora il discrimine tra destra e sinistra se ovunque è lo stesso? Esistono o non esistono ideali in cui crediamo e altri che per noi non sono ideali degni di essere vissuti? Mi pare che questo discorso ci porti un po’ fuori, pure lui. Il discorso dell’Italia che ha perso la guerra ma l’ha vinta non è un discorso fuori luogo e l’ho sentito fare diverse volte nelle giornate di Berlino. E’ quella la radice del male dell’Italia, mi pare. Ma cominciare a parlare anche di questo e farlo in modo chiaro e al di là di ogni ideologismo, solo per amore di verità, sarebbe una cosa auspicabile, ma di di difficile realizzazione, oggi come oggi, che a rimozione si aggiunge rimozione. Ma qui si va sulle scelte personali, che credo siano diverse, in questi giorni.
Spunti interessanti di riflessione, non solo sul passato ma sull’oggi - che guarda e interroga il passato per pensare il futuro - secondo me stanno qui:
http://www.lastorianascosta.com/news.php?extend.36
Mi sembrano davvero interessanti. Vicini a quanto penso. Leggerò. Grazie.
OT: cerco qui la tua e-mail, ma non la trovo…
Perchè non c’è. Se vuoi la metto. Ora lo faccio.
Invece è un’impresa, hanno cambiato la pagina di lavoro e non ci capisco molto per ora, noi vecchi siamo restii ai cambiamenti. Ma a che ti serve, di grazia?
volevo chiederti informazioni su questo template: l’ho trovato, ma il tuo ha più pagine e quello default, no.
[...] Sempre a proposito di Una tragedia negata, da segnalare due articoli apparsi in Scompartimento per lettori taciturni: Della colpa e del perdono 1, Della colpa e del perdono 2. [...]