Ad ogni esposizione in pubblico segue inevitabilmente quella che mi viene da chiamare in principio necessità di ritirarsi in me stessa, di rientrare dentro i confini del mio corpo (non facendo al momento distinzione tra corpo e mente) che si dissolvono nel momento in cui mi apro verso l’esterno.
Quando parlo di “esposizione”, sia chiaro, intendo solo quei momenti in cui prendo posizione su qualcosa, mi espongo, dico la mia, in maniera di solito piuttosto passionale, a seconda del coinvolgimento. Sempre, in questi casi, una fatica perchè l’esposizione è sempre un rischio, senza dare connotazioni tragiche a questa parola.
Credo che sia questa (particolare?) natura della mia esposizione che porta a questo inevitabile ripiegamento. Un po’ come un’onda che va e viene, un respiro, espansione e contrazione, sempre all’interno di tutte le cose del mondo.
A prima vista, però, mi pare che ci sia una forte contraddizione tra questi due momenti e credo sia questa sensazione a farmi accettare con difficoltà, come un tradimento, una mancanza di coerenza, la fase del ripiegamento.
Questa contraddizione l’ho sentita fortemente in questo momento, nato dalla faccenda delle elezioni e del loro andamento.
La prima reazione che ho avuto, infatti, è stata quella di cercare comunque uno scambio, la discussione, la partecipazione, per non sentirci soli, per cercare subito di arginare la delusione, forte, che si sentiva in quei momenti.
Adesso, invece, potrei dire quasi che mi è venuto a noia discutere su quello che è stato e che avverto forte una sensazione di immobilità e di impossibilità di uscirne fuori. Mi pare che poi alla fine le cose si decideranno sempre e solo nelle sedi di partito, per cui se sei lì dentro bene, altrimenti vota e torna a casa.
Ma non è solo questo, è ovvio.
E’ proprio che a volte il rumore del mondo, di questo mondo della politica in particolare, mi dà fastidio alle orecchie e vorrei solo un po’ di silenzio per pensare.
Attività, questa del pensare, che in certi momenti mi pare esclusa dal fatto di essere in tanti, come se in tanti non si potesse pensare bene tutti, ma ci fossero sempre una o due persone che riescono a farsi più grosse anche in questo e pensano anche per te e ti chiedono solo di accodarti.
Anche perchè dal pensiero politico sembrano rimanere quasi per forza esclusi i bisogni e i desideri personali, quelli legati alle storie dei singoli, dal momento che fino ad ora non abbiamo trovato una forma di politica che possa ascoltare i desideri e i bisogni dei singoli, oppure non abbiamo trovato il modo di trasformare i bisogni e i desideri individuali in bisogni e desideri collettivi. Non del tutto, almeno.
Per me questa differenza, questa spaccatura, rappresenta una contraddizione grossa rispetto a come sono e a come mi muovo verso l’esterno. Perchè entrambe le modalità di essere sono per me necessarie, ma la seconda, quella del ripiegamento, mi pare che vada a confliggere con la prima. E d’altra parte è una modalità che è importante, forse più della prima.
Mi è necessaria anche per una questione di parole, perchè solo qui, in questa dimensione, trovo parole adatte a me e al mio sentire. Ed è anche una questione di ritmi: concitati quelli della politica, fanno leva sulla pancia e sull’emozione, lenti e pacati quelli del ripiegamento che per me ascoltano il respiro e un po’ la testa.
Insomma, mi pare che mi si ripresenti, qui, il dilemma tra personale e politico che i più, suppongo, hanno già sorpassato in corsa. Ma io sono un po’ lenta, sono una lumaca e mi porto appreso la mia casa, con tutti i miei oggetti.
Prima aggiunta: non so perchè rimango così colpita da osservazioni che percepisco come critiche severe al mio fare. Come rimproveri rispetto ad mancanze. Come si sgrida, da lontano, parlando con altri, chi non si è comportato bene, facendogli sentire quasi un peso della propria disapprovazione. Giudici severi. Ma mi viene da chiedere con che diritto.
Aprile 21, 2008 alle 1:37 pm |
sì, c’è bisogno di riflessione e di ripensare a quel personale che è politico, come si diceva e tanto altro.
e forse, giocare un poco, con le bocche e gli occhi non era leggerezza, ma desiderio di staccare la mente per un attimo e tornare ai corpi, all’osservazione e cercare nei ricordi.
Solo questo, un po’ così.
uno scambio di sensazioni tratte dalla memoria di un film, di un volto, un intrecciare le nostre vite attraverso immagini più o meno note.
Poi si torna al quotidiano, alla lotta, al sentire collettivo e individuale.
Poi si torna.
Aprile 21, 2008 alle 8:52 pm |
il fatto è che nel mescolare, da parte mia, le riflessioni politiche al riconoscimento delle attrici, mi era parso, nella perplessità dello studente, (che fa un punto di domanda dopo un mio intervento), un dare la sensazione di mescolare il “sacro” con il profano, cosa che io trovavo divertente e pertinente (nonostante tutto) e, anche, un modo per pensare ad altro, almeno per un attimo.
)
Ma adesso trovo acqua e mare e allora… non posso più
Aprile 21, 2008 alle 10:00 pm |
Reazioni sparse, al solito.
Questo post, quelli di parergon che traggono in parte spunto da qui in parte da altri discorsi di questa nostra piccola comunità, i commenti di unts correlati suscitano mille riflessioni e sistematizzarle richiederebbe tempi lunghi, un’elaborazione complessa, altre letture. Si può fare ma allora non si scriverebbe qui dentro che ancora più raramente e verrebbe a mancare questo dialogo a distanza che, invece, è, almeno per me, ma credo per tutti quelli che vi partecipano più o meno silenziosamente, di grandissima importanza. Bisogna scegliere: tacere e pensare, studiare, tenendosi lontani da qui in nome di un maggiore approfondimento, senza il rumore del mondo, oppure limitarsi a frasi mozze, ad abbozzi insoddisfacenti per il nostro senso critico, incompiuti, sempre un poco superficiali. In entrambi i casi si paga pegno, o alla profondità (o almeno a una sua apprenza) o alla generosità e al contatto.
Sto divagando mentre vorrei, invece, andare a parare sul discorso dell’autonomia. A me, pessima, sembra terribile aspirare, come sembra auspicabile dalle tue righe, al “modo di trasformare i bisogni e i desideri individuali in bisogni e desideri collettivi.” Può ancora ancora andare per i bisogni, pensando a bisogni materiali, non per i desideri. A me questa sembra una prospettiva fusionale che politicamente diventa totalitarismo. In più: mi sembra che, purtroppo, ci siamo praticamente dentro. Quello che tu, pessima, dichiari di sentire come ripiegamento colpevole a ma non sembra altro che una legittima e adulta necessità di autonomia e la dimensione pubblica, proprio quella politica, sarebbe molto migliore se non pretendesse un consenso adesivo, tipico di una condizione di infantilismo, di minorità. Il senso critico è tale non solo perchè si esprime attraverso una capacità dialettica evidente nella dimensione della partecipazione continua, ma soprattutto quando nasce “da dentro” , da una capacità tutta interiore di non provare sensi di colpa nei confronti di qualcosa (il mondo, la politica, gli altri) che crediamo si aspettino da noi un certo comportamento, come se fossero una sorta di enorme ombra genitoriale. Il senso critico inteso così è autonomia e, anche se si esprime attraverso temporanei silenzi o scelte apparentemente divagatorie (come l’alternarsi dei banner) non è una mancanza di partecipazione. Il senso critico inteso come autonomia non ha “paura” di non essere abbastanza serio, abbastanza impegnato, abbastanza profondo, abbastanza coinvolto, abbastanza adeguato alle aspettative e ai rituali. Può pure starsene in pantofole e rimanere presente.
Aprile 22, 2008 alle 12:19 am |
Eh sì, caracaterina ha ragione, ci siamo già dentro fino al collo nella storia dei desideri collettivi (e nei bisogni indotti, collettivi pure loro) e si chiama esattamente come lo definisce lei: totalitarismo, anche se la spacciano per democrazia.
)
Però mi piace molto, invece, l’idea dell’onda (o del respiro), dei ritmi alternati e diversi: a un Adagio segue spesso un allegro con brio, e persino l’Adagio e l’Allegro – in genere – posseggono almeno due temi!
In Padre padrone (dei Taviani) c’è quella sequenza in cui il protagonista dondola il busto avanti e indietro; in San Michele aveva un gallo Giulio Brogi, ad una cert’ora della giornata (”un’oraccia”) si volta verso il muro e mette in scena il suo teatrino di ricordi…
Sempre si ripiega un po’, anche nei cortei si rallentava… per poi scattare in avanti
Aprile 22, 2008 alle 12:27 am |
E’ molto dolce e fatto di “carne viva” questo post.
L’immagine dell’header, quel ripiegarsi di cui parli così bene, tanto da farne percepire “la fisicità”, mi fa pensare al movimento delle maree, a quella lenta erosione che cambia i profili.
a.
Aprile 22, 2008 alle 9:03 am |
e credo che il livello di comunicazione e di contatto emotivo e scherzoso nel nostro vivere quotidiano e qui in rete sia altrettanto importante, ribadisco, che il momento di riflessione e di razionalità.
)
E forse è proprio un eccesso di “testa” , anche in politica, che non ci fa percepire gli umori, le paure, i desideri dell’altro. E allora lo cancelliamo, lo giudichiamo, non gli rispondiamo, non ci mettiamo al suo fianco.
E, invece, è proprio nella comune umanità che ci possiamo ritrovare, tutti, per costruire un cammino migliore.
(retoricamente, scherzosamente, ma anche seriamente: Amen)
Aprile 22, 2008 alle 9:16 am |
e parlo di tutti noi che abbiamo perso le elezioni e che ci riconosciamo nella sinistra.
Aprile 22, 2008 alle 11:24 am |
Sul discorso bisogni e desideri son d’accordo, ma rimane il fatto che stiamo parlando per oggi, per quello che c’è intorno a noi oggi. Una volta anche i desideri potevano essere comuni. Anche perchè i desideri a cui mi riferivo, senza specificare, erano desideri di tranquillità, pace, bellezza, amore, e via dicendo. Felicità, magari. E questi desideri non mi paiono così presenti oggi. Quando si parla di desiderio, mi sembra che purtroppo lo si avvicini molto come concetto a quello di un (indotto) bisogno materiale, di possedere oggetti o di apparire in un certo modo, più che di realizzare desideri interiori, che hanno comunque a che fare con l’aspetto relazionale. Il disocrso è complesso, interessante ma complesso e, come dice caracaterina, nel blog è difficile andare in profondità, per il tipo di comunicazione che si stabilisce. Anche su questo mi piacerebbe dire qualcosa, come su quello che altrove scrive Unt, la sua domanda sul perchè facciamo tutto questo lavoro. Bella domanda, ci ho pensato stanotte per un’oretta, quando sono stata svegliata dal trattore che mi dorme accanto.
Sul senso critico, che dire? anche qui concordo- concordo sempre, sono una che i discorsi degli altri trovano sempre con la porta spalancata, magari è un difetto- ma quello che volevo dire io è che avverto la distanza che c’è tra il mio slancio primario ( e primitivo), la mia voglia di fare, il bisogno di trovare le risposte a quello che accade, di impegnarmi all’esterno, e questo ripiegare su me stessa, in cerca della comprensione del mio agire. Come se fosse a tutti gli effetti un rimandare ad altra data. Ma forse questo è più un problema esistenziale che altro.
Credo che invece sia vero quando, sempre caracaterina, scrivi dell’ombra genitoriale e penso infatti che il senso di colpa nasca anche dalla paura di non essere all’altezza. Resta da vedere nei confronti di chi, credo del “pubblico”, per l’appunto, quasi che lo slancio pretendesse una coerenza quasi calvinista.
Sul fatto poi di alternare il gioco alla serietà, bhe, qui non ho molto da dire, o meglio, di natura sono una persona seria, quasi ombrosa a volte, ma l’altro lato della medaglietta è l’ironia, la linguaccia tirata fuori per prendere un po’ in giro. Sarà un difetto anche questo, chissà.
Aprile 22, 2008 alle 11:50 am |
a me piace l’ironia anche se non è facile.
)
Non la uso spesso perchè tendo a prendere tutto sul serio.
A volte ne rimango impigliata perchè è facile equivocare.
ma quando mi viene data l’occasione per “giocare” la prendo al volo, specie se il gioco rientra nel novero delle mie passioni.
trovo stridente, invece, il sarcasmo e di prendere in giro non sono proprio capace.
Come te, mi pare.
Aprile 22, 2008 alle 5:31 pm |
Non è il momento di ripiegarsi; è vero che molte decisioni si prendono nelle sedi dei partiti ma è anche vero che la vita reale può spingere in una direzione piuttosto che in un’altra. Ne sono convinta. Costanza
Aprile 22, 2008 alle 11:39 pm |
Il totofilm finisce qui?
))
No, perchè ho letto, qua in giro, che c’è gente che si prende talmente sul serio che bisogna dargli (anzi: darle !) modo di pontificare ancora un po’.
Aprile 23, 2008 alle 9:49 am |
leggo solo ora questo prosieguo di discussione – in effetti stavo aggiungendo notazioni di là, nel commentario, dove ci sono bri, angela, sara. Noto una cosa, vedete un po’ voi che significa.
(come sara, in qualche modo, anche se sono caratteri diversi).
Assumendo il fatto che parliamo più o meno delle stesse cose, succede che: caracaterina, pessimesempio, mauro e lo studente si “allargano” preferibilmente nelle discussioni di questo blog e di quello di caracaterina; io e parergon ci “allarghiamo” nel blog di parergon (quando i commenti sono aperti), mentre ci limitiamo a quache puntatina qui da pessima e da caracaterina (per poi sviluppare alcune suggestioni, generalmente, nei nostri rispettivi blog); di là nel commentario angela e sara si trovano a loro agio, caracaterina meno, parergon e pessima ancor meno, e mauro e lo studente per niente (però nel commentario ogni tanto arrivano altre persone a variegare i toni); bri è felicemente trasversale, e quindi ogni tanto viene accusata di andare fuori registro
Quello che voglio dire è che questa discussione su più piani, o in più case, o DA più case, è già una forma di fermento. E ha un valore. Se diventassimo davvero una “collettività” – con necessità di continua composizione delle parti, voglio dire – probabilmente litigheremmo a morte, invece così ci ascoltiamo – più o meno distrattamente, più o meno appassionatamente. Aggiungo un po’ mestamente che se fossimo capaci di diventare una piccola collettività (liti comprese, a quel punto) forse “conteremmo” di più nella Società con la maiuscola, e cioè avremmo qualche valenza politica, ma probabilmente il costo emotivo sarebbe troppo alto…
Niente, era per aggiungere
Aprile 23, 2008 alle 9:59 am |
Certo che ha un valore. Ed è proprio questo valore che mi porta a fare tutto questo lavoro e a continuare a farlo e metterci così tanta testa. tanto che pare diventato il mio lavoro. Gli altri sono accessori, o meglio prendono fiato da questo. E mi sembra buona cosa, buonissima.
Questo per rispondere a quello che domandi nell’altra stanza.
Certo che litigheremmo di più, certo. Certo che così ci ascoltiamo. E’ la distanza tra il dire e il fare che mi turba. E anche che non so se sia bene (teoricamente parlando, s’intende) che la distanza sia colmata.
Aprile 23, 2008 alle 10:00 am |
Che poi mi piacerebbe, a margine, capire cosa intendi tu con contare nella Società.
Aprile 23, 2008 alle 11:22 am |
Cosa intendo? beh, se ci pensi, proprio noi che stiamo in rete finiamo spesso col supportare l’opinione diffusa (sì, diffusa, nonostante tutto) che la rete produca solo cazzate. Tu ti danniuna giornata intera per elaborare una tua opinione circostanziata riguardo a un fatto, a un tema, a un argomento, magari alla fine riesci pure a fare una sintesi sensata, hai la sensazione di aver fatto un passo avanti (o di aver fatto fare un passo avanti a una discussione comune), credi perfino che questo passo avanti possa avere una valenza pubblica (nel senso: non solo per te stessa o per la tua personale soddisfazione)… e invece niente, poi ti scontri col fatto che di quel passo avanti nel mondo non c’è traccia.
Certe volte penso che dovremmo portare più spesso “nel mondo” quello che si produce qui, anche a livello di idee. Non so: io ho provato per esempio, parlando di politica in questo periodo di campagna elettorale (ma non solo in questa occasione veramente), a mostrare a persone che non stanno in rete questo o quel post, questo o quel commento… l’ho fatto con mia madre, con gli amici, aprendo il portatile davanti a loro e leggendo ad alta voce, e continuando così a discutere… portando insomma queste discussioni fuori (o dentro, non si sa mai come dire) – facendoTI per esempio, conoscere a mia madrem, facendo risuonare le vostre parole alle orecchie di chi non avrebbe mai la possibilità di starvi a sentire… Ecco, io ci sto provando. E’ difficile, si perde un sacchissimo di tempo, a volte è frustrante, perché ricostruire l’imbroglio dei fili per mostrarlo agli altri come un imbroglio sensato è difficilissimo. Immagina se in qualche modo questi timidi e sporadici tentativi diventassero sistematici. Immagina.
A me e ad erica per esempio, per il fatto piccolissimo di essere diventate “editrici nella rete”, capita ogni tanto di qualificarci all’esterno (o all’interno, insomma fuori della rete) come “persone di rete”, e non come persone che hanno “l’hobby della rete”. E beh: è bello, è confortante e ha un senso. Questa cosa di sentirsi confinati nell’hobby, secondo me alla lunga è frustrante, e spesso fa allontanare dalla rete persone che potrebbero ancora produrre contenuti e generare dscussioni interessanti. Col risultato che il mondo non risente minimamente, minimamente, del lavoro che si fa qua dentro. Dicevo “contare nella società”, quindi, intendendo “contare nella società in quanto web-persone”, rivendicare il nostro essere web-persone piuttosto che rassegnarsi a essere (a sentirsi, con tutti i sensi di colpa del caso) dei dissociati.
Aprile 23, 2008 alle 12:02 pm |
sai unts, io sono spesso traversale. è vero e lo rivendico come un valore per i motivi di cui sopra, ma sto anche spesso “dentro” il problema e cerco di dare un mio piccolo contributo, quando mi pare necessario.
Beh, mi è dispiaciuto, devo dire, che parergon abbia colto solo il lato “ludico?” dei miei interventi e non tutto il resto. Questo mi ha colpito e rattristato (come la cancellazione della sua risposta al mio commento sul suo blog)
E, poi, che, in fondo, a pensarci bene, pessima non abbia difeso il piccolo spazio che ci eravamo prese per divertirci, un po’ .
E allora, per tornare al pubblico e privato, forse dovremmo interrogarci sulla teoria e la pratica, sui comportamenti e sul bla bla bla.
Aprile 23, 2008 alle 12:11 pm |
beh non solo ci stiamo GIA’ interrogando, ma ci stiamo dando pure delle risposte mi pare. O no? Insomma: che cos’è che fa, di queste cose che ci stiamo dicendo, delle non-risposte? Interrogatevi, che io mi sono già interrogata
)
Aprile 23, 2008 alle 1:09 pm |
Per bri: è vero, non ho difeso il gioco che stavamo facendo. Ma te l’ho detto, di natura sono un po’ seria anche io e difficilmente giustifico e apprezzo il gioco, anche se apprezzo molto ( e sottolineo molto, che non ci siano fraintendimenti) chi gioca e mi tira dentro nel gioco. Non so se sia questione di timidezza, forse, ma non credo che importi molto. Per questo mi sono come sentita colta in castagna dalle osservazioni di parergon, che oggi/ ieri vedo precisa il senso e lo scopo delle sue parole. Sta di fatto ( casomai lei passasse di qui in incognita e leggesse,
)che la sua presenza così silenziosa e il suo chiudersi a riccio e i suoi interventi così repentini e taglienti, fanno di lei una sorta di convitato di pietra di cui ho un po’ timore. Insomma ho un super-io piuttosto invadente.
. Vale a dire che tutta la mia persona ha fatto un salto. E non credo che dipenda solo da me: dipende anche, per forza, dalla comunità che siamo.
Quanto ai comportamenti e all’interrogarsi sui comportamenti, mi pare anche a me che lo stiamo già facendo.
Per Unts: anche io vivo la difficoltà di dare valore all’esterno a quello che faccio qui, perchè l’opinione più diffusa è che sia una perdita di tempo, quando a me pare che non lo sia per niente e sempre di meno con il passare del tempo, come ebbi a dire poco sopra. Anzi, dirò di più ( ma anche questa l’ho già scritta da qulache parte qualche tempo fa): da quando sono qui dentro sono decisamente migliorata
Però devo dire una cosa, che per me è evidente: ogni volta che arriva questa donna, Unts mi intendo, la discussione fa un salto. C’è poco da ffare. O è una di quelle cose che non si deve dire?
Aprile 23, 2008 alle 1:41 pm |
ho letto sparpagliata e agitata. vorrei solo fare una domanda ad untitled. tu scrivi che io ho un carattere diverso da quello di bri. scusami, scusatemi tutti davvero, ma io non ce la faccio, non le tollero queste cose ed è per lo stesso motivo che le cose e i toni di parergon, mi agitano così tanto. stai scherzando untitled? che ne sai tu del mio carattere, di come sono e chi sono io? lascia perdere le quattro stronzate inutili che scrivo, la mia medicrità nel rispondere alle questioni che sollevate (soffro di una profonda e vera disistima io, ma ho imparato a conviverci), lascia perdere le mie alzate di culo dovute al fatto che non riesco a tacere nemmeno sotto tortura. lascia perdere quello che di me viene fuori dalla mia presenza in questi ameni lidi e lascialo perdere davvero perchè è solo una minima, inutile parte che con me non ha quasi niente a che fare. come fai a dire una cosa del genre, come si fa a parlare con tanta sicurezza di qualcuno che non si è mai visto in faccia? a me è questa la cosa che più preoccupa della rete, dei blog, dei commenti: l’apparente delirio di onnipotenza che scatena nella gente, le false credenze, le sentenze veloci, le offese. Ma io sono davvero un’ipersensibile un po’ squilbrata.
Aprile 23, 2008 alle 1:41 pm |
Non commento, ma vi sto leggendo, con molta attenzione.
Forse ci vorrebbe un nuovo post, “riassuntivo” dei nodi che sono venuti fuori dalla discussione sui commenti (il subbuglio, la rottura degli equilibri dei nuovi inquilini).
Aprile 23, 2008 alle 2:01 pm |
sara, non arrabbiarti subito. Non è stato detto niente di male su di te. Ascolta.
Aprile 23, 2008 alle 2:10 pm |
oddio ti prego alessandra.
Aprile 23, 2008 alle 2:30 pm |
Sono molto colpita dal post di pessimoesempio e da tutti i vostri commenti.
Capisco di trovarmi davvero di fronte ad una comunità e un po’ vi invidio. Siete stati bravi ad intrecciare così le vostre voci. Da me siamo tutti più sparpagliati. Ognuno fa il suo commento e la conversazione non diventa mai corale, ma sempre a due.
Capisco che la vostra modalità è più difficile, ma mi sembra anche più produttiva.
Sento di voler riflettere ancora su alcune vostre osservazioni e poi, se non rischio di diventare l’elemento esterno che rompe un equilibrio, mi piacerebbe intervenire nella vostra discussione.
Spero non vi dispiaccia se mi affaccio ai vostri blog
marina
Aprile 23, 2008 alle 3:44 pm |
Sara ho detto solo che sei diversa da bri, e che in passato ti è stato contestato di andare fuori registro, come a volte succede a lei. Punto. So di te solo quello che scrivi, evidentemente. Se scrivi cose che non ti rappresentano neanche un po’, non mi resta che segnarmelo da qualche parte e cercare di ricordarmelo.
Aprile 23, 2008 alle 4:13 pm |
non lo so se scrivo cose che mi rappresentano o no. in genere non so capire nemmeno cosa sto scrivendo nè perchè, mi sembra soltanto molto complicato (lo è per me ) riuscire a capire come ci si possa fare un’idea di qualcuno ( le persone sono così complesse) da quello che scrivono.io non ci riesco. su nessuno di voi che leggo mi sono fatta ancora un’idea (nemmeno una, garantisco) non lo so, mi sembra sempre tutto troppo poco, ma sono io così e basta. ora taccio davvero che è il caso.
Aprile 23, 2008 alle 8:41 pm |
Oddio ti prego Alessandra che?
Aprile 23, 2008 alle 8:48 pm |
Per Marina: io sono qui e altrove. Sempre aperto, fino a quando ci sono. Non è richiesta l’iscrizione.