Da qualche settimana, in certi ambienti, in rete e fuori della rete, si fa un gran discutere del saggio di Wu Ming 1 sulla Nuova narrativa epica italiana, e i più avveduti forse se ne saranno già accorti.
Di cosa si tratta? di una relazione tenuta nel marzo di questo anno presso il dipartimento di studi di letteratura italiana di una università di Montréal da uno degli Wu Ming durante un workshop sulla narrativa italiana contemporanea.
La tesi di Wu Ming 1 è, più o meno, la seguente: nella nuova narrativa italiana, pur nella apparente varietà dei testi sia sul piano dei contenuti sia delle strutture narrative e linguistiche, è possibile individuare alcuni elementi comuni nei narratori- diciamo così- di ultima generazione, del tipo Saviano, Lucarelli, Genna Giuseppe, Carlotto, Evangelisti, De Cataldo, (un insospettabile) Camilleri, Letizia Muratori, Babsi Jones, oltre ovviamente agli stessi Wu Ming, per citare alcuni di quelli riportati nel saggio.
Quali sarebbero i tratti in comune che si possono individuare in questi autori?
L’articolo di Wu MIng 1 ne individua alcuni che proverò qui a riassumere per quello che ho capito, essendo il saggio lunghetto anzichennò e di lettura impegnativa, con molti rimandi a testi che a dire il vero non ho letto, anche se ho sentito spesso citare.
Intanto il fatto che con questi autori decade la nozione di genere, il che tuttavia non significa che per loro si possa parlare di contaminazione tra i generi. Per il semplice motivo che quella della contaminazione è una scelta di stile e di struttura del testo che questi autori non si pongono neanche più: è un dato di fatto, non sussiste più come problema: gli autori- e le autrici, scusate la piccola vena polemica- utilizzano (cito) tutto quanto pensano sia giusto e serio utilizzare. Mi interessa in particolare, devo dire, l’aggettivo serio perchè permette di introdurre un’altra caratteristica della N.I.E. (New Italian Epic) rilevata nel saggio: che questi autori prendono sul serio quello che scrivono e scrivono di cose serie, usando anche la tonalità dell’humour, ma senza degradare l’oggetto ( se così’ si può dire) “scrittura”, senza ridurla a citazione di altro.
Qui Wu Ming 1 fa un esempio che credo renda bene l’idea di quanto vuol dire: citando Eco delle Postille al Nome della Rosa, ne riporta la definizione di scritturo postmoderno. Uno scrittore postmoderno è quello che non potrebbe mai scrivere: “Ti amo disperamente”, ma che scrive ” Come direbbe Liala, ti amo disperamente”, degradando immediatamente la frase e la sensazione che la frase trasporta al rango di clichè. Uno scrittore della NIE, direbbe invece, scrive Wu MIng 1, “Nonostante Liala, ti amo disperatamente”: il clichè è evocato e subito messo da parte, la dichiarazione d’amore inizia a ricaricarsi di senso.
Fin qui ci siamo, credo, e devo dire francamente che mi riconosco parecchio-per quello che leggo e per come scrivo- in quello che si dice nel saggio, nel senso che mi pare che questa scrittura contaminata per natura sia un po’ una caratteristica che attiene, oltre che alla narrativa anche a molte scritture di rete e non credo che sia un caso che molti degli autori citati siano personaggi che si aggirano chi più chi meno dentro questo spazio. Su questo credo che ci si potrebbe anche riflettere.
Un altro elemento comune che mi ha interessato è la presenza di quella che nel saggio è definita sovversione nascosta di linguaggio e di stile, espressione con la quale si intende che in molti di questi testi si sperimentano nuove forme linguistiche e stilistiche senza che tuttavia queste diventino un punto focale del testo stesso. Un po’ come se la sperimentazione fosse un elemento che autonomamente e automaticamente entra nelle pagine che si vanno scrivendo, allo stesso livello, mi viene da dire, di quello che accade rispetto al “problema” contaminazione. Ma senza diventare sperimentazione da avanguardia artistica e quindi mantenendo l’attenzione, anche ( o soprattutto) quella di chi legge sul livello del contenuto, pur segnalando un cambiamento.
Su questo cito anche io Letizia Muratori, Una vita in comune, un libro che ho letto e che ho avuto modo di apprezzare:
-Ah, ecco, sei tornato, bene.
Mi disse Isayas, in piedi davanti alla reception.
-Preparati che ce ne andiamo, hanno telefonato. E’ tutto risolto.
Concluse. E chiese al filippino di preparargli il conto.
-E’ già stato saldato tutto.
Rispose.
- Chi l’ha saldato? Non è possibile.
Lo aggredì Isayas
dove non solo, come scrive Wu Ming1 la frase esclamata rimane fluttuante, a metà tra i discorso diretto libero e discorso diretto legato, ma anche- aggiungo io- chi legge, in alcuni passaggi, ha un leggero sbandamento: chi sta parlando? ( e tra l’altro la presenza di sguardi obliqui e punti di vista inattesi e inconsueti è una delle altre caratteristiche comuni segnalate nel saggio). Anche in questo caso, mi pare, si ha a che fare con una attitudine comune anche a chi pratica la rete.
Altro elemento del saggio da approfondire è il discorso sull’allegoria, vale a dire la considerazione che tutti questi romanzi, ambientati spesso in tempi passati o futuri o in quelle che Wu Ming definisce ucronie cioè “non- tempi”, sono in qualche modo una rappresentazione del presente che stiamo vivendo. Un presente certo non lieto, oggi più che mai- mi sia permesso di dire- un presente inevitabilmente lontano dalla speranza in un fulgido futuro che ha caratterizzato le epoche passate, un presente spesso senza futuro, rispetto al quale la letteratura ha il dovere di aiutarci a trovare vie d’uscita, vale a dire lottare per estinguerci con dignità e il più tardi possibile, magari avendo passato il testimone ad un’altra specie, che proseguirà la danza….
Forse questa conclusione- ma si sa che verso la fine diventiamo tutti, per antico vezzo oratorio, un po’ retorici- è il punto più debole o forse solo meno comprensibile del ragionamento di Wu Ming 1. Anche se mi sembra importante la frase che cita in chiusura- e in apertura- del saggio, tratta dal libro collettivo 54: La letteratura non deve, non deve mai, non deve mai credersi in pace.
Lo so, oggi ci sarebbero tante cose di cui parlare: Fini che risponde alla Camera a Di Pietro che “dipende dai discorsi che uno fa se si sta attenti o meno”, i campi rom bruciati a Ponticelli senza che nessuno, dico nessuno nè del governo nè dell’opposizione nè dalla presidenza della repubblica dica una sola parola, una, non dico di condanna, ma almeno di dissociazione da quello che è successo, mentre in città come Firenze si varano provvedimenti contro i venditori ambulanti che vendano o no, espulsi da un centro a misura di turista. E’ vero, ci sarebbero altre cose da raccontare:la ragazza di Niscemi, la madre che accoltella la figlia che fa coming out e dice di essere lesbica, la religione cattolica inserita tra le materie disciplinari nelle scuole elementari e medie, cinquecento operai dell’Electrolux di Scandicci che saranno licenziati. Ma in fondo crediamo o no che la letteratura non sia più un mondo a parte, nel quale si parla di buoni o cattivi sentimenti personali e che sia impossibile oggi separarla dal reale? La letteratura, come diceva Céline, non è fatta “per inculare le mosche”.
Mi sembra, allora, che in fondo parlare del saggio di Wu Ming 1, non sia una cosa così fuori dal mondo _ nonostante abbia qualche perplessità sull’uso del termine epica (ammetto che non è perplessità da poco)- e forse neanche tanto per i libri e gli autori che cita in se stessi- che potrebbe essere letto anche come un grandioso spot pubblicitario- ma perchè da una parte presenta un’immagine di letteratura e di scrittura che cerca in tutti i modi di stare attenta a quello che le succede intorno e che cerca di avere voce e dall’altra propone una discussione, mette in circolo idee. Ora, avere voce e occhi è cosa che oggi, in Italia, nel 2008, credo sempre più importante. E la rete siamo noi.
Saluti.
Tag: New Italian Epic, Wu Ming

Maggio 15, 2008 alle 3:33 pm |
[...] EDN: [...]
Maggio 15, 2008 alle 11:08 pm |
Siccome anch’io sono un po’ perplesso sul richiamo alla parola epica (che cosa fa venire in mente? Omero o Botero?), me la voglio cavare con una boutade: e se invece di nuova epica italiana parlassimo semplicemente di catabasi? Racconti dal baratro (era il titolo provvisorio dei “foglietti sudtirolesi” – scritti da un mio carissimo amico – che pubblico nelle pagine del mio blog), ecco quello che vedo. Te ne do un assaggino:
http://www.brennerbasisdemokratie.eu/?p=899
Maggio 16, 2008 alle 4:14 am |
[...] EDN: [...]
Maggio 16, 2008 alle 11:06 am |
tra l’altro si disconosceva terminismo da post-modernismo per esaltare altro terminismo epico, più epico…
Maggio 16, 2008 alle 2:12 pm |
Un saggio interessante, anche se – ovviamente – non privo di un punto di vista parziale, obliquo anch’esso, direi, che mette accanto ambizioni e risultati fra loro diversi (forse neppure comparabili).
Devo dire che non mi è molto chiara, tuttavia, la ferma distinzione fra la New Italian Epic e contaminazione. Se da un lato, infatti, si afferma che condicio sine qua non della NIE è andare oltre la contaminazione, dall’altro si afferma (al punto 3) la necessità di un notevole lavoro cognitivo da parte del lettore che, ovviamente, quelle contaminazioni e quelle transmedialità dovrà pur riconoscere.
Io, per es., non riesco a ripensare al pregevole 54 (letto, riletto e regalato per amicizia), senza immediatamente riascoltare “dentro” la voce di Cederna che “narra” il Bar Aurora, o gli Yo Yo Mundi che suonano “non c’è nessun dopoguerra”. Cosicché diventano quasi indistinguibili, ai miei occhi, il testo del 2002 dallo spettacolo, riassunto su CD, del 2004.
Per cui, alla fine, mi pare di poter dire che la vera novità sta nell’individuare una parte consistente dell’odierna letteratura italiana come “oggetto narrativo non identificato” .
Come altrimenti definire, senza voler insultare l’autore, le pagine del nuovo “romanzo” di Pansa anticipate sulla Repubblica di oggi?
Maggio 17, 2008 alle 9:04 am |
Ho letto. Ma che vuoi farci, con Pansa? Per fortuna sulla Stampa ( di ieri) la recensione dice che ha decisamente esagerato.
Maggio 17, 2008 alle 9:59 am |
Mauro credo che quella a cui tu ti riferisci sia la questione affrontata da wu ming nel capitolo sulla transmedialità, cioè la storia va avanti su media diversi e oltre il libro come forma e come oggetto. Se ho capito bene wu ming associa la contaminazione a una fase in cui i generi erano ancora distinti e riconoscibili e mescolarli era una scelta intenzionale, mentre oggi i generi sono già ibridati in partenza e “l’autore non si pone più il problema”, quindi dire contaminazione è dire una ovvietà, come dire multimediale, altra parola di cui non c’è più bisogno dato che tutti nella nostra giornata usiamo diversi media…
Maggio 17, 2008 alle 10:14 am |
Sì, credo proprio che il discorso sulla contaminazione vada letto così. Mi pare però- e magari quando ho tempo aggiungo qualcosa, ora sono di corsa nell’intervallo- che questa storia della contaminazione no-problem sia antecedente- per certi particolari autori ( anche Manzoni, perchè no?). Nel senso che anche altri contaminano, soprattutto nella forma romanzo. Quello che forse va approfondito è il punto della sperimentazione linguistica e la “frattura” che su questo c’è stata negli anni ‘80/’90. Ma vo di fretta, l’ho detto e rischio di non essere chiara. saluti