Non so perché mi è partito questo treno, non so perché oggi sono stata tutto il giorno sopra questa pagina, non so perché ho deciso di pubblicarla.
Però, pensavo. Dante è davvero un cattivo cristiano, almeno per l’idea che oggi abbiamo del cristianesimo, che vuole da tempo apparire come una religione propensa (sul piano teorico) ad una certa vicinanza con i diseredati, i poveri in ispirito. Fermo restando che per lui le anime si trovano all’inferno perché colpevoli di peccato e quindi responsabili della loro condizione fino in fondo perché all’uomo è data la possibilità di libero arbitrio, non prova quasi nessuna pietà per chi è punito, per i reietti, gli abbandonati, gli ultimi. Tranne Paolo e Francesca, mi verrebbe da dire, ma mi sembra che loro non possano poi dirsi abbandonati: intanto sono insieme e non soli, come tutti gli altri davanti alla propria sofferenza; e poi sono insieme ad Amore, che come vedi ancor non m’abbandona, e, alla fine, la colpa di cui si sono macchiati agli occhi di Dante è uno di quei sentimenti che, se ben seguiti e indirizzati, nobilitano l’uomo, lo rendono più gentile; la colpa di Francesca e del suo amante è quella di non essere stati capaci di fermarsi, di essersi lasciati trascinare dalla furia infernal che mai non resta . Prova invece ammirazione per chi sta in alto, per gli illuminati, i puri, gli eletti, gli eterei, i poco legati alla materia, alla costrizione dei corpi, i vincenti.
Ora, tutta questa ammirazione per i santi è comprensibile, perché sfido chiunque a non nutrire in fondo al cuore, negli angoli più nascosti una piccola scintilla di ammirazione per il vincitore che ora può finalmente sorridere dopo aver lottato (contro un nemico, se stesso o il demonio ha poca importanza), illuminato dal favore degli dei. Che poi magari razionalmente non ci piacciano è un’altra storia. Sta di fatto che in un qualche momento della nostra vita abbiamo pensato che è certo preferibile non essere tristi e stare tutto sommato bene, nel corpo e nell’anima, piuttosto che essere storpi e sofferenti ed essere costretti a lavorare di fatica tutto il santo giorno per sempre e soffrire, come si dice, le pene dell’inferno.
Ma una volta esaurito il fascino dei vincitori, quando il nostro occhio rivolto verso di loro viene per un attimo distratto da specie di ombre che sente passare al lato e si volta e vede quello che accade dalla parte opposta e viene trattenuto invece con un certo orrore per quello che gli appare via via più chiaro, allora forse dovremmo provare un altro sentimento: quello che spinge a sentire anche nei confronti di chi soffre di una sofferenza dovuta ad una sua precedente responsabilità (qui si potrebbe aprire un dibattito per stabilire quando una responsabilità è davvero tale, cioè personale, perché che altro è la responsabilità se non l’assunzione della consapevolezza di certi comportamenti?), a provare verso questi individui una sorta di carità . Ma Dante non prova carità e d’altra parte non è possibile che la provi perché il suo percorso è rigorosamente dal basso verso l’alto e il suo occhio non può voltarsi a guardare indietro: proprio come Orfeo che respingerebbe di nuovo Euridice nel buio, anche Dante perderebbe di nuovo la sua Grazia e non potrebbe concludere il suo canto, non potrebbe diventare poeta e ottenere l’amato alloro. Quindi a lui è preclusa la carità.
Parola grossa, lo so.
La carità è senza dubbio per me la più difficile da definire delle tre virtù teologali. Di queste cose non ne so niente, se non larvati ricordi d’infanzia e di messe o qualche nozione imparata sui libri, ma non posso negare l’attrazione che suscita in me il cristianesimo e l’esigenza che avverto in alcuni momenti di comprenderlo più a fondo. Credo che i motivi di una tale attenzione vadano cercati in gran parte nel tipo di educazione, cattolica, che ho avuto e nel fatto che sono spesso venuta in contatto con ambienti religiosamente aperti, per i miei tempi, all’interno dei quali la religione non veniva subita, ma era discussa, attualizzata, problematizzata. Non è esente da responsabilità verso questo mio interesse che può sembrare strano ai più, anche una preferenza, che si manifesta con una certa instabilità a dire il vero, per tutto ciò che riguarda il sacro, nelle sue molteplici espressioni. O forse più che il sacro, dal momento che esso altro non è che l’espressione del pensiero del genere animale a cui appartengo, di un pensiero che a noi membri della specie appare elaborato e raffinato- anche se non sono del tutto convinta che questo tipo di riflessione, l’idea del sacro, appartenga solo al genere umano- più che il sacro mi interessano le riflessioni e i pensieri dell’uomo su argomenti che travalicano la sua figura mortale.
E’ la più difficile da definire e anche quella più complessa da un punto di vista concettuale, perchè difficile da percepire con immediatezza: se nomino le altre due, fede e speranza, posso arrivare a sentire in cosa consistono, per quanto possa bene non essere fedele né speranzosa, so di cosa si tratta. Riguardo alla carità, invece, non riesco a sentirla, come se mi rendessi conto che si tratta- oggi- di una virtù (non mi piace questo termine, preferirei quasi sostituirlo con passione, almeno per quanto riguarda la carità), di una passione che richiede uno sforzo di intelletto, oltre che di cuore, un andare oltre, che d’altra parte forse però prevedono anche, per certi aspetti, la fede e la speranza.
Oltre cosa? Oltre noi stessi, credo, e oltre la contingenza dei tempi. Nel senso che la carità è una dote che, proprio perché richiede la capacità di andare al di là di se stessi e di vedere un centro fuori da se, male si adatta ai nostri tempi, così poco propensi, davvero poco, a riconoscere gli altri. Non si tratta qui di ideologie, non sto dicendo che non esistono persone- io per prima-che si comportano in modo politicamente corretto, esprimendo in più occasioni solidarietà con chi è in uno stato di sofferenza fisica o morale. Sto dicendo che non siamo più in grado di sentire la carità.
Non a caso questa parola al centro nella prima versione della famosa lettera ai Corinzi di S.Paolo, Se io parlassi tutte le lingue degli uomini e degli angeli, e non avessi carità, non sarei che un bronzo risuonante, o un cembalo squillante (lettera ai Corinzi, 1, 13,1), famosa anche in ambienti non propriamente cattolici (non ricordo in quale film l’abbia sentita pronunciare per la prima volta: perché mi viene in mente Lisbon story, di Wenders?) è stata sostituita nelle versioni più recenti da amore, parola apparentemente, ma solo apparentemente, a tutti più comprensibile. Anche l’amore, certo, è capacità di andare oltre se stessi, ma la carità mi pare che contenga in sé un elemento in più che ha a che fare con un certo ardore: ancora Dante mi viene in aiuto con le parole: L’un fu tutto serafico in ardore, e la nota spiega: Dante leggeva in S.Tommaso che “ Seraphim vero denominatur ab ardore caritatis”; ardore un po’ mistico, forse, che rimanda al sacrificio di sé, non inteso solo in senso materiale (quello spetta ai martiri) ma piuttosto come abbandono, in nome dell’amore per l’altro, delle proprie convinzioni e dei propri giudizi sul mondo e sugli uomini. Che spesso sono pre-giudizi.
O almeno sono così legati a quello che pensiamo, alle nostre idee, alle ideologie che volenti o nolenti ci hanno formato negli anni della nostra gioventù, tanto da non permetterci a volte di vedere al di là del nostro naso e da presentarsi davanti a noi nei momenti più impensati. Come un velo spesso che ci copre gli occhi, come i para -orecchi a cui sono costretti i poveri cavalli delle carrozzelle di piazza Duomo. Così che siamo talmente sicuri del fatto che sia necessario avere delle idee salde, soprattutto dal punto di vista morale, e siamo così contenti di esserci assunti questa responsabilità nei confronti nostri e della nostra coscienza, da riuscire con molta difficoltà a spostarci di un millimetro da lì dove siamo arrivati, convinti che sia una postazione da tenere.
Pochi hanno provato carità. A me vengono davvero in mente pochissimi nomi, forse uno solo, quello di Simone Weil, a cui potrei avvicinare quello di Cristina Campo, che della Weil era una lettrice e un’ammiratrice.
Luglio 28, 2008 alle 11:02 am |
Lasciam perdere la Fede che è un po’ come la dote di pedalare forte contre la montre, come Anquetil, per esempio (si dice che potesse portare una coppa di champagne sul dorso senza versarne neppure una goccia), lasciamo stare: è una dote innata, o ce l’hai o ti ammazzi di fatica..
Io trovo più inavvicinabile la speranza della carità. Quest’ultima, in fondo, magari un po’ pelosa, ostentata o mediatica la conoscono un po’ tutti. Molti portano i loro abiti smessi alla Caritas, o viceversa cambiano canale (perchè l’ardore di cui tu parli non divampi in fiamma) quando quello di Sicilia restituisce gli annegati.
Ma la Speranza?
Lì sì che ci va uno sforzo intellettuale non da poco, o la stazza di un Prometeo; ma la mia dieta attuale è fatta soltanto più di ricordi poveri di grassi e calorie.
Luglio 28, 2008 alle 11:29 am |
la carità non s’impara e non s’insegna, siamo troppo infarciti della nostra educazione per pensare che non necessariamente ci deve essere il peccato, la colpa, il pentimento, la punizione. crediamo a quello che vediamo: gente cattiva, gente buona, cioè chi sceglie per sè di fare del male e chi ascolta il buono che è in lui. le religioni con colpa e pentimento e premio e condanna non aiutano nella scelta di nuocere o no al mondo, servono a tenere a bada l’ansia con riti e preghiere, ad apparecchiare liturgie per l’autoreferenzialità.
Bellissimo post, bellissimo Dante, ora lo sento più vicino.
grazie
saluti
m.ang
Luglio 28, 2008 alle 11:31 am |
Intanto è già una bella consolazione che non mi hai preso per pazza. Concordo sulla fede, la più antipatica e falsa delle tre. Per la carità spenderei una parolina di più, se non altro perchè- se svolta bene- non prevede solo l’atto di depositare abiti dentro un cassonetto giallo. Insomma credo che vada al di là dell’elemosina pura e semplice. Ma l’ho detto, è un terreno scivoloso. Sulla speranza sono d’accordo, ma ogni tanto mi viene a visitare, devo dire. Sai come la poesia di Emily( ma tu frequenti Emily? non lo so, non lo so. E non so con quale espressione ti ci accosti):
La “Speranza” è quella cosa piumata -
che si viene a posare sull’anima -
Canta melodie senza parole -
e non smette – mai -
E la senti – dolcissima – nel vento -
E dura deve essere la tempesta -
capace di intimidire il piccolo uccello
che ha dato calore a tanti -
Io l’ho sentito nel paese più gelido -
e sui mari più alieni -
Eppure mai, nemmeno allo stremo,
ha chiesto una briciola – di me.
Bhe, Emily era anche un po’ pazza, forse, ma non si esprimeva male.
Luglio 28, 2008 alle 12:07 pm |
deferenza, rispetto, attenzione….
ma le solitudini altrui mi fanno paura.
[diciamo che sono molto più a mio agio con le voci delle mondine, ma ho orecchie per intendere]