Mi sono abituata, ma quando sono sola sei tu che mi manchi. E mi manchi già, perchè già sei qui e già ripartita. E io sto già pensando a te lontana e sto già cercando di dimenticarti. (nostalgica)
Non c’è niente di male.(serena)
Dovresti conoscermi. Sempre costrette a leggere tra le righe. Tra le punteggiature indovinare le intonazioni del pensiero. Interpretare, sforzarsi di capire il senso intimo di due righe. Convincersi che c’è un senso al di là. Oltre. Ripensare, quando si può. Quando non si può, non si pensa. Arrabbiarsi col niente.(nostalgica con venature di rabbia)
Le tue scelte, d’altra parte.(serena con leggera increspatura sul finale)
Le mie scelte d’altra parte. Io non voglio scegliere. Non esiste scelta. Una scelta tra due cose è sempre uno strappo perchè tu sei entrambe le cose, e di più. Tu non puoi scegliere, non ti puoi dividere in due.(ponderata)
Tu ti nascondi dietro le tue filosofie. (decisa) E bevi un po’ troppo (sfuggente)
Le mie filosofie. Ma perchè: tu hai scelto? (interrogativa ironica)
SILENZIO
SI ABBASSANO PENSIEROSE LE TESTE
CERCANO PER TERRA GLI OCCHI
ESCONO DAI PETTI SOSPIRI
CI SI GUARDA
SI ASPETTA
Forse avrei scelto in un altro modo… (meditabonda)
Ah sì? Ma non hai scelto. Ti sei tenuta quella casa, quel cane, quella televisione accesa con sky, quelle belle comodità, no? Signoora. (decisamente arrabbiata in crescendo) E sai perchè, lo sai? perchè anche tu sei una che non sceglie. Perchè anche tu credi che si possa vivere senza scegliere. Che non sia obbligatorio, come ci hanno sempre fatto credere: o con me o contro di me. No, non è vero. Posso stare con tutti e due e io e te ne siamo la prova vivente e complessa. (arrabbiata in calando) E lo sai da chi è cominciata tutta questa storia? quando hanno cominciato a martellarci nella testa con questa storia delle scelte? (interrogativa leggermente sardonica)
No, non lo so. (assente pensierosa)
Con la religione, no? ( interrogativa smorzata poco convinta nel finale con accento da commendatore milanese di commedia anni ‘60)
Ecco, ora tutto si placa nel mare della storia. (ironica fatalista)
Cosa si placa? ( aggressiva in calando)
Il discorso che avevi cominciato. E’ così difficile che tu faccia un discorso per intero. (seria materna)
Che cos’è una predica? (stupita incerta arrabbiata con sospiro)
Insomma dicevi, delle scelte? (interrogativa da alleggerimento)
Dicevo che scegliere è una costrizione. Siamo costretti a scegliere anche quando non vorremmo e vorremmo semplicemente continuare a vivere così come ci è capitato di vivere. Perché mica ce le andiamo a cercare noi, le scelte, capita e basta. Capita. (pausa) Certo potresti scegliere lì, tirarti indietro in quel momento, ma non lo sai (quasi sottovoce). Non lo sai quello che verrà poi. Ti abbandoni alla magia di un nuovo incontro, alla magia della tua voce che va da sola e tu parli, parli e sei contenta e un po’ eccitata, anche, per quello che ti sta succedendo. Continui a parlare e dall’altro lato del tavolo ti osserva e beve dal suo bicchiere nascondendo un po’ il volto con la mano alzata. (pausa di riflessione e di ricordo) Ma ti guarda e pensa a chi sei a come sei (pausa di riflessione) Tu invece vai, liscia come l’olio, finalmente libera di esprimerti. Chissà cosa pensa di te, pensi adesso, ma non prima. Prima non pensi neanche alla scelta, perchè in quel momento tu sei lì. Tutta (pausa) Non c’è una parte di te che sia altrove. Sensazioni rare, non percepibili al momento. Nel replay. Sei contenta di quello che hai fatto, della tua decisione, ma non pensi ad una scelta. Non c’è scelta, capisci?, c’è vita. E tu pensi ancora che sia possibile vivere la vita che ti trovi davanti in quel momento. Viverla. Il dopo, il prima, non esistono. Ci sono solo due persone che stanno lì insieme. (pausa) Dov’è l’errore in questa scena? (interrogativa reale con gli occhi spalancati)
Non so di che parli (dispiaciuta)
Dov’è l’errore, dico? A quale film stavamo pensando? Cosa credevamo di fare? Io, almeno. Tu, non lo so. Perché qui si pone anche un’altra questione filosofica (ironica).
Eccoci ( ironica accondiscendente ma non troppo)
Non stavamo guardando lo stesso film, nessuno guarda mai lo stesso film insieme all’altro (ispirata). E’ triste, se ci pensi. Siamo nello stesso set e non stiamo girando lo stesso film. Neanche quando ci guardiamo negli occhi. Incredibile. E ognuno se ne torna a casa con la sua bobina personale da riguardarsi la sera prima di dormire. E così per anni. A partire da quella prima bobina. E’ difficile distinguere il reale da ciò che immaginiamo. Per me lo è stato sempre, da quando ho l’uso della ragione, credo. Ad un certo punto ho smesso di fare distinzione e ho mescolato tutto. Per la scelta di non scegliere. E perché forse non esiste una distinzione così netta. Bhe, anche qui i soliti dualismi del cazzo: reale/virtuale. A cosa serve confonderci le idee con queste distinzioni? Abbiamo bisogno davvero di sapere se una cosa la sogniamo la immaginiamo oppure è davanti a noi? come se nel sogno e nell’immaginazione non fosse davanti a noi. Ma questa mescolanza che ho fatto non è venuta tanto bene, qua e là riaffiorano i colori. E ancora cado nell’errore di pensare alle cose prima che accadano, a immaginarle per anticipare la realtà, metterla sotto scacco una buona volta, impedirle di essere diversa. Senza pensare che anche tutto quello che accadrà è reale di già.
SILENZIO
Non parli più, non hai più voce, eh? però sei sempre qui e io ti guardo sempre e a te mi rivolgo. E vedi, so bene chi è più presente in questa stanza, tra gli assenti. Mi sono abituata, ma quando sono sola sei tu che mi manchi.
SILENZIO
“Secondo me le emozioni non possono essere descritte da singole parole. Io non credo in termini come “tristezza”, “gioia”o “rimpianto”. Sono proprio le eccessive semplificazioni che dimostrano le caratteristiche patriarcali della lingua. Mi piacerebbe disporre di complesse emozioni ibride, costruzioni di tipo germanico come” la felicità che accompagna il disastro”. Oppure “il disappunto di dormire con la propria fantasia”. Mi piacerebbe dimostrare che gli “annunci di mortalità portati da un membro della famiglia che invecchia” si collegano all’ “odio per gli specchi che comincia nella mezza età”. Mi piacerebbe avere una parola per definire la ” tristezza ispirata dai ristoranti destinati al fallimento” come per l’ “eccitazione che ti dà una stanza con il minibar”. “ (Jeffrey Eugenides, Middlesex, trad. di Katia Bagnoli, Mondadori, Oscar Bestseller, 2004)

Ti rileggero’ con attenzione. Ma gia’ nel sorvolarle, le tue parole mi son piaciute!
Loredana
Bhe, grazie. Buone cose