” I mari sono mari solo quando si muovono” sussurra Julie. ” Sono le onde a impedire che i mari siano semplicemente delle enormi pozzanghere. I mari sono fatti soltanto dalle loro onde. E ogni onda del mare è destinata a incontrare ciò verso cui si muove, e a infrangersi. Tutto quello che avevamo davanti agli occhi, tutte le volte che me lo chiedevi, era ovvio. Era ovvio ed era una poesia, perchè eravamo noi. Guarda le cose in questo modo, Faye. La tua faccia che muovendosi assume un’espressione. Un’onda che si infrange su uno scoglio e abbandona la sua forma in un gesto che esprime quella forma. Capisci?
(DFW, Piccoli animali senza espressione, in La ragazza dai capelli strani, minimum fax, 2003)
3 dicembre
Mattina odiosa, con poca voglia di fare qualsiasi cosa e molta voglia di stare zitta. Mi colpisce sempre di più questa altalena di umori così frequente in questo periodo, soprattutto – è ovvio- nei momento in cui mi devo confrontare con la mia chiusura di fronte al mondo e il mondo medesimo che mi chiama e mi costringe quasi al contatto. Perchè di questo si tratta e anche del mio lavoro che è sempre un lavoro di relazione e non lascia spazio, o poco, al raccoglimento, alla pausa di re-flessione ( l’errore di battuta ci sta proprio bene, perchè dui una capriola all’indietro e all’indentro si tratta). Forse tutto questo c’era anche prima (prima di che?) a dire il vero, ma intanto c’era L. e poi adesso c’è il blog che mi fa sentire come scoperta su un fianco, come se da quella parte la porta fosse sempre aperta e mi arrivasse uno spiffero, a volte gelido a volte rinfrescante.
Come se quella del blog fosse un’esperienza a cui in fondo riconosco un senso, al di là di tutte le perplessità che posso avere. E mi pare, intatnto, di poter dire stasera che il senso è che la pratica dello scrivere a cui mi spinge serva a non arrendermi alla quotidianità, a questa specie di schiacciasassi. Serve a tenere sveglio il mio cervello, insomma.
E’ vero quello che dice Filosofessa, che occorre “mangiare ( e digerire) i padri”, ma sarà che io con i padri c’ho sempre avuto poca simpatia e mi stanno anche un po’ indigesti, sarà che ad un certo punto della mia vita ho cominciato a cercare le madri e a credere che il pensiero, almeno quello che conosco, è nato dagli uomini per gli uomini, insomma sarà tutto questo ma io mi sento un po’ figlia ribelle re in cerca di indipendenza almeno sul piano concettuale e non mi va di onorare il padre, neanche filosofeggiando. Quando scrivo queste cose mi arrabbio ancora.

Il padre (ma anche la madre, si parla al maschile ché in italiano il neutro manca), non va onorato, ma appunto “mangiato e digerito” per poter essere “altro-dal-padre”.
E scusa se filosofeggio, ma è insito nel mio nickname.
L’importante è non prendersi mai troppo sul serio: non a caso sono filosof-fessa…
Un caro saluto, L.
e si vede!
(gli errori di battitura avran pure una spiegazione, no?).
[non chiudere la porta, però, chè non fa così freddo]
Infatti ho visto: una ventata si è portata via diverse vocali finali.