…mentre gli anni ‘70 sfumano negli anni ‘80, “due culture diametralmente opposte”, “per me era chiaro che mio padre e i suoi compagni stavano pagando il prezzo del cambiamento storico in Italia, che era diventata un altro paese”, i bar si sostituivano alle piazze, i paninari e i punk ai compagni e l’eroina circolava in quantità come “potente anestetico sociale”. La chiave di tutto il racconto è qui, nel vissuto personale e generazionale di questo passaggio, e leggendolo mi sono accorta che quella di Anna è stata davvero, ai nostri e ai miei stessi occhi, una generazione invisibile. Peggio, quella di cui abbiamo visto solo l’esito più distante da noi, quello della reazione yuppie e dei craxiani in salsa “professional”, mentre perdevamo di vista le più vicine e i più vicini che , nella storia precedente non volevano restare impigliati ma non volevano nemmeno tradirla e che fra un viaggio a Berlino e uno a Londra “perchè in Italia si sta troppo male”, un corso di design e uno di cinema cercavano una strada simile ma non identica, diversa ma non distante da quella di chi li aveva preceduti. Sindrome di Crono, l’altra faccia del complesso di Edipo: Anna non risparmia a suo padre, in questo simile “a tutta la classe politica italiana” l’accusa di non aver saputo ascoltare i suoi figli, malgrado l’invito ad ascoltare “l’inno di venere delle giovani generazioni” che rivolse al Parlamento nel suo unico discorso da deputato; ma tra i padri del ‘68 e i figli degli anni ‘80, è come se anche chi, parlo per me, stava in mezzo avesse tenuto la telecamera sempre verso l’alto e mai verso il basso.
( Ida Dominijanni, sul Manifesto di martedì 17 marzo 2009, parla del libro di Anna Negri, Con un piede impigliato nella storia)

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