che se dovessi mettermi oggi a raccontare la mia storia o una qualunque storia che non fosse la mia non potrei fare a meno di intervallare lo scritto con la musica. Un po’ come succede da qualche tempo a Fahrenheit, in quel pezzo di trasmissione che si intitola Storyville, dove i racconti dei giovani autori che si susseguono di settimana in settimana sono sempre accompagnati da pezzi musicali. Ce n’è stato uno di racconti che mi è piaciuto molto la settimana scorsa, I nostri nomi, di Giorgio Vasta, per un po’ si può ancora scaricare in podcast.
Mi è difficile pensare ad una storia senza musica, un po’ perchè tutte o molte delle cose belle che mi sono capitate hanno sempre nel ricordo una musica di sottofondo ed è inevitabile che ogni volta che sento quella musica o quella canzone mi ritorni in mente quella scena o quella persona proprio così come l’ho vista quella volta e provi quasi esattamente le stesse sensazioni che ho provato allora. Quasi, perchè adesso sono cresciuta e non mi capita più così spesso di innamorarmi di cose o persone come prima, quando ero più giovane. Devo dire che un po’ me ne dispiace ma credo che la vita sia fatta così e che non ci possa fare niente. Ma ogni volta che mi capitano cose come queste, tipo oggi che ascoltavo Venditti per caso ad una radio che non ascolto proprio mai, lo giuro, mentre tornavo a casa in macchina, una canzone come Ci vorrebbe un amico che a cantarla oggi mi vergognerei e mi vergogno anche di dire che l’ho canticchiata tanti anni fa, ogni volta mi viene da rivedermi come allora e sorrido quasi sempre.
Le cose brutte, quelle no, non sono quasi mai accompagnate da una musica di sottofondo, una musica che faccia da filo per la memoria, a meno che non si tratti di uno di quei momenti in cui, che so, finisce quello che avevi considerato l’amore della tua vita e allora tutto lo struggimento del mondo ti prende alle spalle con tutti i violini dell’ orchestra del Maggio Fiorentino. Ma non ho ricordi del genere, devo dire, forse perchè non ho ancora avuto il grande amore della mia vita che è finito.
Comunque sia, le mie canzoni sono tutte o quasi canzoni italiane, perchè non conosco l’inglese e sono rimasta tagliata fuori da tutto quello che arrivava dai paesi di lingua anglosassone, tutti quei vinile che mio fratello si era portato dietro quando era tornato da Londra, Bob Dylan, i Chicago, Peter Gabriel e i Genesis, Neil Young e Harvest, tutte cose che mi piacevano, devo ammetterlo, alcune anche molto, ma che per forza di cose non hanno mai potuto essere la mia colonna sonora, perchè io avevo bisogno di parole per dirlo, e le parole le dovevo capire. A volte cercavo di tradurle, poi ho rinunciato.

siccome non guardi molto spesso la posta, ti avviso qui.
Quel che hai scritto mi ha ispirato l’apertura di un cassetto.
good night
E da dove si apre, questo benedetto cassetto, Mau?
e che contraddizione c’è: dillo a parole tue (che è anche meglio) con la musica scritta (e cantata) da altri
Non ho capito il tuo commento, ange: è una domanda ? (no, perchè manca il punto interrogativo) Un’esortazione? E a quale contraddizione fai riferimento? davvero non capisco.