Credo di essere arrivata ad una conclusione, e già nel verbo iniziale, in quel credo buttato lì con apparente noncuranza c’è il segno di quanto questa che chiamo pomposamente conclusione sia in realtà segnata dallo stesso destino che hanno avuto altre considerazioni, di questo o di altro genere, in una vita- come la mia- dove non si conclude niente a dire il vero, non nel senso amaro del termine, semplicemente nel senso che niente viene mai portato a termine. D’altra parte mi dico- illudendomi con questo di rivestire quella che forse (nota bene il forse, eh!) è incapacità di decidere- che atteggiamenti del genere potrebbero essere anche designati come filosofia di vita e come tali segno di una scelta. Ma tant’è, tutto questo non ha davvero e come sempre nessuna attinenza con quello che mi apprestavo a scrivere (apprestavo?) allorché ho acceso il computer. E’ che come al solito il pensiero mi trascina per altre storie, parallele a quella principale.
Quello che avevo pensato è che scrivere sul blog uccide la letteratura. Non che io pretenda di scrivere nel senso letterario del termine, ma prima di avere un blog mi piaceva l’idea di poter scrivere qualcosa e in questa idea mi esercitavo, con me stessa, s’intende o con poche persone fidate a cui ho fatto occasionalmente leggere le brevi cose che ho scritto nel corso del tempo.
Il blog uccide tutto questo, annulla la capacità di concentrazione, il ripensamento, la riflessione notturna silenziosa, la rilettura, la cancellatura, la riscrittura. Annulla tutto questo in nome del bisogno di conferma, del bisogno di riscontro immediato che la rete porta con sè e non solo la rete, mi viene da dire, ma un po’ tutto il mondo in cui vivo. Che poi questo riscontro ci sia, è un altro discorso, ma intanto il contatore delle visite dà comunque questa illusione.
Il tempo della scrittura non è quello del blog, anzi, ne viene cancellato, perchè quando sei collegato prende il sopravvento il desiderio di dire immediato. E’ questo desiderio che va ucciso, senza esitazioni, scegliendo la via del silenzio, se si vuole continuare a scrivere davvero.
O almeno distinguere, il che però svilisce irrimediabilmente queste pagine e isola irrimediabilmente le altre. Ci deve essere, a quanto pare, una terza via. Tutto sta a trovarla. Concentrarsi e ricominciare, trovare del tempo.
…non si è mai abbastanza morbosi, perché per quanto si viva nel passato c’è sempre qualcosa di ineludibile, nel presente, che ci plagia e ci umilia. Distrazioni, pulsioni, scuse buone per scrollarsi di dosso un po’ di coperte, così quell’aria chiusa in cui consistevi riceve aria nuova, ciao consistenza, nuove scuole, nuove case, nuove luci e noi intanto abbiamo dato il culo a chiunque, a furia di darlo ci siamo persi… Ma basta che ci capiti in mano una nostra fotografia di quando avevamo sette o dieci anni per scioglierci di commozione come ulissidi che rivedan la patria, ecco chi sono gridiamo, quello lì sono, volevo ben dire, io sono sempre quello. Ma intanto hai dilapidato.
( Michele Mari, Tu, sanguinosa infanzia, Einaudi, 2009)

Volevo scrivere che il blog rende solo immediato (però forse riduce anche ai minimi termini, disinnesca, rende innocuo…) il bisogno di conferma che sostiene l’atto stesso di scrivere; e aggiungere qualcosa – ma sono stato annientato (piacevolmente annientato) dalla rivelazione che Einaudi ha ripubblicato Tu, sanguinosa infanzia…
Sì, però il bisogno di conferma di chi scrive su carta intanto non sempre è verificabile in modo così preciso come nel caso del blog (sempre con le dovute approssimazioni) e poi quello a cui mi riferivo è che quando scrivi sul blog non hai proprio la possibilità di strutturare una storia, almeno nel senso classico della parola. Può darsi che la storia si venga formando a poco a poco, attraverso quello che scrivi e che sia più visibile agli altri che a te, sempre ammesso- cosa che sono sicura non è vera per nessun blog- che ci sia qualcuno talmente affascinato da te da seguirti giornalmente e annotare, anche solo con la mente, le tue eventuali evoluzioni e il tuo percorso. Ma comunque, questa tua storia, difficilmente nel blog si potrà trasformare in qualcosa di altro, in una narrazione. Perchè manca, appunto, la fase del montaggio. E quello che mi chiedo è se questa mancanza è avvertibile in quanto mancanza del nostro tempo e quanto sia imputabile ai mezzi di cui disponiamo e che usiamo per comunicare.
Tu ne sei sicura, sì?
Se non vai in giro per la rete con quella compulsività tipica dei giorni prenatalizi, e magari ti fermi soprattutto su quattro o cinque blog, magari le annotazioni mentali le fai comunque, no?
Quanto al montaggio hai ragione, ma esiste anche una aleatorietà nella composizione (nella musica – Cage, per es.- esiste).
Secondo me il fascino c’entra si e no: è questione di tempo, attenzione e memoria.
Parlando di dilapidare, mi verrebbe da rispondere con una diversa citazione dalla stessa raccolta: «il momento più idoneo ad incominciare un nuovo puzzle è quando siamo oberati di impegni, nell’urgenza affannosa delle cose serie, delle cose sode: quale trionfo sul mondo, allora, dedicarsi a quella scientifica dilapidazione del tempo!».
Ecco: la si potrebbe vedere, la scrittura qua dentro, come una scientifica dilapidazione del tempo, proprio e di qualcun altro. Come dice Mauro qui sotto, le annotazioni mentali uno se le fa… La differenza sta in questo, credo: ricostruire l’opera o la persona? (L’immagine di sé che la persona vuole offrire ecc.) Forse, questo tipo di scrittura è proprio una liberazione dall’opera.
“Intanto hai dilapidato”, non credo che riceviamo una dote alla nascita, un patrimonio e quelli che sono sfigati e nascono senza ? non hanno nemmeno una foto da riconsiderare, mah. A parte la considerazione estemporanea, perchè il libro non lo conosco, i riferimenti alla memoria sono una costante, in qualsiasi racconto, la memoria è “il luogo” che va visitato, interrogato, perchè è il luogo dove c’è il ricordo o, ancora meglio, la traccia, il segno che “vi fu un tempo in cui eravamo felici” come scrive Sant’Agostino.
Non si tratta di un patrimonio innato. Mari parla, semplicemente, dei regali, dei giochi che uno da piccolo mette da parte e che poi mette via, abbandona, in realtà sentendone per sempre la mancanza
( o giù di lì) avvertendoli come un io che si è perduto per sempre. Credo che comunque l’osservazione sia estendibile anche alla memoria di sè.
E’ la seconda volta in poco tempo che Angela cita sant Agostino. E’ vero che ha scritto le Confessioni, però… non stava fra i best sekkers di Lc (in quel tempo in cui eravamo felici, appunto).
[va bè, al massimo mi insulta]
No, perchè è una signora.
“dilapidato”. E’ una parola bellissima. Mi affascina poter dire di qualcuno che “ha dilapidato”. Potessi dirlo di me invece che “sprecato”, “perduto”, “buttato via”. Nel “dilapidare” c’è sottesa una furia, un’ira devastatrice che spiega il motivo di quel processo distruttivo. Perdere, sprecare buttare via sono fondamentalmente autoreferenziali e nascono da pigrizia e indifferenza. Dilapidare è scagliarsi contro qualcosa, la brevità del tempo, per esempio, le barriere, i propri limiti. Il limite degli “altri”, dell’”altro”. Se c’è questo furore, questo bisogno, non c’è “perfezione”. Ma può esserci benissimo scrittura. A me sembra che tu, nella scrittura silenziosa di cui sembri avere nostalgia, cerchi questo: pefezione.
Penso proprio di sì, che sia questo il bisogno. Che ovviamente non si realizza mai, in quanto tale. E questo spiega tante cose. Mi sembra, da qualche tempo, di aver bisogno- e scusa il bisticcio- di tempo e di sfrondare, eliminare il dipiù, quello che è inutile. Mi sembra che questa stia diventando quasi un’attitudine di vita, che vorrei riuscire a praticare con più consapevolezza e meno cedimenti. E nel contempo andare più a fondo. Il tutto senza esagerare. Bho.
beh, ci vuole la “r”, ovvio. (alla faccia della perfezione)