Non sono brava a scrivere recensioni dei libri che ho letto. Forse non mi piace neanche tanto dare giudizi, non me ne sento in grado. Mi piace molto di più, invece, cercare di capire quali collegamenti mi vengono in mente mentre leggo qualcosa, dove ho trovato lo stesso stile, lo stesso ritmo di frase, la stessa lingua. Dove ho già sentito, insomma, quella musica.
Non è facile, a volte è una ricerca che non ha esito, ma in altre occasioni ho fortuna e capita che, per uno di quegli eventi che continuiamo a chiamare coincidenze senza sapere cosa stiamo dicendo, passi accanto allo scaffale della libreria dove c’è un libro che, guarda caso, ha proprio a che fare con quello che ho appena finito di leggere.
Ho appena finito di leggere L’ubicazione del bene, di Giorgio Falco, quello dell’incipit fulminante. Di questo libro si è detto tutto il bene possibile, in rete e fuori. In effetti, è un bel libro, è scritto bene, anche se in certi punti con un po’ di compiacimento per il bello stile, come ha già scritto Scorfano. Gli aspetti positivi di questo libro- per quel che mi riguarda- sono proprio questo stile apparentemente piatto attraverso il quale, quasi senza accorgertene, vieni introdotta in scenari che mai avresti immaginato, come nel racconto intitolato Oscar, e questo scivolare lento, questo ripiegarsi delle vite dei personaggi su se stesse, mi sembra che sia una possibile chiave di lettura di un libro che descrive uomini e donne e bambini e vecchi infelici e poco vitali che si muovono con lentezza e si guardano gli uni con gli altri con sofferenza e chiedono aiuto: Avanti, mi aiuti a insegnargli qualcosa, dica qualcosa, una parola.
Devo dire, però, che lo stesso effetto me lo aveva fatto, tempo fa, un altro libro, di un altro autore italiano, Angelo Ferracuti. Il libro si intitola Le risorse umane, edito dalla Feltrinelli nel 2006. Anche questo è un libro di racconti, uniti dal fatto di parlare di lavoro, mestieri e persone, in giro per l’Italia. Ne riporto un attacco, da quello intitolato Certi giorni sono più belli di altri:
Lo sportellista stamattina è inquieto. La sua figlia piccola si è alzata nel cuore della notte. Piangeva, non riusciva a dormire. Lui pensa che crescendo potranno crescere anche le sue paure, eppure spera intimamente che quelle vigliacche si estinguano, come si estinguono i conti correnti. Sente che il tempo stringe, questa è la sua condizione. Certe volte si chiede cos’è veramente il tempo reale, e se lo spiega così: un’operazione da eseguire e lui da sportellista cerca di espletarla al meglio impiegando il meno possibile. Certe notti sogna la postazione, si blocca il terminale e una fila infinita si accalca. E’ come se i volti incattiviti di quei clienti lo assalissero, neanche fosse sua la colpa di certi disservizi. Cerca di difendersi, ma la fila si fa sempre più chiassosa.
E’ l’uso del presente (nel libro di Ferracuti, però, non tutti i racconti sono narrati con questo tempo) che rende simili questi due libri, un presente che contribuisce all’ appiattimento di cui parlavo prima e che situa inequivocabilmente nel tempo di oggi, nel nostro presente, le storie che si raccontano e forse per questo ce le fa sentire più dolorose, come se quei personaggi non fossero poi così lontani da casa nostra, pur essendo quasi invisibili, e noi tuttavia non potessimo far niente per autarli, non riuscissimo neanche ad allungare una mano.
Il nostro presente che non cambia.
Se apro gli occhi vedo una distesa di capannoni industriali, gru, svincoli autostradali, ipermercati.


Guarda, te lo giuro, ho pensato anch’io a Ferracuti, leggendo questo libro. E ho anche pensato che aveva gli stessi difetti di quello di Ferracuti: un certo compiacimento, qualche debito troppo palese con Carver. Sono contento che siamo in due ad averlo pensato. (E ora so anche cosa stavi cercando…)
Sono contenta anche io, che le mie riflessioni non siano poi così peregrine e siano condivise da qualcun’altro. Però, devo dire che nel libro di Ferracuti ho trovato meno compiacimento, una maturità maggiore, o forse è solo perchè non parte come un libro di narrativa, ma come “saggio” o qualcosa del genere, che sembra più soido. Che poi si potrebbe stare a discutere quale sia, oggi, la linea che divide questi due generi- sai bene che è una delle discussioni del momento- ma non è questo che mi interessa ora. Fatto sta che il libro di Falco non ha certo la pretesa di essere un romanzo-saggio e questo lo rende un po’ particolare.
non ha debiti con carver. non può essere una colpa scrivere bene. lo ha spiegato molto bene genna.
flavio
Sono d’accordo: anche io non ci ho rivisto Carver. Credo che per dare un vero giudizio il libro andrebbe riletto o almeno ripensato. Non sempre c’è tempo. Mi piacerebbe sapere a quale recensione di Genna ti riferisci. Ciao.
Sono d’accordo, rileggere e ripensare continuamente mi fa ritrovare anche le ragioni che spingono un regista a fare delle scelte, comunque non voglio farla lunga. Credo che sia giusto non fidarsi di chi ha troppo livore quando scrive una recensione, poi alla fine gli viene male e nasconde di sicuro delle ragioni personali per questo motivo trovo generosissimo genna, parla delle cose che gli piacciono con entusiasmo. e mi sono molto piaciute alcune cose che hai scritto tu e anche lo scorfano, ma vabbé la sto rifacendo lunga.
ciao flavio
http://www.giugenna.com/2009/05/26/leggete-assolutamente-lubicazione-del-bene-di-giorgio-falco/
Ho letto la recensione di Genna ed è stata uno dei motivi per cui ho deciso di comprare e leggere il libro di Falco. D’altra parte trovo le recensioni che fa nel suo sito piuttosto convincenti (come dici tu) anche se a volte per me un po’ oscure (ma credo dipenda dal fatto che non lo consoco benissimo come scrittore e come critico letterario, visto che per me lo è e non credo che si potrebbe offendere per questo). Mi interessa, piuttosto, e credo che sarebbe un aspetto da approfondire, la compresenza in testi usciti quasi contemporaneamente dello stesso tema, vale a dire il Bene ( e il Male) che avevo ormai considerato tematiche scomparse dalla circolazione. A pensarci bene, però, lo stesso Genna ne tratta, quindi la mia è un’affermazione che va corretta: diciamo che nell’offerta di mercato si tratta di una tematica assente o quasi, mentre a livello profondo c’è gente che la tratta. E’ un discorso che riprenderò non appena avrò tempo, anche perchè qui è un po’ buttato lì.