Archivio per la categoria 'Mariangela Gualtieri'

il tuo disordine

Sento il tuo disordine

e lo comparo al mio. C’è

somiglianza. C’è lo stesso slabbro

di ferite identiche. C’è tutta la voglia

di un passo largo in una terra

sgombra che non troviamo.

Sento il tuo respiro schiacciato

lo sento somigliante

ti sento piano morire

come me che non controllo

l’accensione del sangue.

 

Anch’io cerco una libertà che mi

sbandieri, una falcata

perfetta, uno stacco d’uccello

dal suo ramo, quando si butta

improvviso e poi plana.

(Mariangela Gualtieri, Senza polvere senza peso, Einaudi 206)

confuso stato

Confuso stato di tutte le armate del me
disordine di questi miei fanti interiori
e ussari e cavallerizze che dentro
mi scantonano il petto
e tu torna al centro, cuore!
mio generale kutuzov che raddrizzi
le mie file sconvolte,
che il mio inquieto inquieto
stare qui diventi
il placido di tutti i giardini.
Fai bella stagione, ora.

(Mariangela Gualtieri, Senza polvere senza peso)

i cuccioli della mia specie

Sermone ai cuccioli della mia specie

Cari cuccioli,
vi ho guardato a lungo.
Ero lì nascosta nel buio
e vi guardavo giocare,
nascosta nel buio come una carogna,
come una spia che studia
il nemico, come un ladro che aspetta
il momento buono,
come un terrorista
che guarda a distanza
e fa i suoi piani d’innesco.
Io vi guardavo ammutolita,
intenerita da voi,
cari cuccioli della mia specie,
e poi anche disgustata da voi
che eravate lì inermi a un palmo dal
mio naso.

Siete indeboliti cuccioli. Siete
Spaventati e soli. Siete avidi. Siete sazi. Siete svuotati.
Sfiniti siete. Siete vinti.

Io vi guardavo da una quasi nausea,
da tutto quel buio: ricordavo
un’antica infelicità d’infanzia, un’antica
paura.
Ricordavo bene quell’essere fra gli
Altri, spersa, sola.
La mia paura me la ricordavo,
guardando la vostra. Ricordavo bene
il mio sguardo, come se lo avessi
sempre visto da fuori:
sbigottito, quasi non ci credevo
d’essere in questo mondo,
non me lo spiegavo, il mondo,
non mi raccapezzavo.
Come precipitata ero,
dalle altezze caduta molto giù,
molto di lato, nel mondo degli uomini
e delle donne. Nel mondo
delle case di mattoni.
Nel mondo dove si lavora e
Si mangia e si dorme e
Si fa la cacca ogni giorno
E ogni giorno si fa la pipì
Tante di quelle volte e si mangia e
Si dorme e ci si lava la faccia.

Da dentro quello sguardo,
chiusa lì dentro
nella mia fortezza
io guardavo il mondo dei grandi e
provavo una grande pietà.
Io li sentivo che piangevano dentro.
Sentivo che non ce la facevano.
Li sentivo gridare dentro. Con muri
dentro, con scarafaggi e muffe,
dentro.
E un giorno,
quando ero molto piccola,
ho fatto giuramento,
un giuramento infante,
senza le parole, ma chiarissimo
e sonante:
io me li prendo tutti nel petto
e li scampo
li porto in salvo.

Ho giurato così,
senza dire neanche una
di queste parole,
ma con tutte queste parole più forti cento volte.
Nel mio letto, vicino al grande
Armadio con lo specchio,
fra le sponde alte di legno,
con la sorella vicina che tossiva,
giuravo forse ogni notte, per quella
tosse, per la faccia stanca
del mio babbo, e per tutte le facce
dei grandi,
coi loro segni come di grande pena.
Una bambina nel suo letto
ha fatto il giuramento,
recitato la formula che salva,
forse ha vinto sulla morte
e sul mondo.

Aspettavo il giorno in cui mi
avrebbero detto il grande segreto.
Sentivo, lo sapevo, che dietro al loro
non dire niente
si nascondeva la grande verità.
Sentivo, lo sapevo, che loro sapevano
tutto quello che io non sapevo.
Sentivo che un giorno me lo
avrebbero detto
e io avrei capito il mondo
e non avrei sofferto come loro,
perché loro stavano già soffrendo
anche per me. Sentivo e aspettavo.

Poi molto piano, molto in ritardo,
molto piano, millimetro dopo
millimetro,
in un lavoro di tic tac e minuti molto
piccoli, piano piano,
sono passata di là,
sono caduta del tutto nel mondo,
appiattita, schiacciata al suolo
in un lento atterraggio.

Adesso, cari cuccioli, io sono grande.
Sono molto grande.
Sono quello che mai e poi mai
avrei voluto essere:
una persona grande.
Adesso io sono dei loro.
Adesso lontanissima sono
dai miei favolosi sette anni,
quando ero un genio buono,
uscito da poco dalla lampada,
e un filosofo ero, ma senza
le parole, un grandioso poeta
analfabeta, un artista senz’arte.

Adesso da qui, da questo esilio duro,
da questo corpo con peso, da questa
mente complicata,
da questa mente ingombrante,
da qui,
da questo buio che è tutto il mio,
da qui vi guardo, adorandovi.
Vi chiedo aiuto.
Una parte di me vi supplica,
vi implora, vi chiede aiuto e aiuto.
Adesso tocca a voi salvarmi, fare
Il giuramento.
Potrete? Ci riuscirete? Mi sentite?

Sentite?

Dicono che siete rotti.
Siete sazi, dicono. Corrotti.
Rovinati siete, come tutto il resto.
Anche voi nella lista lunga delle
Perdite: l’acqua, l’aria, il silenzio,
il pudore… Anche voi.
Stuprati siete, rotti. Vecchissimi e
Troppo stanchi per l’infanzia. Scarichi.
Vuoti.

Allora adesso imparate.
Imparate l’odore dei nemici potenti.
Sbranate, cuccioli, le loro mani piene.
Scassate le loro tane come galere.
Sputate sui loro piatti, incendiate le
Stanze gonfie di giocattoli,
scappate, morsicate, tirate pietre sui
televisori, scalciate, spaccate questo
micidiale nostro sogno, l’inesauribile
bisogno di confort,
fateci a pezzi, scancellate noi, puniteci
per avere fatto di voi
le nostre miniature
per avervi disinnescati, resi innocui,
per non avervi ascoltati, nel vostro
sommo sapere.

Voi che eravate le porte
del regno dei cieli
e chi non passava da voi non passava
voi che eravate purissima gioia
voi che eravate noi bloccati nella
più grande bellezza
voi che somigliavate ai cuccioli
degli altri animali
voi che capivate lo splendore
misterioso degli animali
voi che dormivate un sonno perfetto
e benedetto
voi che vi svegliavate ridendo
voi che facevate balletti strepitosi.
Voi, nostre divinità domestiche.

Nascete ancora, cuccioli. Restate.
Siate. Salvate. Giurate. Siate. Siate.
Siate.

Mariangela Gualtieri

Lo so che non bisognerebbe sempre affidarsi alle parole scritte da altri, lo so. Ma ho ritrovato questo pezzo in una cartella abbandonata sul disco fisso e le cose che ci sono scritte rendono così bene anche certi miei vecchi stati d’animo che non posso fare a meno di metterlo qui, a futura memoria. Anche se, lo ammetto, in certi passaggi, il testo risente un po’ di un’idea quasi mitica dell’infanzia e della giovinezza, come insomma se i bambini fossero tutti puri e tutti buoni. Forse è così, è che si sciupa sempre più precocemente questa innocenza naturale.

Dico vecchi stati d’animo perchè ho proprio l’impressione di essere andata oltre e non avere neanche più la capacità di parlare ai “cuccioli della specie umana”, come invece sentivo di avere una volta. In certi casi queste parole, non avere neanche più la capacità di parlare, sono pronunciate con una certa rassegnazione, come se l’andare avanti del tempo non potesse portare altro che questo come dono. Ma mi sembra comunque un invecchiare precoce e rassegnato e vorrei contrastarlo.

Infatti altre volte queste stesse parole sono pronunciate con rabbia e nascondono lo sforzo di continuare a comunicare in qualche modo.Uno sforzo che si rivela sempre più difficile perchè cosa possiamo insegnare noi  a questi cuccioli ? A volte mi sembra ben poco.

L’altro giorno stavo pensando alla differenza tra la mia generazione e quella dei miei genitori e mi veniva da riflettere sul tema del ricordo e della memoria e di come memoria e ricordo che venivano trasmessi dai nostri genitori a noi più giovani- mi ricordo racconti sul passaggio del fronte o storie legate al periodo in cui mia madre era sfollata con una parte della sua famiglia o storie su mio nonno che non voleva la tessera fascista o su mio padre che uno degli ultimi giorni di guerra andò in Casentino tra i partigiani oppure le bombe che cadevano sulla stazione di Arezzo o i tedeschi che mentre fuggivano portarono via i prosciutti che il nonno aveva in cantina- che venivano trasmesse anche attraverso i luoghi che avevamo di fronte -la zona dove era costruita la casa di mia nonna era stata bombardata, uno degli ultimi giorni di guerra, ma per loro grande fortuna, erano una famiglia molto numerosa, una serie di sorelle della nonna e fratelli del nonno che abitavano insieme, erano state colpite solo le case di fronte alla loro e la casa che era sul retro e di questa casa rimanevano anche quando io ero piccola e giocavo nel cortile dei nonni dei frammenti attaccati, mattonelle bianche che spiccavano qua e là fra i mattoni o qualche muro sbrecciato, un indizio di scala. Ecco noi, noi giovani allora, avevamo davanti agli occhi le cose come erano state, le cose, i muri delle case, le strade, le persone, raccontavano una storia, potevano farlo ancora.

Poi tutti questo si è perso: i nonni non esistono quasi più come figure, o almeno questa è l’esperienza che io vivo. Troppo occupati a vivere la loro vita forse inaspettatamente prolungata rispetto a quello che un tempo si poteva pensare. E noi non abbiamo niente da raccontare, niente che non suoni nostalgico.

rabbie

Io sono spaccata, io sono nel passato prossimo,

io sono sempre cinque minuti fa,

il mio dire è fallimentare,

io non sono mai tutta, mai tutta, io appartengo

all’essere e non lo so dire, non lo so dire,

io appartengo e non lo so dire

io sono senza aggettivi, io sono senza predicati,

io indebolisco la sintassi, io consumo le parole,

io non ho parole pregnanti, io non ho parole

cangianti, io non ho parole mutevoli, non ho parole perturbanti,

io non ho abbastanza parole, le parole mi si

consumano, io non ho parole che svelino, io non ho

parole che puliscano, io non ho parole che riposino,

io non ho mai parole abbastanza, mai abbastanza

parole, mai abbastanza parole

ho solo parole correnti, ho solo parole di serie,

ho solo parole fallimentari,ho solo parole deludenti,

ho solo parole che mi deludono,

le mie parole mi deludono, sempre mi deludono,

sempre mi deludono, sempre mi mancano


io non sono mai tutta, mai tutta, io appartengo

all’essere e non lo so dire, non lo so dire, io

appartengo e non lo so dire, non lo so dire,

io appartengo all’essere, all’essere e non lo so dire.

(Mariangela Gualtieri, da Seconda parte, in Fuoco centrale e altre poesie per il teatro, Einaudi, 2003)

Perchè, a volte, ci sono parole che mi fanno sordamente incazzare e allora ho bisogno di un mantra. E questo è tutto quello che ho da dire e non è poco.

una poesia

Chiedo la forza del tirarsi indietro

la forza d’ogni rinunciante, la forza

d’ogni digiunante e vegliante

la forza somma del non fare

del non dire del non avere del non sapere.

La forza del non, è quella che chiedo.

Non non non: che parola splendida

questo non.

(Mariangela Gualtieri, Senza polvere senza peso, Einaudi)

e poi

E poi invece dei giorni l’anima è felice e ride e tutto sembra bello e possibile. Senza un perché, un motivo esterno a te stessa. E’ uno stare bene, uno dei tanti modi di stare bene, questa euforia che prende e fa guardare le cose, gli uomini, gli alberi e le case con occhi che quasi brillano e tirano su le labbra in un sorriso gioioso. Bello, questo è l’aggettivo giusto, semplicemente bello.

In giorni come questi tutte le nebbie si sono dissolte e la mente, come dice il poeta, accorda indaga disunisce , è viva, insomma.

*********

a Iole

Che cosa sono i fiori?

non senti in loro come una vittoria?

la forza di chi torna

da un altro mondo e canta

la visione. L’aver visto qualcosa

che trasforma

per vicinanza, per adesione a una legge

che si impara cantando, si impara profumando.

Che cosa sono i fiori se non qualcosa d’amore

che da sotto la terra viene

fino alla mia mano

a fare la festa generosa.

Che cosa sono se non

leggere ombre a dire

che la bellezza non si incatena

ma viene gratis e poi scema, sfuma

e poi ritorna quando le pare.

Chi li ha pensati i fiori,

prima, prima dei fiori.

( Mariangela Gualtieri, da So dare ferite perfette, in Senza polvere, senza peso, Einaudi, 2006 )

**********

Osservo con timore Bolormaa la Contorta

concetto fatto carne nervi viscere legamenti

sinuoso movimento

monito terrorista che la retta è per chi ha fretta

non conosce pendenze smottamenti rimonte

densamente spopolata è la felicità

preziosa

la felicità è senza limite e viene e va

viene

e poi se ne va

splendida Bolormaa arresa all’amore

fluida contorta molle resistente

lascia fluire il doloreche la felicità è senza limite

e va e viene.

( C.S.I. consorzio suonatori indipendenti , tabula rasa elettrificata, 1997)

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