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di quella che smarrì il suo centro

Qui, tutto si trasforma in letteratura, di quella che ti rende assolutamente sopportabile la vita che si vive al di qua dello schermo dove un divano è un divano è un divano è un divano e lo spazio grande come una bolla d’aria senza  peso, senza resistenza, che il tuo corpo attraversa invisibile e non c’è mano occhio bocca caviglia che ti dica fermati, qui ci sono io e dove comincio io finisci tu e dove tu cominci io finisco. Tra le tue braccia. Già, direbbe.

Ma, direbbe, piangere non serve a niente. Se tu sapessi orientarti nella tua vita così come ti sai orientare per le strade di questa muschiosa città di granito e se tu sapessi o volessi capire quale è la bussola, e dove si trova il nord che tu vedi così bene tra le mie braccia.

Ma tu sei ancora Principessa – mani- tagliate e non c’è nessuna Regina madre al tuo fianco, mentre tessi la tela di lino in silenzio, che ti hanno tagliato anche  la lingua, o te la sei tagliata da sola, e devi aspettare perchè ti ricresca.

O assolutamente lussureggiante foresta della mia vita, ti direi allora, o grandissima scimmietta dagli occhi verdi, guarda tu quante cazzate sto dicendo seduta mentre mi alzo verso il cielo e non mi serve a niente guardare le cose da questa distanza, che non è quella giusta, non è quella giusta, che è sempre sulla terra, alla distanza di un braccio, della lunghezza di un braccio.

No, piangere qui non serve a niente.

Ma qui si impara anche che la vita non la puoi prendere e rivoltare come un calzino, si impara che alle cose bisogna dare un numero: uno, due , tre, quattro e cinque. E cominciare dall’uno.

un prologo, forse

Chi è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Si rifiuta, ma non rinucia del tutto: è anche un uomo che dice sì, fin dall’inizio del suo movimento.Uno schiavo, che  ha ricevuto ordini per tutta la vita, all’improvviso giudica inaccettabile una nuova imposizione. Qual è il contenuto di questo no?

Significa, per esempio, le cose sono durate troppo; fino a qui va bene, ma più oltre no; vai troppo in là; c’è un limite che non oltrepasserete . In sintesi, questo no afferma l’esistenza di una frontiera. C’è la stessa idea di limite nella sensazione  che l’altro esageri, che estenda il suo diritto molto oltre una frontiera a partire dalla quale un altro diritto gli si pone di fronte e lo limita. Così, il movimento di rivolta si appoggia, allo stesso tempo, nella negazione categorica di una intrusione giudicata intollerabile e nella certezza confusa di un diritto giusto, più esattamente nella sensazione, nell’uomo in rivolta, di avere diritto a. La rivolta non rinuncia alla sensazione che uno, in un certo modo, ha ragione. In questo sentire, uno schiavo che si rivolta dice allo stesso tempo un sì e un no. …. Dimostra, con ostinazione, che c’è qualcosa che merita la pena di, che esige che si tenga conto di lei. In un certo modo, oppone all’ordine che lo opprime una specie di diritto a non essere oppresso più in là di quello che può consentire.

( tradotto da Albert Camus, L’homme révolté, nella sua versione in spagnolo, El hombre rebelde)

l’estate è sole

Signore e signori miei, al momento non riesco a scrivere niente altro che queste poche sparse note. La mia testa è piena di musica e di sogni e di poesie. Oggi qui piove, il cielo ci sta sopra come una coperta grigia, io sono vestita di grigio e la mia testa pure. Ma mi trovo bene, nonostante, con occhi che guardano lontano. Solinga, come direbbe qualcun altro. Vi lascio questo, per ora.

a little help

età

E’ qui davanti a me. La vedo scrivere e ogni tanto alza la testa e guarda davanti a sè.  Appoggia una mano sul mento e si copre la bocca, un gesto abituale che le ho visto fare tante volte. Aspetto.

Stanotte ha sognato ancora, dice. Si prende cura di un bambino, un maschio, che sembra un po’ indietro per la sua età. La madre, una donna pallida, bionda, una donna semplice come si sarebbe detto di lei in una storia degli anni ‘60, le parla del figlio con voce intenerita: l’ho avuto tardi, sa. Il bambino gioca sotto il tavolo e la panca del locale, poi in un prato, umido e fangoso per la pioggia. Lei lo prende con sè, lo porta in giro, su un autobus, in una piazza, poi vede la madre e pensa che lei non può sostituirsi, che lo può lasciare andare.

Sogna sempre bambini piccoli, da qualche mese, dice, ma non sa dare una spiegazione precisa, nè sa dirmi se questi sogni ci siano sempre stati, così. Dice che è contenta di sognare, che sognare è un modo per entrare in contatto con se stessi. Tutti questi bambini che popolano i suoi sogni, che lei accudisce, sono, dice, forse solo il segno della sua vecchiaia che arriva.

A volte si compiace dell’età e pensa a se stessa come a una donna serena, pacificata con la vita e col tempo, al sicuro nelle sue stanze piene di libri.

In certi giorni ha la sensazione di essere una donna solida, anche se lievemente triste.

Mi confessa che questa idea le deriva da sua madre che ha sempre tenuto molto alla sua immagine e ad apparire all’esterno come una donna orgogliosa di se stessa e del suo comportamento, rigorosa, coerente fino al sacrificio, anche se ammette che dietro questa apparenza si nascondevano molte altre donne, alcune più in chiaro- la giovane di famiglia semplice, la figlia del barrocciaio arrivata in alto, sposata con il giovane medico dal bel sorriso, la signora dei salotti e delle feste di fine anno-  altre più nascoste e quasi invisibili- come quelle poesie che ha trovato in un cassetto e che dicono di una  tristezza e di difficoltà della vita mai pensate prima.

Una donna insicura, la madre, almeno fino a una certa età, fino a che invecchiando non si è ammorbidita, una figura che di certo i figli hanno inconsciamente assorbito, dice. Le viene in mente che quando salutava i figli, la madre, non li baciava mai e che ha cominciato a farlo, con un certo imbarazzo da entrambe le parti, solo dopo i sessantanni. Si ricorda che anche sua sorella si comporta allo stesso modo.

La sensazione di una solidità maggiore del solito si acuisce nelle giornate di pioggia, dice, quando guarda fuori dalla finestra la luce che se ne va presto e vede riflessa sul vetro la lampada del suo tavolino. La distanza dal mondo che percepisce è quella che le fa pensare di poterlo osservare con distacco ed è quello che oggi le va bene.

Altre volte, invece, è tutto diverso, non so dare un nome a quello che provo, dice nel tentativo, non so ancora se riuscito, di mettere spazio tra lei e le cose, non riesco a trovare un punto a cui ancorarmi per risalire poi la corrente e trovarmi in una zona più tranquilla. Come se dentro ci fosse un vortice che muove in tutte le direzioni. Dietro una calma apparente. Uno sciame di cavallette, un nugolo di mosche che percorre tutte le piste, si nasconde, si allontana, sembra sparito e poi all’improvviso il ronzio si fa di nuovo vicino. Non trova via d’uscita, dice, è la rabbia repressa che fa questo effetto, ancora è viva, vorrebbe in qualche modo esprimersi, senza lasciare che tutto si acquieti per sempre.

Ma poi tutto di nuovo riprende forma e misura.

In una giornata come questa, racconta, ha pensato per la prima volta a cosa si sente quando le mani sfiorano un corpo della sua età, a mettersi nei panni dell’altro e sentire sotto i polpastrelli la sua pelle, la pelle di una donna della sua età, una donna come lei, seguire le curve dei fianchi, i seni, l’onda delle spalle, il collo, l’inarcatura della schiena. Ha pensato se possa nascere col tempo la difficoltà ad accarezzare un corpo vecchio.

Il suo corpo non è ancora vecchio,dice, se si guarda allo specchio ancora riconosce la donna che era e si trova a volte persino più bella. Non sa se le persone più giovani di lei avvertano allo stesso modo i cambiamenti dei corpi, che cosa pensino di quello che accade. E cosa, e se, significhi questo pensiero o se invece non abbia nessuna importanza e siano altre le cose che contano, se adesso si vada incontro piuttosto alla morbidezza.

Vorrebbe capire, dice, da dove passa l’amore alla sua età.

corsi e ricorsi

Passiamo pomeriggi straordinari col nostro nuovo amico; non siamo mai sazi di parlare e di ascoltare. Ripensiamo stupiti alla nostra breve amicizia col primo della classe, che ormai abbiamo smesso di frequentare: stare col primo della classe era così faticoso che alla fine ci sentivamo i muscoli del viso irrigiditi dallo sforzo di ridere falso, e un bruciore alle palpebre, un pizzicore alla pelle: era faticoso dover fingere malizia, inghiottire confidenze, scegliere di continuo fra le nostre parole, quelle poche che potevano essere destinate al primo della classe; stare col nuovo amico è un benessere, non abbiamo niente da fingere nè da inghiottire e lasciamo fluire libere le nostre parole. Anche gli confidiamo i nostri vertiginosi sospetti riguardo all’esistenza: e allora ci racconta stupito che ha gli stessi sospetti anche lui; “ma tu esisti?” chiediamo, e lui giura di esistere; e siamo infinitamente contenti.

(Natalia Ginzburg, I rapporti umani,in Le piccole virtù, Einaudi,1962)

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